Il calcio italiano cambia faccia, ma non il sistema: tra candidature FIGC, caos arbitri e gestione improvvisata
Le candidature di Giovanni Malagò e Giancarlo Abete alla presidenza della FIGC sono ormai ufficiali. E con la loro ufficializzazione sembra definitivamente tramontata anche l’ipotesi del commissariamento federale che, nelle ultime settimane, era stata evocata come possibile soluzione straordinaria per provare a rimettere ordine nel calcio italiano.
Alla fine, invece, il sistema ha scelto di restare dentro sé stesso.
Da una parte Malagò, uomo delle istituzioni sportive e del CONI. Dall’altra Abete, espressione di una continuità federale che inevitabilmente richiama il percorso già vissuto negli ultimi anni con Gravina, anche lui proveniente dalla Lega Nazionale Dilettanti.
Ed è proprio questa la sensazione che accompagna oggi il calcio italiano: più che l’idea di una rivoluzione, sembra quella di una nuova redistribuzione degli equilibri.
Perché mentre si definiscono le candidature per la guida della FIGC, il sistema continua a vivere una delle fasi più caotiche degli ultimi anni.
Il caso arbitri resta apertissimo. Le indagini della Procura di Milano stanno cercando di fare chiarezza su un sistema che, al di là delle responsabilità penali che eventualmente verranno accertate, ha già prodotto un danno enorme dal punto di vista della credibilità.
Le audizioni si sono concluse senza nuovi indagati, ma le ombre restano. E la sensazione sempre più concreta è che possa arrivare un commissariamento dell’AIA.
Ed è un dettaglio che pesa.
Perché mentre la FIGC evita il commissariamento, il settore arbitrale rischia invece di finirci dentro. Come se il sistema stesse provando a isolare il problema senza affrontarlo davvero nella sua totalità.
Ma il punto è proprio questo: il calcio italiano oggi sembra intervenire sempre sulle emergenze, mai sulle cause.
E la fotografia più chiara di questa situazione arriva forse proprio dalle ultime ore.
Il caos sulla gestione delle partite decisive per la corsa Champions è l’ennesimo segnale di un sistema che continua a muoversi in modo improvvisato.
Da giorni va avanti il braccio di ferro tra Lega Serie A e prefettura sulla gestione del derby e delle altre gare decisive per la corsa europea. Il presidente della Lega Serie A, Simonelli, aveva aperto alla possibilità di anticipare le partite a domenica alle 12, contestando apertamente la decisione del prefetto di mantenere il derby e le altre gare coinvolte nella contemporaneità a lunedì sera per motivi di ordine pubblico legati alla concomitanza con la finale degli Internazionali d’Italia.
Nelle ultime ore, dopo il ricorso e anche dopo il pronunciamento del TAR, che di fatto ha invitato le parti a trovare una soluzione condivisa senza entrare direttamente nel merito della decisione, sembra essersi arrivati all’accordo per disputare le gare domenica alle ore 12, compreso il derby tra Roma e Lazio.
Ma il punto resta.
Perché al di là della soluzione trovata, è difficile non vedere l’improvvisazione che ha accompagnato tutta questa vicenda. Arrivare a giovedì sera, con partite decisive previste per domenica, senza avere ancora certezze definitive su date e orari, è qualcosa che un sistema organizzato non dovrebbe permettersi.
E qui emerge un altro tema enorme.
Perché la contemporaneità tra eventi di questa portata non può essere scoperta all’ultimo momento. Il Centrale del Foro Italico e lo Stadio Olimpico sono praticamente uno accanto all’altro, e l’eventualità che Roma o Lazio potessero arrivare a giocarsi partite decisive in contemporanea con gli Internazionali era uno scenario assolutamente prevedibile.
Per questo motivo, il fatto che si sia parlato di una situazione “non prevista” non può essere considerato accettabile a livello organizzativo. Quando si costruiscono calendari e si pianificano eventi di questa importanza, bisogna prevedere anche gli scenari potenzialmente più delicati, soprattutto dal punto di vista della sicurezza e dell’ordine pubblico.
Ancora di più considerando che si parla di partite delicatissime dal punto di vista della gestione del traffico, degli spostamenti e della sicurezza cittadina.
Invece il sistema è arrivato impreparato anche qui.
Tifosi con viaggi prenotati, trasferte organizzate, alberghi, treni, spostamenti: tutto rimesso in discussione nel giro di poche ore.
E il punto non è solo il disagio.
È la sensazione di superficialità.
Perché in un momento in cui il calcio italiano avrebbe bisogno di recuperare credibilità, organizzazione e autorevolezza, continua invece a trasmettere l’idea di un sistema che rincorre continuamente gli eventi.
Nel frattempo il mondo attorno cambia.
Il tennis italiano vive uno dei momenti più alti della sua storia recente, trascinato da Jannik Sinner e anche dall’entusiasmo creato dal percorso di Luciano Darderi agli Internazionali d’Italia. Proprio ieri sera, dopo la finale di Coppa Italia disputata all’Olimpico, il Foro Italico ha ospitato il quarto di finale che ha portato Darderi in semifinale.
E forse anche questo è un segnale.
Perché mentre altri sport crescono, si strutturano e si organizzano, il calcio italiano continua a vivere dentro le proprie contraddizioni.
Le candidature di Malagò e Abete rappresentano certamente due visioni diverse sotto alcuni aspetti. Ma la domanda vera è un’altra.
Esiste davvero oggi la volontà di cambiare il sistema calcio italiano?
Perché la sensazione è che si continui semplicemente a spostare uomini e ruoli, senza intervenire sui meccanismi che da anni producono sempre gli stessi problemi.
E allora il rischio è evidente.
Che anche questa fase finisca per trasformarsi nell’ennesimo cambio di facciata. Una nuova distribuzione delle poltrone, senza una reale riforma strutturale.
Ed è forse questo il punto più preoccupante.
Perché il calcio italiano non sembra più avere qualcuno disposto a spingere davvero sull’acceleratore per cambiarlo.
Sembra semplicemente cercare il modo di sopravvivere a sé stesso.
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