Juventus, c'è qualcosa che non torna: quattro allenatori e una storia che si ripete

Juventus, c'è qualcosa che non torna: quattro allenatori e una storia che si ripeteTUTTOmercatoWEB.com
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di Nerino Stravato

Juve, quattro allenatori e sempre lo stesso problema: ma la società dov'è?

Massimiliano Allegri, Thiago Motta, Igor Tudor e adesso Luciano Spalletti. Quattro allenatori, quattro gestioni differenti, gruppi di giocatori cambiati nel corso delle stagioni e altrettante situazioni tecniche che non possono essere sovrapposte. Eppure, osservando quello che è accaduto alla Juventus negli ultimi anni, emerge una curiosa ricorrenza: quando i risultati non arrivano, iniziano a circolare indiscrezioni sui rapporti tra allenatore e spogliatoio, sui metodi di allenamento, sulla preparazione fisica e sulla capacità del tecnico di gestire il gruppo.

Le ultime notizie riguardanti Luciano Spalletti, con le perplessità che sarebbero emerse all'interno dello spogliatoio sui suoi metodi di lavoro, riportano alla memoria quanto accaduto con i suoi predecessori. Secondo le ricostruzioni di stampa, oggi ci sarebbe chi considera le sedute troppo teoriche, con tante parole e poca intensità. Ma non era forse successo qualcosa di simile anche con Allegri, Motta e Tudor?

Naturalmente le situazioni sono differenti e i protagonisti non sono sempre gli stessi. Dal 2024 a oggi la rosa è stata profondamente modificata e non sarebbe corretto attribuire ai giocatori attuali le responsabilità di quanto accaduto nelle precedenti gestioni. Ma proprio questa considerazione rende ancora più interessante la riflessione: se cambiano gli allenatori e cambiano anche gli uomini a disposizione, perché certe dinamiche sembrano ripresentarsi puntualmente?

Da Allegri a Motta: le prime crepe nel rapporto tra panchina e spogliatoio

Il primo capitolo di questa storia riguarda la seconda esperienza di Massimiliano Allegri sulla panchina bianconera. Negli ultimi anni della sua gestione, soprattutto durante la stagione 2022-23, iniziarono a emergere indiscrezioni su un malcontento di parte dello spogliatoio. Le critiche riguardavano la comunicazione, la gestione del gruppo e anche le modalità di allenamento, con perplessità sulla qualità e sull'intensità del lavoro svolto.

Allegri riuscì comunque a rimanere alla guida della Juventus fino al maggio 2024, quando il rapporto si interruppe dopo la finale di Coppa Italia. La società aveva già maturato la volontà di avviare un nuovo ciclo tecnico, con Thiago Motta individuato come successore. Il finale della seconda esperienza del livornese fu quindi il punto di arrivo di una stagione complicata, nella quale non erano mancate tensioni e polemiche.

Con l'arrivo di Thiago Motta si pensava di aprire una pagina completamente nuova. Nuovo allenatore, nuove idee, un progetto tecnico differente e una squadra destinata a essere progressivamente costruita intorno alle richieste del tecnico. Ma anche in questo caso, quando i risultati hanno cominciato a peggiorare, sono emerse indiscrezioni sui rapporti con i calciatori.

Nel marzo 2025 si parlò di un allenatore poco empatico, rigido nelle proprie decisioni e incapace di creare un rapporto sufficientemente forte con una parte dello spogliatoio. La gestione dei cambi, le scelte di formazione e la comunicazione con i giocatori finirono al centro delle ricostruzioni giornalistiche. Il progetto si interruppe il 23 marzo 2025, dopo la pesante sconfitta contro la Fiorentina.

Ancora una volta, dunque, l'allenatore finiva al centro delle critiche. E ancora una volta il rapporto con lo spogliatoio diventava uno degli elementi della crisi, insieme ai risultati negativi.

Tudor, un'altra gestione e le solite indiscrezioni

La storia si è ripetuta anche con Igor Tudor. Il tecnico croato era arrivato in un momento complicato, riuscendo inizialmente a dare una scossa alla squadra. Con il passare del tempo, però, anche il suo percorso si è progressivamente deteriorato, fino all'esonero dell'ottobre 2025.

Anche in quella circostanza, tra le ricostruzioni successive alla fine dell'esperienza bianconera, sono emerse difficoltà nel rapporto con il gruppo. Si è parlato di un allenatore che non sarebbe riuscito a conquistare completamente lo spogliatoio, di problemi di leadership e di una squadra incapace di trovare una vera identità collettiva.

Non si trattava delle stesse accuse rivolte ad Allegri o a Thiago Motta, ma il risultato era ancora una volta simile: le difficoltà della Juventus finivano per essere associate anche alla capacità dell'allenatore di gestire i propri calciatori. Un altro tecnico era arrivato, un altro progetto si era interrotto e il problema del rapporto tra panchina e spogliatoio tornava d'attualità.

Adesso tocca a Spalletti: troppe parole e pochi allenamenti?

Arriviamo così all'attualità. Dopo le sconfitte contro Lazio e Genoa, la Juventus ha deciso di confermare momentaneamente la fiducia a Luciano Spalletti, chiedendo però una reazione immediata alla squadra. Il confronto alla Continassa con Giovanni Carnevali e il successivo ritiro fino alla partita contro il Napoli rappresentano un segnale importante: la società si aspetta una risposta dai calciatori, non soltanto dall'allenatore.

Nel frattempo, però, sono emerse nuove indiscrezioni. All'interno del gruppo ci sarebbero perplessità sulle modalità di lavoro di Spalletti, sintetizzate nell'espressione «tante parole e pochi allenamenti veri».Alcuni giocatori inoltre si sentirebbero poco allenati, riportando anche osservazioni sulla frequenza della sala massaggi e sulla palestra.

Si tratta di ricostruzioni giornalistiche e non di accuse ufficiali formulate dai calciatori. Ma il fatto che anche la gestione di Spalletti sia finita al centro di questo tipo di indiscrezioni alimenta una domanda che a Torino dovrebbe ormai essere inevitabile: possibile che alla Juventus, quando le cose vanno male, il problema finisca sempre per essere l'allenatore?

Un tecnico può sbagliare, può avere metodi non condivisi da tutti, può perdere il contatto con il gruppo e può anche non essere la persona giusta per una determinata squadra. Ma non si può pensare che ogni volta la soluzione consista semplicemente nel cambiare chi siede in panchina.

Il vero problema potrebbe essere la società: dopo Agnelli è mancata una leadership forte?

Ed è proprio qui che la riflessione si sposta su un altro livello. Perché se negli ultimi anni la Juventus ha cambiato allenatori, uomini di mercato e parte consistente della propria rosa, una delle questioni da affrontare riguarda la struttura societaria e la sua capacità di governare il rapporto tra squadra e allenatore.

Con l'uscita di scena di Andrea Agnelli, nel novembre 2022, si è chiusa un'epoca. Non si tratta di sostenere che durante la sua presidenza tutto funzionasse perfettamente, né di dimenticare le vicende che hanno portato alle dimissioni dell'intero Consiglio di amministrazione. Ma quella Juventus aveva una struttura dirigenziale con figure fortemente riconoscibili anche sul piano calcistico: Beppe Marotta, Fabio Paratici e Pavel Nedved, con ruoli e responsabilità differenti, rappresentavano una presenza societaria ben identificabile nell'ambiente della squadra.

Andrea Agnelli, inoltre, era un presidente dalla presenza molto forte nella quotidianità bianconera. Un uomo che aveva costruito un rapporto diretto con la squadra e che non faceva mancare la propria voce nei momenti più delicati. La sua figura rappresentava un riferimento anche all'interno dello spogliatoio.

Con la nuova governance, la Juventus ha dovuto affrontare una profonda riorganizzazione. Gianluca Ferrero è diventato presidente nel gennaio 2023, dopo essere stato indicato da Exor per guidare il nuovo Consiglio di amministrazione. Un profilo con competenze professionali e finanziarie, chiamato a rappresentare una società che in quel momento doveva affrontare anche questioni giudiziarie e contabili particolarmente delicate.

Ferrero ha ricoperto e ricopre un ruolo istituzionale importante, ma la sua figura non ha mai avuto la stessa connotazione calcistica e la stessa presenza pubblica di Andrea Agnelli. Non è una questione di capacità personali, ma di ruolo e di impostazione della presidenza. Alla Juventus è mancata, per diversi anni, una figura riconoscibile come riferimento forte e quotidiano dell'area sportiva, capace di fare da collegamento tra proprietà, dirigenza, allenatore e squadra.

Nel frattempo, anche l'area sportiva ha attraversato diversi cambiamenti: da Giuntoli a Comolli, fino alla nuova struttura guidata da Giovanni Carnevali, con Frederic Massara e Marco Ottolini chiamati a occuparsi della gestione sportiva. Una successione di assetti che racconta quanto sia stato difficile trovare una stabilità dirigenziale dopo la fine dell'era Agnelli.

Una società forte non deve necessariamente imporre ogni scelta all'allenatore, ma deve metterlo nelle condizioni di lavorare e soprattutto far capire ai calciatori che le decisioni tecniche vanno rispettate. Se un giocatore non condivide un metodo di allenamento o una scelta di formazione, esistono i luoghi e i modi per confrontarsi. Quello che non può diventare normale è che, ogni volta che la squadra entra in crisi, inizino a filtrare malumori e critiche che finiscono per indebolire ulteriormente chi è chiamato a guidarla.

Carnevali alza la voce: sarà davvero la volta buona?

Il confronto alla Continassa dopo la sconfitta di Genova potrebbe rappresentare un primo tentativo di invertire questa tendenza. Giovanni Carnevali ha richiamato la squadra alle proprie responsabilità, ribadendo la fiducia nel gruppo di lavoro ma chiedendo una reazione immediata. Il ritiro fino alla partita contro il Napoli, deciso da Spalletti e condiviso dalla società, è un altro segnale della necessità di intervenire.

Adesso, però, bisognerà capire se alle parole seguiranno comportamenti coerenti. Perché sostenere l'allenatore non significa dargli ragione a prescindere, ma neppure permettere che lo spogliatoio possa mettere continuamente in discussione la sua autorità senza che la società intervenga. I giocatori devono essere messi nelle condizioni di lavorare, ma devono anche assumersi le proprie responsabilità quando le prestazioni non sono all'altezza.

Carnevali ha una lunga esperienza nel calcio e la sua nomina rappresenta proprio il tentativo di affidare la guida manageriale della Juventus a un dirigente che conosce profondamente le dinamiche del pallone. Anche la nuova struttura dell'area sportiva dovrà dimostrare di essere in grado di costruire un progetto stabile, non soltanto di intervenire quando la situazione diventa insostenibile.

La partita contro il Napoli sarà importante, ma non potrà risolvere da sola un problema che sembra andare avanti da troppo tempo. Una vittoria potrebbe restituire fiducia e tranquillità, ma la Juventus dovrà dimostrare di aver ritrovato un equilibrio anche nei mesi successivi. Perché non si può ricominciare ogni volta da zero, cambiare allenatore e aspettarsi che tutto si sistemi automaticamente.

Quattro allenatori, una domanda: chi governa davvero lo spogliatoio?

Allegri, Thiago Motta, Tudor e Spalletti hanno caratteristiche, idee e metodi differenti. Anche i gruppi che hanno allenato non sono stati gli stessi. Sarebbe quindi ingeneroso attribuire a tutti le medesime responsabilità o sostenere che le quattro esperienze siano state identiche. Ma la ricorrenza di certe dinamiche dovrebbe spingere la Juventus a guardare oltre la panchina.

Perché un club come quello bianconero non può permettersi che ogni difficoltà si trasformi in una discussione sui metodi dell'allenatore, sui rapporti personali o sulla preparazione atletica. La società deve essere il punto di equilibrio, il riferimento al quale tutti devono rispondere. Deve proteggere il tecnico quando è giusto farlo, ma anche pretendere dai calciatori professionalità, disponibilità e rispetto delle gerarchie.

Il problema, forse, non è soltanto trovare l'allenatore giusto. È costruire una Juventus nella quale l'allenatore possa finalmente lavorare senza ritrovarsi continuamente al centro di una guerra interna, reale o presunta, e nella quale i giocatori capiscano che indossare quella maglia comporta responsabilità che non possono essere scaricate sempre sugli altri.

Quattro allenatori e tante polemiche, ma una domanda continua a rimanere senza risposta: se alla Juventus cambia continuamente chi siede in panchina, perché il problema sembra non cambiare mai? Forse è arrivato il momento che la società torni davvero a farsi sentire. Perché prima ancora di scegliere il prossimo allenatore, la Juventus deve ritrovare la propria autorità.