Non è una sconfitta, è il manifesto della Juve di oggi. O si cambia o si muore!

Non è una sconfitta, è il manifesto della Juve di oggi. O si cambia o si muore!TUTTOmercatoWEB.com
Oggi alle 00:01Editoriale
di Alessandro Santarelli

Ci sono sconfitte che si archiviano. Si guarda la classifica, si accusa il colpo, si pensa alla prossima. Quella con la Lazio no. Quella non si archivia, perché non è un incidente: è il ritratto fedele della Juventus di oggi. Passiva, disordinata, allo sbando.

Il problema non è il risultato. Il problema è come ci si arriva. Una squadra senza una “faccia”, senza un’identità riconoscibile, che non sa cosa fare quando ha il pallone e ancora meno quando non ce l’ha. Una squadra che aspetta che succeda qualcosa invece di farlo succedere. Una squadra che di juventino non ha nulla: né la ferocia, né la cattiveria agonistica, né quella fame che per decenni è stata il marchio di fabbrica di questa maglia. Si può perdere, certo. Ma la Juve non può perdere così, sembrando una comparsa nella partita degli altri.

E Spalletti? Spalletti rincorre fantasmi. Cambia, ritocca, cerca la soluzione, e intanto la squadra non ha un’architettura. Un allenatore serve a questo: a dare ordine, a togliere dubbi, a far capire a ogni giocatore dove deve stare e cosa deve fare. Oggi succede l’opposto. I dubbi aumentano, i reparti si scollano, e ogni partita sembra un esperimento finito male. Gli va riconosciuto il mestiere e il curriculum, ma i curriculum non fanno punti. Quando un’idea non passa più alla squadra, e questo si vede in campo con una chiarezza imbarazzante, il passo di lato non è una resa: è un atto di responsabilità.

Poi c’è il resto, che forse è la parte più grave. Quando nel gruppo c’è chi, come Bremer, sente il bisogno di attaccare i propri compagni, vuol dire che lo spogliatoio ha smesso di funzionare come un blocco. Si può avere ragione sul merito e torto sul modo: i panni sporchi si lavano dentro, e soprattutto lo si fa quando si è parte della soluzione, non del rumore. Una squadra che si divide sotto il peso di una sconfitta è una squadra che ha già smesso di lottare insieme.E la società? Il silenzio. Il solito silenzio che a Torino chiamano stile e che oggi somiglia tanto a un vuoto. Un silenzio che lascia il campo libero alle dichiarazioni del post partita, spesso peggiori della sconfitta stessa: parole che non spiegano, non guidano, non rassicurano. Quando chi dovrebbe dare la linea non la dà, la linea la fanno gli altri. E non è mai quella giusta.Adesso la dirigenza deve scegliere, e in fretta. Può accompagnare questa stagione verso una lenta agonia, tra alibi, rinvii e “serve tempo”. Oppure può ammettere che la barca fa acqua da ogni parte e provare davvero a tirarla su. Non si fa con i comunicati. Si fa con una decisione.

Dispiace dirlo, perché le soluzioni facili non esistono. Ma oggi serve uno shock. Uno scossone vero, che svegli squadra, ambiente e società. E quello shock ha un nome e un cognome: Antonio Conte.Non perché sia un santo, né perché sia una formula magica. Ma perché la Juve di oggi ha bisogno esattamente di ciò che lui incarna: ordine, fame, intensità, una squadra che sa cosa vuole e che non si presenta in campo a fare da spettatrice. Il resto sono sfumature. Qui o si cambia, o si muore piano.