Gravina spiega la crisi del calcio italiano. Ma tra soldi e contraddizioni manca il punto centrale

Gravina spiega la crisi del calcio italiano. Ma tra soldi e contraddizioni manca il punto centraleTUTTOmercatoWEB.com
© foto di www.imagephotoagency.it
Ieri alle 23:20Primo piano
di Nerino Stravato

Gravina spiega la crisi del calcio italiano. Ma tra soldi e contraddizioni manca il punto centrale

Le dichiarazioni del presidente dimissionario della FIGC Gabriele Gravina provano a fare chiarezza sulla crisi del calcio italiano, elencando problemi e indicando possibili soluzioni.

Un’analisi articolata, che però, letta punto per punto, mostra un limite evidente: tutto sembra ricondotto a una questione economica, mentre il nodo strutturale e tecnico resta sullo sfondo.

Seguendo proprio i passaggi indicati da Gravina, è possibile analizzare nel dettaglio ciò che non torna.

“Troppi pochi italiani e giovani”

Il problema è reale. La presenza di giovani italiani nelle prime squadre è in calo e il bacino fatica ad alimentare il sistema.

Ma il punto centrale è un altro: in Italia non esiste alcuna regola strutturale che la FIGC imponga ai club per favorire davvero lo sviluppo dei giovani.

Anni di immobilismo hanno prodotto un effetto evidente: un bacino di giocatori italiani non sufficientemente formato per competere ad alto livello. E quando la qualità manca, i club – orientati al risultato immediato – cercano soluzioni all’estero.

Con risorse inferiori rispetto ai top campionati, però, le società italiane non riescono ad acquistare i migliori talenti, finendo per inseguire un modello che altri possono sostenere meglio.

Il confronto è chiaro: in Spagna esiste una forte cultura della cantera, mentre la Francia continua a esprimere una Nazionale tra le più ricche di talento al mondo grazie a un sistema strutturato.

In Italia il problema non è la mancanza di talento, ma l’assenza di un sistema che lo sviluppi davvero.

“Troppi stranieri in campo”

Il dato è corretto, ma rischia di essere fuorviante.

La Premier League è uno dei campionati con più stranieri, eppure l’Inghilterra produce talenti di altissimo livello e resta competitiva.

Giocatori come Jude Bellingham, Cole Palmer, Phil Foden, Bukayo Saka, Anthony Gordon, Declan Rice e Harry Kane dimostrano che il problema non è quanti stranieri giocano, ma quanto è efficace il sistema di formazione dei giovani.

Gli stranieri non sono la causa, ma una conseguenza.

“Servono più investimenti nei settori giovanili”

Il tema economico viene posto al centro. Ma i numeri raccontano una realtà più complessa.

Il bilancio FIGC 2024 si attesta intorno ai 220 milioni di euro, distribuiti tra macchina federale, Nazionali, struttura organizzativa e sistema arbitrale.

Tra le voci più rilevanti figurano circa 50 milioni di euro destinati all’AIA.

La formazione giovanile, invece, non emerge come priorità centrale.

Il confronto è significativo: la Spagna supera i 390 milioni e investe una quota più alta nello sviluppo, mentre la Francia, con risorse simili, ha costruito un sistema federale strutturato. In Germania la formazione è integrata e obbligatoria tra federazione e club.

La differenza non è solo nei numeri, ma nella loro destinazione.

“Sistema economicamente insostenibile”

La difficoltà economica viene indicata come una causa della dipendenza dal mercato estero.

Ma un sistema diventa insostenibile quando si permette che lo diventi.

La FIGC dovrebbe imporre regole chiare: non si può spendere più di quanto si incassa. Serve un controllo rigoroso e continuo sui bilanci dei club.

Negli anni, invece, si è spesso inseguito il risultato immediato, anche oltre le possibilità reali.

Il confronto con realtà come Croazia, Belgio, Olanda e Portogallo dimostra che, anche con risorse inferiori, è possibile costruire sistemi più equilibrati e capaci di esprimere Nazionali competitive.

La differenza sta nella capacità di governare il sistema, non nel subirlo.

“Gap infrastrutturale”

Il ritardo sugli stadi italiani è reale. Ma anche qui manca una direzione.

Una federazione forte dovrebbe imporre standard chiari e vincolanti: per partecipare ai campionati servono infrastrutture adeguate.

Senza obblighi concreti, i club continueranno a rimandare investimenti che non portano benefici immediati.

Il confronto con l’Inghilterra è emblematico. Dopo i problemi degli anni ’80 e ’90 legati agli hooligans, il sistema ha scelto una linea dura, anche con l’intervento della politica. Quelle decisioni hanno portato a una trasformazione profonda: sicurezza, qualità degli impianti e spettacolarità sono diventati punti di forza del calcio inglese.

Oggi la differenza è evidente, ma nasce da una scelta strutturale e da una direzione chiara.

“Difficoltà nel fare sistema”

La mancanza di collaborazione tra le leghe viene indicata come un limite.

Ma una federazione non può limitarsi a mediare. Deve guidare.

La FIGC deve imporre una direzione, anche con decisioni difficili.

La situazione della Serie C, con tre gironi, fallimenti e penalizzazioni, è il simbolo di un sistema che da anni necessita di una riforma mai attuata.

Senza leadership, il rischio è quello di un sistema che perde competitività e credibilità.

Le soluzioni: più risorse, ma senza progetto

Le proposte avanzate seguono una linea chiara: aumentare le entrate.

Betting, pubblicità sulle scommesse, Decreto Crescita, crediti d’imposta.

Ma manca una domanda fondamentale: per fare cosa?

Il Decreto Crescita incentiva l’arrivo di calciatori stranieri, andando in direzione opposta rispetto ai problemi evidenziati.

Il credito d’imposta per i giovani è un aiuto, ma non una riforma strutturale.

Il rischio è che più risorse alimentino lo stesso sistema, senza cambiarlo.

L’obiettivo sportivo: il grande assente

Ed è qui che emerge il vero nodo.

L’obiettivo della FIGC non può essere solo quello di sostenere il sistema o aumentare i ricavi.

L’obiettivo sportivo deve essere costruire una Nazionale italiana forte.

Creare un bacino ampio di giovani italiani significa rafforzare la Nazionale, ma anche generare valore per i club.

Investire nei settori giovanili non è un costo, ma un investimento sul futuro tecnico ed economico del calcio italiano.

Il calcio italiano oggi conosce i propri problemi. Ma continua a cercare soluzioni nei numeri.

E senza una visione tecnica chiara, i numeri da soli non bastano.