L'appartenenza prima di tutto: il vero significato delle parole di Khedira

L'appartenenza prima di tutto: il vero significato delle parole di KhediraTUTTOmercatoWEB.com
© foto di Daniele Buffa/Image Sport
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di Nerino Stravato

Le parole di Sami Khedira sulla Juventus hanno colpito molti tifosi. Non tanto per il loro contenuto, perché il messaggio è chiaro e condivisibile, ma per il sentimento con cui sono state pronunciate. È il modo in cui l'ex centrocampista bianconero parla ancora oggi della Vecchia Signora a raccontare qualcosa che va ben oltre una semplice intervista. Ed è proprio da qui che la nuova Juventus dovrebbe ripartire.

Khedira non è nato juventino. Prima di arrivare a Torino aveva già costruito una carriera straordinaria, vincendo una Coppa del Mondo con la Germania, conquistando tutto con il Real Madrid e affermandosi con lo Stoccarda, il club che lo ha lanciato nel grande calcio. Eppure, ogni volta che gli viene chiesto della Juventus, le sue parole sembrano quelle di un tifoso più che di un ex calciatore. Non è un caso isolato.

Negli ultimi anni sono stati tanti gli ex bianconeri ad aver dimostrato lo stesso legame. Patrice Evra, dopo una carriera leggendaria al Manchester United, continua a difendere la Juventus come se non l'avesse mai lasciata. Carlos Tevez, pur avendo trascorso soltanto tre stagioni a Torino, non perde occasione per raccontare quanto quell'esperienza abbia segnato la sua carriera. Lo stesso vale per tanti altri protagonisti del ciclo vincente, giocatori che hanno indossato maglie prestigiose ma che, parlando della Juventus, trasmettono ancora oggi un senso di appartenenza difficile da spiegare.

Ed è proprio questo il punto. La Juventus dei nove scudetti consecutivi non era soltanto una squadra fortissima dal punto di vista tecnico. Era un gruppo costruito attorno a un'identità precisa. C'era un presidente come Andrea Agnelli, tifoso bianconero prima ancora che dirigente. C'era Pavel Nedved, uno che aveva scelto di restare anche nei momenti più complicati e che viveva la Juventus ogni giorno come una seconda pelle. E poi arrivò Antonio Conte, forse l'uomo che più di tutti riuscì a riaccendere quello spirito, riportando nello spogliatoio la fame, la mentalità e quella cultura del sacrificio che aveva respirato da calciatore.

Quella mentalità, però, non nasceva nel 2011. Era un'eredità che arrivava da ancora più lontano, dalla Juventus di Marcello Lippi, una squadra che aveva fatto della voglia di vincere e del senso di appartenenza la propria forza. Non era soltanto questione di qualità tecnica. Era l'idea che indossare quella maglia significasse rappresentare qualcosa di diverso, qualcosa che andava oltre i novanta minuti.

Oggi, probabilmente, è proprio questo l'aspetto che la Juventus deve ritrovare. Il mercato è fondamentale, servono giocatori forti e Luciano Spalletti lo ha detto chiaramente: servono calciatori con personalità, carattere e capacità di trascinare il gruppo. Ma tutto questo rischia di non bastare se non viene ricostruita quella cultura che per anni ha reso la Juventus diversa dalle altre.

In questo senso, il ruolo di Giorgio Chiellini può diventare decisivo. Lo stesso Khedira, nelle sue dichiarazioni, ha sottolineato la fiducia nei confronti dell'ex capitano. E forse è proprio lui l'uomo chiamato a trasmettere nuovamente quella juventinità che negli ultimi anni sembra essersi affievolita. Non soltanto come dirigente, ma come simbolo vivente di ciò che la Juventus è stata e di ciò che dovrà tornare a essere.

Perché i grandi cicli non nascono soltanto dagli acquisti o dagli investimenti. Nascono da uno spogliatoio che condivide valori comuni, da una società che trasmette identità e da giocatori che, anche a distanza di anni, continuano a parlare della Juventus con gli occhi di chi, quella maglia, non l'ha semplicemente indossata, ma l'ha fatta propria. Le parole di Khedira, in fondo, ricordano proprio questo. Ed è forse il messaggio più importante che la nuova Juventus dovrebbe ascoltare.