Conte o Mancini? La differenza è un'altra: stavolta l'Italia ha bisogno di un progetto che arrivi fino al 2030
Nei giorni scorsi (Clicca sul link) abbiamo spiegato perché Roberto Mancini, al netto degli errori commessi e della discussa scelta di lasciare la Nazionale per l'Arabia Saudita, avrebbe potuto rappresentare una soluzione di continuità. Un commissario tecnico che conosceva già il gruppo, il lavoro federale e che aveva provato a costruire un percorso puntando anche sui giovani.
Oggi, però, tutto sembra portare verso Antonio Conte. Una scelta che, per certi versi, convince ancora di più. A una condizione: che questa volta non sia una parentesi di due anni, ma l'inizio di un vero progetto.
Per capire perché il nome di Conte entusiasmi ancora così tanto basta tornare all'Europeo 2016. L'Italia arrivava dal fallimento del Mondiale 2014. La qualità tecnica della rosa era lontana da quella delle grandi Nazionali del passato, eppure Conte riuscì a costruire qualcosa che andava oltre il valore dei singoli. Costruì un gruppo, un'identità, una squadra che correva più degli avversari e che riusciva a sopperire ai propri limiti con organizzazione, intensità e spirito di sacrificio.
Basta rileggere la formazione schierata contro la Germania nei quarti di finale: Buffon; Barzagli, Bonucci e Chiellini; Florenzi, Sturaro, Parolo, Giaccherini, De Sciglio; Éder e Pellè.
Sulla carta sembrava una squadra destinata a soffrire contro i campioni del mondo in carica. In realtà quella Germania fu trascinata fino ai calci di rigore, al termine di una partita che ancora oggi viene ricordata come una delle migliori interpretazioni tattiche della Nazionale negli ultimi vent'anni.
E c'è un particolare che racconta molto bene il lavoro di Conte. L'ossatura di quella squadra era costruita attorno al blocco della Juventus: Buffon, Barzagli, Bonucci, Chiellini e Sturaro erano titolari, mentre Giaccherini, pur non vestendo più il bianconero, era cresciuto proprio in quel gruppo. Conte prese la mentalità vincente costruita a Torino e riuscì a trasferirla alla Nazionale, creando un'identità che andava oltre il valore tecnico della rosa.
Forse è proprio questo l'aspetto che oggi merita una riflessione.
Col senno di poi, l'addio di Conte dopo quell'Europeo assume un peso diverso. Il commissario tecnico era riuscito a mascherare limiti tecnici evidenti attraverso il lavoro quotidiano, la forza del gruppo e una precisa organizzazione tattica. Quando lasciò la panchina azzurra, quella struttura venne meno. Arrivò Giampiero Ventura e, appena un anno dopo, l'Italia mancò la qualificazione al Mondiale 2018 contro la Svezia.
Nessuno può sapere se con Conte sarebbe andata diversamente. Sarebbe soltanto un esercizio di fantasia. Ma è difficile non chiedersi cosa sarebbe successo se quel progetto fosse proseguito almeno fino ai Mondiali di Russia.
Anche Roberto Mancini, qualche anno dopo, aveva provato a costruire un percorso. Lo aveva fatto vincendo l'Europeo 2021 e cercando di allargare il bacino della Nazionale, inserendo progressivamente nuovi giocatori. Poi arrivarono la clamorosa eliminazione contro la Macedonia del Nord nei playoff mondiali e, successivamente, la scelta di accettare la ricca offerta dell'Arabia Saudita, interrompendo un progetto che, nel bene e nel male, aveva comunque una visione.
Ed è proprio qui che nasce il vero punto della riflessione.
Antonio Conte è probabilmente il miglior allenatore italiano quando si tratta di incidere nell'immediato. La sua carriera racconta questo. Squadre organizzate, mentalità vincente, risultati quasi immediati. Ma racconta anche altro: raramente i suoi progetti superano i due o tre anni. Per scelta personale, per nuovi stimoli o semplicemente perché il suo modo di vivere il calcio richiede un'intensità difficile da sostenere troppo a lungo.
Ecco perché, se davvero la FIGC gli proporrà un contratto fino al Mondiale 2030, quella sarà probabilmente la notizia più importante. Non tanto il nome di Conte, quanto la volontà di costruire finalmente un ciclo.
L'Italia non ha bisogno soltanto di qualificarsi al prossimo Europeo o al prossimo Mondiale. Ha bisogno di evitare che, ancora una volta, un progetto venga interrotto proprio nel momento in cui dovrebbe consolidarsi. Perché il rilancio della Nazionale passa certamente dal commissario tecnico, ma passa soprattutto dalla continuità.
Nel frattempo, come abbiamo scritto nei giorni scorsi analizzando lo stato del calcio italiano, il lavoro da fare resta enorme: infrastrutture, vivai, riforme e organizzazione del sistema. La scelta del commissario tecnico rappresenta soltanto uno dei tasselli di un progetto molto più ampio, che dovrà riportare l'Italia stabilmente ai vertici del calcio mondiale.
Se sarà davvero Antonio Conte, allora la speranza è una sola: che questa volta la sua avventura in azzurro non finisca dopo un Europeo, come accadde nel 2016, ma accompagni la Nazionale almeno fino al Mondiale 2030, che si giocherà tra Spagna, Portogallo e Marocco. Solo allora si potrà davvero dire che il calcio italiano avrà imparato dai propri errori e avrà finalmente scelto di costruire un progetto, anziché rincorrere l'emergenza del momento.
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