Spalletti, il messaggio nascosto su Openda: perché oggi è dietro a David e persino a McKennie
Le parole di Luciano Spalletti in conferenza stampa sull’impiego di Openda sono state morbide nei toni ma molto chiare nei contenuti. L’allenatore bianconero non ha mai messo in discussione pubblicamente il valore del giocatore, ma le scelte di campo raccontano una gerarchia precisa: oggi, nella Juventus, il riferimento offensivo è Jonathan David, mentre l’attaccante olandese fatica ancora a trovare una collocazione reale dentro i principi di gioco.
Il tema non è solo legato ai numeri, ma soprattutto alla compatibilità con l’idea di calcio di Spalletti. La Juventus è una squadra che vive stabilmente nella metà campo avversaria, che costruisce attraverso il palleggio corto, l’occupazione dei mezzi spazi e la continua ricerca di connessioni tra i reparti. In questo contesto serve un centravanti capace di giocare spalle alla porta, di dialogare nello stretto e di creare spazi per gli inserimenti dei centrocampisti. È esattamente ciò che sta facendo David, anche nelle serate meno brillanti dal punto di vista realizzativo.
Il canadese ha messo insieme 34 presenze con 7 gol e 5 assist, numeri costruiti soprattutto grazie a un utilizzo continuo dal primo minuto e alla sua capacità di essere funzionale alla manovra offensiva. Anche lui ha attraversato momenti complicati – su tutti il rigore sbagliato contro il Lecce che avrebbe potuto regalare due punti in più alla Juventus – ma dentro il gioco resta un riferimento per fraseggio, smarcamenti e connessioni tra i reparti. La sua mobilità consente a giocatori come McKennie di attaccare l’area e ai trequartisti di trovare linee di passaggio pulite.
Discorso diverso per Openda, fermo a 30 presenze complessive e appena 2 gol, spesso con spezzoni a gara in corso e poche vere occasioni da titolare. Il problema non è soltanto quantitativo ma tattico. Le sue caratteristiche sono quelle di un attaccante che rende al massimo quando può attaccare la profondità e correre negli spazi aperti. In una Juventus che tiene il baricentro alto e trova raramente campo da aggredire alle spalle della linea difensiva avversaria, queste qualità finiscono per restare inespresse.
Non è un caso che, nelle partite più complesse, Spalletti abbia preferito soluzioni alternative, arrivando persino a schierare McKennie da centravanti pur di mantenere equilibrio nelle due fasi e continuità nel palleggio. È una scelta che pesa nelle valutazioni e che racconta meglio di qualsiasi dichiarazione la considerazione attuale dell’olandese nelle rotazioni offensive.
Il dato sulle presenze conferma la sensazione visiva: l’attaccante è stato utilizzato spesso negli ultimi minuti di gara, quando la squadra ha bisogno di riempire l’area o di aumentare il peso offensivo, ma raramente come punto di riferimento strutturale del sistema. In questo modo, però, diventa difficile entrare in ritmo e acquisire fiducia, e il rischio è quello di apparire sempre più un corpo estraneo rispetto al resto della manovra.
La situazione potrebbe cambiare con il rientro di Vlahovic, che riporterebbe una gerarchia più definita nel ruolo di centravanti. In quel caso Openda scivolerebbe inevitabilmente nella posizione di terza punta, scenario impensabile a inizio stagione per un investimento importante fatto in estate dalla società.
Per questo le parole di Spalletti vanno lette anche in chiave progettuale. L’allenatore continua a lavorare per valorizzare le caratteristiche di tutti, ma allo stesso tempo ribadisce un concetto chiave: nella sua idea di calcio il centravanti non è solo il finalizzatore dell’azione, è il primo costruttore del gioco offensivo. Finché Openda non riuscirà a incidere in questa fase, il suo spazio resterà inevitabilmente limitato.
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