Dalla struttura della Juventus a un modello federale: come ricostruire il calcio italiano
La terza esclusione consecutiva della Nazionale Italiana dal Mondiale non è un incidente. È la conseguenza di un sistema che da anni non riesce più a produrre talento in modo strutturato.
Per capirlo, basta guardare cosa succede fuori dai confini italiani.
In Germania la federazione ha costruito nel tempo un modello strutturato, sostenuto anche da club di altissimo livello come il Bayern Monaco, che rappresentano eccellenze per infrastrutture e sviluppo giovanile all’interno di un sistema coordinato. In Francia esistono accademie federali d’élite, dove i migliori giovani vengono formati direttamente. In Belgio è stata creata una metodologia unica nazionale, applicata a tutti i livelli.
Anche dove il sistema è meno centralizzato, come in Olanda, esiste comunque un’identità tecnica forte e condivisa, che permette ai giocatori di crescere con principi chiari.
Un elemento distintivo emerge chiaramente osservando la Spagna, dove la La Liga presenta una percentuale molto elevata di calciatori nazionali rispetto agli altri grandi campionati europei. Un dato che amplia il bacino di selezione e contribuisce alla costruzione di una Nazionale ricca, profonda e competitiva.
Alla base c’è il lavoro sulla cantera, un concetto radicato nella cultura calcistica spagnola: i club investono in modo strutturato sulla formazione dei giovani, seguendo linee tecniche condivise anche a livello federale. Non è un sistema centralizzato come in altri Paesi, ma un modello diffuso, in cui la qualità dell’insegnamento e la continuità del percorso permettono ai talenti di crescere e affermarsi direttamente nel proprio campionato.
Anche l’Inghilterra, pur con una Premier League fortemente internazionale, ha costruito negli anni un sistema efficace attraverso investimenti nei settori giovanili e regole che incentivano lo sviluppo dei talenti locali, mantenendo una Nazionale stabilmente competitiva.
In tutti questi casi una cosa non cambia: esiste una direzione.
In Italia no.
I Centri Federali Territoriali della FIGC rappresentano un primo passo, ma non bastano. Sono momenti di allenamento, non un percorso continuo. Non incidono davvero sulla crescita quotidiana dei ragazzi.
Il sistema resta nelle mani dei club, senza una linea comune realmente vincolante.
Eppure, esempi virtuosi non mancano.
La Juventus, negli ultimi anni, ha costruito una struttura moderna e articolata, sviluppando un modello che parte dal settore giovanile, si estende a livello internazionale e si completa con il progetto Next Gen, creando un collegamento diretto con il calcio professionistico.
Il simbolo è Kenan Yildiz, oggi numero 10 bianconero: prelevato dal Bayern Monaco, inserito direttamente nell’Under 19, passato per la Next Gen e arrivato fino alla prima squadra.
Un percorso che ha coinvolto anche altri profili, solo per citarne alcuni: Fabio Miretti, Nicolò Fagioli (Fiorentina), Matías Soulé (Roma), Radu Dragusin (Tottenham), Koni De Winter(Milan), Motta (Lazio).
È la dimostrazione che un percorso strutturato, se sostenuto e valorizzato, può trasformare il talento in giocatori pronti per il calcio dei grandi.
Molti osservatori lo ripetono da anni: il calcio italiano non è povero di talento, ma di opportunità. I ragazzi crescono, ma faticano ad arrivare in prima squadra, a giocare con continuità, a sbagliare e migliorare.
Ed è qui che il sistema si inceppa.
Perché accanto a realtà virtuose, esiste anche una percezione diffusa, difficile da ignorare, secondo cui non sempre il percorso dei giovani è esclusivamente meritocratico: dinamiche, pressioni e interessi che rischiano, in alcuni contesti, di allontanare il focus dalla crescita tecnica pura.
Perché i club professionistici, anche quelli più virtuosi, ragionano inevitabilmente su scala globale. Realtà come la stessa Juventus o l’Atalanta selezionano giovani da tutto il mondo e li inseriscono nei propri percorsi.
È una logica corretta, ma diversa: non può essere orientata esclusivamente alla crescita del talento italiano.
Ed è per questo che serve una visione dall’alto.
In questo contesto si inseriscono anche le parole dell’ex presidente federale Gabriele Gravina, dimessosi da poche ore dalla FIGC, che aveva sottolineato come la Nazionale fosse lo specchio della Serie A e come, a differenza di altri sport considerati più dilettantistici o di sistema, nel calcio sia più difficile intervenire direttamente.
Un’analisi che può avere una base reale, ma che non esaurisce il problema.
Perché esistono esempi, anche in Italia, che dimostrano il contrario.
Nella pallavolo, il progetto Club Italia rappresenta da anni un punto di riferimento: un percorso federale dedicato alla crescita dei giovani talenti, inseriti in un contesto tecnico e competitivo controllato.
I risultati sono evidenti: la Nazionale maschile è campione del mondo, mentre quella femminile ha conquistato Europei, Mondiali e il titolo di campione olimpico.
Molti dei protagonisti di questo ciclo sono cresciuti proprio all’interno del sistema federale: nel femminile spicca il caso di Paola Egonu, insieme a giocatrici come Myriam Sylla e Cristina Chirichella. Anche nel maschile, giocatori come Simone Giannelli e Alessandro Michieletto rappresentano il risultato di un percorso strutturato.
Il principio è chiaro: la formazione federale non sostituisce i club, ma li integra e li rafforza.
Ed è da qui che nasce una possibile direzione anche per il calcio.
Immaginare un modello federale che prenda il meglio delle strutture dei club e lo estenda su scala nazionale.
Una rete di centri tecnici federali distribuiti su base regionale, capaci di diventare veri e propri poli di formazione continua.
Selezioni meritocratiche, accesso gratuito per i ragazzi più meritevoli, integrazione con il percorso scolastico, strutture organizzate anche con convitti e supporto educativo.
Un investimento reale, non solo tecnico ma anche umano.
Un sistema in cui la FIGC possa anche fornire linee guida chiare ai settori giovanili dei club: metodologie di allenamento, sviluppo tecnico, centralità del gesto e della crescita individuale.
E, soprattutto, un sistema che possa offrire un passaggio concreto verso il calcio professionistico.
Perché allora non immaginare anche una squadra federale inserita stabilmente in un campionato come la Serie C, seguendo un modello simile a quello della Juventus Next Gen?
Un ambiente controllato, competitivo, dove i migliori giovani possano confrontarsi con il calcio vero, crescere e arrivare pronti al salto.
Non sarebbe una rivoluzione.
Sarebbe una scelta di struttura.
Perché oggi il problema del calcio italiano non è la mancanza di idee.
È la mancanza di un sistema capace di sostenerle.
E forse è proprio da qui che bisogna ripartire.
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