Gianni Agnelli, l’uomo che trasformò la Juve in leggenda
Ci sono uomini che diventano icone loro malgrado, e altri che restano icone anche quando il mondo sembra aver smesso di guardarli. Gianni Agnelli appartiene alla seconda specie. Non perché fosse perfetto – chi lo è mai stato? – ma perché era riconoscibile, immediato, impossibile da confondere. Nel calcio di oggi, e in un Paese che cambia pelle ogni stagione, essere riconoscibili è già una forma di eternità.
Ventitré anni da quel 24 gennaio 2003. La Juventus ricorda l’Avvocato con una frase semplice: “La passione non cambia e non invecchia”. È vero. Ma non invecchia solo la passione. Non invecchia nemmeno uno stile, quando lo vivi e non lo reciti. Gianni Agnelli non è stato soltanto il presidente più rappresentativo della Juventus. È stato l’idea di vincere senza urla, di esserci nei momenti che contano, di tenere sempre un passo di distanza dai clamori. Non sempre amato, spesso invidiato, mai ignorabile.
Dire Juventus e dire Agnelli è diventato automatico. Prima cultura, poi sport. Ha dato alla squadra un DNA, una postura, un linguaggio. Le società, come le persone, vivono di postura e linguaggio prima ancora che di risultati. Oggi, in un calcio urlato e iper-mediatico, il suo nome resta termine di paragone. Non nostalgia, assenza. Ciò che manca si nota più di ciò che c’è. Quella miscela di potere e understatement, vittoria e silenzio, autorità, stile e discrezione: l’Avvocato la praticava senza bisogno di spiegazioni.
Ventitré anni dopo, la Juventus richiama quei valori. Non sempre ci riesce, non sempre, forse, li onora fino in fondo. Ma sa che esistono. E già questo è molto. Per tutti era l’Avvocato. Per la Juventus è stato grammatica, identità. Allenatori, dirigenti, giocatori, epoche: tutto cambia. Ma quando dici Juventus, prima o poi torni sempre lì. A Gianni Agnelli. E questo significa non essere mai davvero scomparsi.
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