Juve, il disastro è totale: Spalletti dubita dei suoi giocatori, manca tutto

Juve, il disastro è totale: Spalletti dubita dei suoi giocatori, manca tuttoTUTTOmercatoWEB.com
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di Nerino Stravato

Ci sono sconfitte che fanno male per il risultato e altre che lasciano interrogativi molto più profondi. Il 2-0 subito dalla Juventus contro il Genoa appartiene alla seconda categoria. Perché a Marassi non è mancato soltanto il gioco, non sono emersi esclusivamente i limiti tecnici di una squadra che continua a faticare. È mancato soprattutto l'atteggiamento, quella componente caratteriale che dovrebbe permettere anche a una formazione in difficoltà di restare in partita, lottare su ogni pallone e reagire alle avversità. La Juventus, invece, ha dato l'impressione di essere una squadra smarrita, incapace di opporsi con convinzione a un avversario che ha saputo sfruttare le sue debolezze.

La sconfitta arriva appena pochi giorni dopo il 2-0 conquistato a Lecce, una vittoria che sembrava aver restituito un minimo di solidità alla squadra di Luciano Spalletti. La trasferta di Genova ha però riportato a galla problemi che non possono essere cancellati da un singolo risultato positivo. Il Genoa ha avuto più determinazione nei duelli, maggiore convinzione nei contrasti e una capacità di aggredire la partita che alla Juventus è mancata quasi completamente. Una differenza ancora più preoccupante se si considera il divario tecnico ed economico tra le due rose.

Non è necessario costruire una complessa analisi tattica per capire che cosa non abbia funzionato. Il modulo può essere discusso, così come le scelte dell'allenatore e il rendimento dei singoli, ma prima di tutto c'è una questione che riguarda la disponibilità a lottare. E quando una squadra che dovrebbe competere per le posizioni più importanti del campionato appare meno determinata di un avversario che parte con obiettivi differenti, il problema diventa strutturale.

Il Genoa lotta, la Juventus subisce: la differenza è nei duelli

La partita ha raccontato due atteggiamenti opposti. Il Genoa è sceso in campo con la convinzione di poter mettere in difficoltà la Juventus, aggredendo gli avversari e contendendo ogni pallone. I rossoblù hanno cercato il contatto, hanno accorciato sugli uomini e hanno mostrato quella fame agonistica che spesso permette di colmare anche le differenze tecniche. La squadra di Spalletti, invece, è sembrata troppo spesso attendere le iniziative avversarie, senza riuscire a imporre la propria presenza fisica e mentale.

I numeri confermano almeno in parte questa sensazione. Il Genoa ha vinto 41 duelli contro i 35 della Juventus e ha realizzato 14 contrasti riusciti contro gli 11 bianconeri. Non sono statistiche che, da sole, possono spiegare una partita, ma diventano significative quando si inseriscono in un contesto nel quale la squadra sconfitta non è riuscita a reagire neppure dopo aver incassato il doppio svantaggio.

La differenza non sta nel dover commettere più falli o nel trasformare ogni partita in una battaglia senza regole. Sta nella capacità di arrivare prima sul pallone, di non tirare indietro la gamba nei confronti regolari, di aiutare il compagno in difficoltà e di reagire immediatamente dopo aver perso il possesso. Sono comportamenti che dovrebbero appartenere a qualsiasi squadra professionistica, ma che alla Juventus continuano a manifestarsi in modo troppo discontinuo.

Anche il linguaggio del corpo ha restituito un'impressione preoccupante. Il Genoa ha mostrato giocatori pronti a incoraggiarsi, esultare e combattere su ogni pallone; nella Juventus, al contrario, si sono viste esitazioni, errori accompagnati da poca reazione e un atteggiamento complessivo che ha trasmesso insicurezza. Non si tratta di pretendere di conoscere lo stato d'animo dei singoli, ma di riconoscere ciò che la squadra ha comunicato sul campo: poca convinzione e quasi nessuna capacità di trascinare collettivamente la partita dalla propria parte.

Possesso sterile e poca personalità: nessuno si prende la responsabilità

La Juventus ha avuto il 63% di possesso palla, ha completato più passaggi del Genoa e ha concluso maggiormente verso la porta avversaria. Eppure, il risultato finale è stato un netto 2-0 per i rossoblù. È il paradosso di una squadra che riesce a tenere il pallone senza trasformare il controllo del gioco in un reale dominio della partita.

Il possesso bianconero è apparso spesso sterile, fatto di passaggi che non riuscivano a produrre avanzamenti significativi o a mettere in difficoltà la difesa avversaria. È mancato soprattutto qualcuno capace di rompere gli equilibri con una giocata, di rischiare un passaggio verticale o di tentare un dribbling per creare superiorità numerica. In una squadra in difficoltà, i giocatori tecnicamente più dotati dovrebbero essere proprio quelli chiamati ad assumersi maggiori responsabilità. A Genova, invece, anche chi avrebbe le qualità per inventare qualcosa è sembrato limitarsi troppo spesso al compitino.

Il discorso riguarda anche Douglas Luiz. Il brasiliano dovrebbe rappresentare una risorsa per dare qualità e imprevedibilità alla manovra, ma in una partita del genere non è riuscito a trovare le soluzioni necessarie per cambiare il ritmo e mettere i compagni nelle condizioni migliori. La difficoltà non è soltanto individuale: quando il centrocampo non riesce a trovare linee di passaggio efficaci e gli uomini offensivi non si muovono con sufficiente convinzione, il pallone circola senza che la squadra riesca davvero a progredire.

In questo contesto, l'ingresso di Zhegrova è stato emblematico. Il kosovaro ha sbagliato diverse giocate e ha perso alcuni duelli individuali, ma almeno ha provato a puntare l'avversario, cercando di creare una situazione diversa. Non è stato un ingresso risolutivo e non avrebbe potuto esserlo da solo, ma ha rappresentato uno dei pochi tentativi di uscire da una manovra diventata prevedibile.

La differenza è proprio questa: si può sbagliare una giocata dopo aver provato a creare qualcosa, mentre è molto più difficile cambiare una partita se nessuno si assume il rischio di tentarla. Zhegrova non ha risolto il problema della Juventus, ma ha reso ancora più evidente quanto sia mancata l'iniziativa del collettivo.

Una reazione mai arrivata: la Juventus sembrava aspettare il fischio finale

Il secondo gol del Genoa, arrivato al 28' con Baldanzi, avrebbe dovuto rappresentare un punto di svolta emotivo. La Juventus aveva ancora più di un'ora per rimettere in discussione il risultato e disponeva di qualità sufficienti per provare a riaprire la partita. Invece, la reazione è stata lenta, discontinua e per lunghi tratti priva di una reale convinzione.

Spalletti ha provato a intervenire con i cambi, inserendo Woltemade e Zhegrova già all'intervallo e modificando successivamente uomini e assetto. Il passaggio a una soluzione più offensiva, con due punte centrali, non ha però prodotto la svolta sperata. Kolo Muani ha continuato a faticare nel trovare spazi e a incidere, mentre il centrocampo non è riuscito a sostenere con continuità la pressione offensiva.

Il problema è che la Juventus non ha mai trasmesso la sensazione di poter davvero riaprire la partita. La traversa colpita da Koopmeiners su punizione e le situazioni create nel finale hanno rappresentato le occasioni più significative di una ripresa nella quale la squadra avrebbe dovuto mettere in campo ben altra intensità. Sono arrivati alcuni tentativi, ma non una reazione collettiva proporzionata alla situazione.

Per lunghi tratti, l'impressione è stata che i bianconeri aspettassero semplicemente il fischio finale. Una sensazione particolarmente grave per una squadra che si trovava sotto di due gol e avrebbe dovuto trasformare la necessità di recuperare in una spinta continua. Anche quando il risultato sembra compromesso, la reazione è una questione di credibilità: bisogna dimostrare di voler cambiare le cose, non limitarsi a portare a termine la partita.

Spalletti, le parole più dure: «Bisogna vedere se questi giocatori ce l'hanno questo tutto»

Il passaggio più significativo della serata è arrivato nel dopopartita, quando Luciano Spalletti ha provato a spiegare una prestazione che lo ha lasciato profondamente deluso. L'allenatore ha chiesto scusa ai tifosi e ha riconosciuto le difficoltà della squadra nel confronto fisico e agonistico con il Genoa. Ma è stata una frase pronunciata ai microfoni di DAZN a dare la misura della gravità della situazione.

«Ci abbiamo messo poco di tutto. Bisogna andare a vedere se in questo momento questi giocatori ce l'hanno questo tutto», ha dichiarato il tecnico, aggiungendo la necessità di mettere in campo qualcosa in più, «ammesso che questi giocatori ce l'abbiano».

Parole pesantissime, perché non rappresentano soltanto una critica alla prestazione di Marassi. Spalletti mette in discussione la capacità stessa dei suoi giocatori di fornire quella componente di intensità, lotta e determinazione che considera indispensabile. Il dubbio espresso pubblicamente dall'allenatore è il segnale di una frattura sempre più evidente tra le richieste formulate alla squadra e ciò che la squadra riesce effettivamente a mostrare.

Non possiamo sapere se si tratti di uno sfogo dettato dalla delusione o di una valutazione ormai più profonda. Ma il fatto che un allenatore arrivi a domandarsi se i propri giocatori abbiano dentro di sé ciò che serve per reagire rappresenta un campanello d'allarme enorme. La questione non riguarda più soltanto il modulo, le posizioni in campo o la qualità delle alternative: riguarda la possibilità di ottenere una risposta agonistica da un gruppo che continua a mostrare gli stessi limiti.

Spalletti ha anche sottolineato come il problema dei duelli e dell'intensità venga affrontato da tempo. È proprio questo a rendere la situazione ancora più preoccupante. Se un allenatore individua una criticità, la discute con la squadra e continua a ritrovarla nelle partite successive, diventa inevitabile chiedersi perché il lavoro svolto non produca i cambiamenti attesi. La vittoria di Lecce sembrava aver dato una risposta positiva; la prestazione contro il Genoa ha rimesso tutto in discussione.

McKennie conferma la diagnosi: «La tattica non c'entra quasi niente»

Le dichiarazioni di Weston McKennie dopo la partita vanno nella stessa direzione e rendono ancora più difficile ridurre la sconfitta a una questione esclusivamente tattica. Il centrocampista americano ha riconosciuto che il Genoa ha fatto meglio e che la Juventus deve cambiare atteggiamento, assumendosi le proprie responsabilità.

«La tattica non c'entra quasi niente in queste partite, è solo lottare e voler vincere in queste partite», ha spiegato McKennie. E ancora: «Chi va sul campo deve lottare, deve combattere, deve correre, lasciare tutto sul campo. Il Genoa ha fatto questo bene oggi, noi no».

Il messaggio è inequivocabile. McKennie non nega l'importanza delle indicazioni dell'allenatore, ma sottolinea che alla fine sono i giocatori a doverle tradurre in comportamenti concreti. Bisogna correre per il compagno, vincere i contrasti, fare quei metri in più che permettono alla squadra di non spezzarsi e di restare dentro la partita anche quando le cose non funzionano.

L'americano ha inoltre difeso Spalletti, sostenendo che il tecnico non possa prendersi tutte le colpe per il momento negativo. Un concetto importante, perché sposta l'attenzione sulla responsabilità collettiva. Le indicazioni possono arrivare dalla panchina, ma nessun allenatore può entrare in campo al posto dei suoi giocatori e vincere i duelli al loro posto.

C'è però un aspetto che rende queste parole ancora più pesanti: non è la prima volta che dalla Juventus arriva un richiamo alla necessità di reagire sul piano caratteriale. Dopo la sconfitta contro la Lazio, anche Bremer aveva chiesto ai compagni di assumersi le proprie responsabilità. A distanza di pochi giorni, il messaggio si ripete, ma sul campo non si è vista la risposta necessaria. Quando le stesse richieste vengono formulate dopo sconfitte diverse, il problema non può più essere considerato episodico.

Le responsabilità sono di tutti: anche la società deve interrogarsi

Non sarebbe corretto attribuire ogni colpa a Spalletti, così come sarebbe sbagliato assolverlo da qualsiasi responsabilità. Le scelte dell'allenatore devono essere valutate, perché la Juventus non può continuare a cambiare assetto senza trovare un'identità riconoscibile. Ma la prestazione di Marassi ha mostrato una squadra nella quale troppi giocatori sono rimasti lontani dal livello richiesto, tanto sul piano tecnico quanto su quello agonistico.

Gli errori individuali, la scarsa incisività offensiva, i duelli persi e la mancanza di iniziativa hanno composto un quadro che va oltre la singola scelta tattica. La società deve interrogarsi sulla costruzione della rosa, sulla compatibilità tra le caratteristiche dei giocatori e sulla capacità del gruppo di reggere le pressioni di una stagione nella quale le aspettative sono inevitabilmente elevate. L'allenatore deve trovare le soluzioni, ma i calciatori devono dimostrare di poter rispondere alle richieste. Nessuno può chiamarsi fuori.

La Juventus ha raccolto soltanto 14 punti nelle prime nove giornate e la sconfitta contro il Genoa arriva dopo il successo di Lecce, che sembrava aver offerto un primo segnale di ripartenza. Ora allo Stadium arriverà il Napoli, in una partita che assume un peso enorme per la classifica e per il clima attorno alla squadra.

Ma il problema non è soltanto la posizione in campionato o la distanza dalle prime. Il problema è che questa Juventus non riesce a offrire garanzie nemmeno sul piano dell'atteggiamento. Non si vede una squadra capace di reagire alle difficoltà, non si vede una continuità di rendimento e non si vede, soprattutto, una risposta collettiva quando il risultato diventa sfavorevole. Il rischio è che ogni nuova sconfitta alimenti un circolo vizioso dal quale diventa sempre più difficile uscire.

La partita contro il Napoli non potrà essere affrontata con le stesse premesse di Genova. Servirà una reazione concreta, non un'altra promessa di miglioramento, non un'altra dichiarazione sulla necessità di lottare di più. Serviranno duelli vinti, corse per il compagno, personalità nelle giocate e la capacità di restare dentro la partita anche quando le difficoltà si presentano. Se la risposta dovesse essere ancora quella vista a Marassi, allora non basterebbe più parlare di una squadra in crisi di risultati.

La Juventus è davanti a un problema che riguarda la sua stessa identità. Spalletti chiede se i suoi giocatori abbiano davvero quel qualcosa in più; McKennie ammette che in campo la squadra non ha combattuto come avrebbe dovuto. Sono parole che arrivano dall'interno e che descrivono una situazione ormai impossibile da nascondere. A questo punto non servono altri alibi, né altre analisi che si fermino ai moduli o agli errori del singolo. Serve una risposta immediata, perché una squadra che continua a perdere senza mostrare una reazione credibile rischia di compromettere la stagione prima ancora di riuscire a capire come salvarla.