Grazia negata a Kalulu e il paradosso della sportività: il segnale che il sistema non manda
Il ricorso è stato respinto e la squalifica resta. Pierre Kalulu non sarà a disposizione contro il Como. Era lo scenario più prevedibile sul piano formale, ma la scelta della Juventus di percorrere comunque tutte le strade possibili non è stata una semplice difesa del proprio giocatore.
È stata una presa di posizione.
Perché il punto non era soltanto una giornata di stop. Il punto era il principio.
Dopo Inter-Juventus si è parlato dell’errore arbitrale, del limite del protocollo VAR che non può intervenire sulle ammonizioni, della qualità della classe arbitrale e della necessità di riforme regolamentari. Temi reali, ma destinati a restare sospesi se non accompagnati da segnali concreti.
La richiesta bianconera andava letta proprio in questa direzione: trasformare un torto riconosciuto in un’occasione per affermare un valore sportivo.
Non per riscrivere il regolamento, ma per colmare un vuoto in attesa che quel regolamento venga aggiornato.
Perché il paradosso di Bastoni-Kalulu non si ferma all’espulsione del difensore bianconero. Si allarga a ciò che non può accadere per regolamento.
L’episodio, infatti, non è sanzionabile con la prova tv. L’articolo 61 del Codice di Giustizia Sportiva consente l’intervento del giudice solo in presenza di una simulazione che porti a un calcio di rigore o a un’espulsione diretta dell’avversario. In questo caso, invece, il rosso arriva per doppia ammonizione: una differenza formale che basta a impedire qualsiasi intervento successivo.
E così nasce il cortocircuito.
Un giocatore espulso per un fallo inesistente resta squalificato.
Un giocatore che simula, trae un vantaggio enorme per la propria squadra e poi esulta per l’espulsione dell’avversario non va incontro ad alcuna sanzione.
Tutto regolare per il codice.
Ma profondamente contraddittorio sul piano della sportività.
Ed è proprio qui che la richiesta di grazia assume un significato diverso.
Non si trattava solo di restituire Kalulu alla Juventus, ma di dare un segnale in un contesto in cui il regolamento, da solo, non riesce a tutelare il principio di correttezza sportiva.
Il precedente del 2023 con la grazia concessa a Romelu Lukaku, dopo l’espulsione nella semifinale di Coppa Italia tra Juventus e Inter, dimostra che lo spazio per un intervento straordinario esiste. In quel caso si scelse di andare oltre la norma per difendere un valore superiore, quello della lotta al razzismo, dopo i cori provenienti da una parte dello stadio.
Situazioni diverse sul piano umano e sociale, impossibili da sovrapporre, ma con un punto di contatto sul terreno del messaggio sportivo.
Perché anche in questo caso si era davanti a un episodio che ha fatto il giro del mondo, che ha inciso in maniera determinante su una partita simbolo del campionato e che ha acceso un dibattito sulla correttezza sportiva e sui limiti delle norme attuali.
Si poteva scegliere di intervenire in modo straordinario, accompagnando la decisione con una presa di posizione forte sul tema delle simulazioni e sulla necessità di aggiornare il regolamento.
Si poteva, allo stesso modo, valutare in via eccezionale anche il comportamento antisportivo che ha generato l’errore.
Non è stato fatto.
E così il messaggio che passa è un altro.
Che l’errore riconosciuto resta senza conseguenze.
Che l’antisportività evidente non apre nemmeno a una riflessione straordinaria.
Che il regolamento, anche quando mostra i suoi limiti, resta un confine invalicabile.
In un momento in cui si parla di professionismo arbitrale, di modifica del VAR e di uniformità dei criteri, questa poteva essere l’occasione per anticipare il cambiamento con un atto simbolico.
Non è successo.
La Juventus, con la sua richiesta, ha portato il tema fuori dalla singola partita e dentro una discussione più ampia sulla credibilità del sistema.
Non ha ottenuto la grazia.
Ma ha reso evidente il paradosso.
Ed è proprio questo, oggi, il punto che resta.
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