La Superlega di Agnelli e la FIFA di Infantino non sono la stessa cosa: ecco perché
Chi è cresciuto con la Juventus di Michel Platini ricorda una Coppa dei Campioni che sembrava irraggiungibile. Per arrivarci bisognava vincere il campionato e ogni turno era una sfida da dentro o fuori.
Chi ha vissuto la Juventus di Marcello Lippi ricorda le notti di Roma nel 1996, Monaco nel 1997 o Amsterdam nel 1998. Chi è più giovane pensa alle cavalcate europee di Alessandro Del Piero, Zinedine Zidane, Gianluigi Buffon o Pavel Nedvěd. Erano partite che si aspettavano per settimane, perché erano rare. Ed era proprio quella rarità a renderle speciali.
Lo stesso valeva per la Nazionale italiana. Le qualificazioni scandivano il calendario, le amichevoli erano poche e servivano davvero per preparare i grandi appuntamenti. Europei e Mondiali arrivavano ogni quattro anni e proprio per questo riuscivano a fermare un Paese intero. Si vivevano mesi di attesa per una competizione che, una volta iniziata, sembrava quasi sospendere il tempo.
Il calcio viveva di attesa.
C'era la domenica del campionato, il mercoledì di Coppa e, ogni tanto, la maglia azzurra. Ogni competizione aveva il suo spazio e il suo valore. Nessuno aveva la sensazione di perdersi qualcosa, perché ogni partita importante era un evento.
Oggi, invece, tutto sembra essersi accelerato. Campionati distribuiti su più giorni, Champions League allargata, Nations League, Mondiale per Club, un Mondiale a 48 squadre e un calendario internazionale sempre più fitto. Negli ultimi anni si è perfino discusso della possibilità di disputare il Mondiale ogni due anni.
Il calcio rischia così di trasformarsi da evento in un flusso continuo di partite.
Un po' come accade con le piattaforme di streaming. Una volta si aspettava la nuova stagione della propria serie preferita. Oggi gli algoritmi propongono continuamente nuovi episodi, nuove serie, nuovi contenuti. Sempre qualcosa da guardare. Sempre qualcosa di nuovo. Il rischio è che anche il calcio stia imboccando la stessa strada: più prodotto, più offerta, ma meno attesa.
È in questo contesto che, nel 2021, nacque la Superlega.
Per la Juventus quella vicenda aveva un nome e un cognome: Andrea Agnelli.
Per mesi il presidente bianconero venne dipinto come il simbolo di un calcio che voleva pensare soltanto ai soldi. UEFA e FIFA fecero immediatamente fronte comune contro il progetto, sostenendo che mettesse a rischio i principi sportivi e fosse guidato esclusivamente dalla logica economica.
Eppure, a distanza di cinque anni, forse vale la pena rileggere quella vicenda con maggiore equilibrio.
La Superlega può essere criticata per le modalità con cui venne presentata, per il sistema delle adesioni permanenti e per molti altri aspetti. Ma ridurla semplicemente a un'operazione economica rischia di essere una lettura incompleta.
Andrea Agnelli sosteneva che il vero problema fosse un altro. La Premier League stava aumentando il proprio vantaggio economico rispetto agli altri campionati europei, attirando sempre più investimenti, campioni e ricavi televisivi. L'idea della Superlega nasceva, almeno nelle intenzioni dei promotori, dal tentativo di creare un modello economico capace di mantenere competitivi i grandi club europei e, allo stesso tempo, di garantire maggiore sostenibilità all'intero sistema.
Si può essere d'accordo oppure no. Si possono criticare le modalità con cui il progetto venne presentato. Ma è difficile negare che il problema individuato allora continui a esistere ancora oggi.
Per i tifosi della Juventus quella battaglia rappresentò anche uno spartiacque. Negli anni non sono mancati coloro che hanno collegato il duro scontro istituzionale sulla Superlega alle successive vicende sportive che hanno coinvolto il club bianconero. Interpretazioni che non hanno mai trovato conferme ufficiali, ma che continuano ad alimentare il dibattito.
Nel frattempo, però, qualcosa è cambiato.
La FIFA di Gianni Infantino ha annunciato FIFA Forward Enterprise, una nuova struttura destinata a gestire i diritti commerciali delle proprie competizioni aprendosi anche agli investitori privati. Tra i nomi emersi compare nuovamente JP Morgan, la stessa banca che nel 2021 avrebbe dovuto finanziare la Superlega europea.
Nel frattempo la FIFA ha sostenuto nuovi progetti internazionali, come la Superlega africana e la nuova lega professionistica oceanica, mentre continua ad ampliare il numero delle proprie competizioni.
Negli ultimi anni è tornata inoltre ciclicamente l'idea di un Mondiale ogni due anni, una proposta che comporterebbe un'ulteriore rivoluzione del calendario internazionale, riducendo ancora di più gli spazi di recupero per club, nazionali e calciatori.
Ed è qui che nasce la vera riflessione.
Nel 2021 la Superlega veniva accusata di voler trasformare il calcio in un business. Oggi, invece, è la stessa FIFA a cercare nuove forme di sviluppo commerciale per competizioni che rappresentano già il vertice economico del calcio mondiale.
Le due situazioni, però, non sono identiche.
La Superlega nasceva, almeno secondo i suoi promotori, dalla necessità di affrontare uno squilibrio economico sempre più evidente tra i principali campionati europei. Il progetto della FIFA, invece, sembra puntare soprattutto a incrementare ulteriormente il valore commerciale delle proprie competizioni globali.
È una differenza sostanziale.
Il denaro, in sé, non è mai stato il vero tema del dibattito. Il punto è chiedersi quale sia l'obiettivo finale.
Da una parte c'era chi sosteneva di voler mettere in sicurezza il calcio dei club europei. Dall'altra c'è un modello che punta ad ampliare ulteriormente un prodotto già enorme, attraverso nuove competizioni, nuovi investimenti e nuovi diritti commerciali.
Nel frattempo anche la UEFA, che nel 2021 combatteva al fianco della FIFA contro la Superlega, oggi si trova spesso su posizioni opposte rispetto ai progetti di espansione immaginati da Gianni Infantino.
Il calcio continua a cambiare.
La domanda, però, resta la stessa.
Il calcio che stiamo costruendo è ancora quello che ci ha fatto innamorare della Juventus, della Nazionale italiana e delle grandi notti europee?
Perché il fascino della Coppa dei Campioni prima e della Champions League poi non nasceva soltanto dalla qualità delle squadre in campo. Nasceva dall'attesa. Dall'idea che quelle sfide fossero rare, irripetibili, quasi sacre.
Lo stesso valeva per la Nazionale italiana. Un Mondiale o un Europeo non erano semplicemente un'altra competizione del calendario, ma appuntamenti che arrivavano una volta ogni quattro anni e che proprio per questo diventavano indimenticabili. Oggi, invece, tra Nations League, qualificazioni sempre più estese, nuove competizioni e un Mondiale a 48 squadre, anche il calcio delle nazionali sembra seguire la stessa logica: offrire sempre più partite.
Forse il vero nodo non è stabilire, cinque anni dopo, se Andrea Agnelli avesse ragione o torto.
Il punto è chiedersi quale calcio vogliamo lasciare alle prossime generazioni.
Quello che ci faceva aspettare con il fiato sospeso la domenica, il mercoledì di Coppa, un Europeo o un Mondiale. Quello che rendeva ogni grande appuntamento unico proprio perché raro.
Oppure un calcio sempre acceso, sempre disponibile, sempre in vendita.
Perché quando ogni giorno diventa un grande evento, forse nessun giorno lo è davvero.
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