Varenne, quando l'Italia correva: il declino di ippica e calcio e quella lezione inglese che la Juventus ha capito prima degli altri
Ci sono campioni che appartengono al proprio sport e altri che finiscono per rappresentare un'epoca. Varenne apparteneva alla seconda categoria.
Il “Capitano” è morto a 31 anni, lasciando dietro di sé una delle carriere più straordinarie dello sport italiano: 62 vittorie in 73 corse, oltre sei milioni di euro di premi e un dominio che lo aveva trasformato da fenomeno dell'ippica a personaggio conosciuto anche da chi, normalmente, non seguiva il trotto. Tra il 1998 e il 2002 aveva conquistato 53 Gran Premi e si era imposto come una delle più grandi leggende del trotto mondiale.
Varenne aveva però qualcosa che andava oltre i numeri. Era diventato un campione popolare, uno di quegli sportivi che riuscivano a entrare nelle case anche di chi non seguiva abitualmente la loro disciplina.
Ed è forse proprio per questo che la sua scomparsa fa venire voglia di guardare non soltanto alla sua carriera, ma anche all'Italia sportiva che lo ha visto diventare grande.
Perché Varenne apparteneva a un'Italia nella quale lo sport riusciva ancora a creare fenomeni popolari.
Varenne e il calcio italiano: due mondi che correvano forte
Quando Varenne dominava le piste, la Serie A era ancora il campionato dei grandi campioni. I migliori giocatori del mondo arrivavano in Italia, le nostre squadre erano protagoniste stabilmente in Europa e ogni domenica il calcio rappresentava un appuntamento collettivo.
Il filo del tempo è curioso. Varenne corse la sua ultima gara nel settembre 2002, chiudendo una carriera che aveva già assunto i contorni della leggenda. Pochi mesi dopo iniziava la stagione 2002-03, una delle ultime grandi fotografie del calcio italiano in Europa.
In quella Champions League arrivarono Juventus, Milan e Inter in semifinale. E il 28 maggio 2003, all'Old Trafford di Manchester, Juventus e Milan si ritrovarono una di fronte all'altra nella prima finale della storia della competizione tra due squadre italiane.
Finì 0-0 dopo 120 minuti e il Milan vinse ai rigori. Ma quella notte rappresentò comunque qualcosa di enorme: tre squadre italiane tra le prime quattro d'Europa e una finale tutta italiana.
Era l'epoca di Del Piero e Trezeguet, di Buffon e Nedved, di Maldini e Nesta, di Inzaghi, Shevchenko e tanti altri campioni che avevano trasformato la Serie A nel centro del calcio mondiale.
Erano gli anni nei quali anche Varenne, dall'altra parte dello sport, sembrava correre nella stessa direzione: verso un'Italia capace di produrre campioni e trasformarli in patrimonio collettivo.
Quando l'ippica era anche un rito popolare
Oggi sarebbe sbagliato dire che l'ippica italiana sia semplicemente “morta”. Le corse continuano, esistono grandi appuntamenti, allevatori, allenatori, driver e appassionati. Ma è difficile negare che sia venuta meno una parte importante di quello che un tempo rappresentava: la sua dimensione popolare.
Gli ippodromi sono forse il simbolo più evidente di questo cambiamento.
Nel corso degli ultimi decenni sono scomparsi o hanno perso la loro funzione originaria impianti storici come Tor di Valle a Roma, Le Mulina a Firenze e il vecchio trotto di San Siro a Milano. Già nel 2013 la chiusura di Tor di Valle arrivava dopo quella di altri storici impianti italiani, in un periodo nel quale il settore attraversava una crisi profonda. La storia di Capannelle, ancora oggi alle prese con difficoltà gestionali e organizzative, è un altro esempio delle difficoltà attraversate dall'ippica italiana.
Non sono soltanto nomi su una cartina. Sono pezzi di storia dello sport italiano che hanno perso centralità.
Ed è qui che il confronto con l'Inghilterra diventa interessante.
Ippica italiana e ippica inglese: due modi diversi di affrontare il cambiamento
Anche la Gran Bretagna deve fare i conti con un mondo che cambia. Le scommesse sulle corse hanno subito una contrazione e il settore deve continuamente confrontarsi con nuove forme di intrattenimento e con un pubblico dalle abitudini differenti.
Ma mentre in Italia il declino dell'ippica si è accompagnato alla perdita di centralità di diversi impianti storici, in Gran Bretagna gli ippodromi hanno cercato di trasformare il giorno della corsa in un'esperienza.
I numeri raccontano qualcosa di significativo. Nel 2025 i racecourse britannici hanno accolto 5.031.640 spettatori, il 4,8% in più rispetto al 2024 e per la prima volta sopra quota cinque milioni dal 2019. La Racecourse Association sottolinea proprio il lavoro svolto dagli ippodromi su marketing ed esperienza del pubblico. Nel primo semestre 2026, nonostante numerose corse cancellate, la media degli spettatori per appuntamento è rimasta in crescita.
Il punto non è sostenere che l'ippica britannica non abbia problemi. Li ha. Ma ha conservato meglio una cosa fondamentale: l'idea che andare all'ippodromo possa essere ancora un'esperienza da vivere.
Le grandi giornate di corse, i festival, l'intrattenimento, le iniziative per famiglie e giovani e la capacità di vendere l'evento anche a chi non è uno scommettitore abituale hanno permesso agli ippodromi britannici di mantenere un rapporto più vivo con il pubblico.
Ed è una differenza culturale importante.
In Italia, progressivamente, l'ippica è stata sempre più associata alla scommessa. In Gran Bretagna, pur con tutti i problemi del betting, la corsa continua a essere anche un evento sociale e sportivo.
Ed è esattamente lo stesso discorso che ritroviamo nel calcio.
Dalla schedina allo spezzatino: quando è cambiato il modo di vivere lo sport
Per generazioni lo sport italiano è stato vissuto attraverso appuntamenti precisi.
C'era la Schedina. C'erano le partite della domenica. C'erano le corse dei cavalli, l'ippodromo, il giornale sportivo, il bar, la discussione del lunedì. C'era un appuntamento collettivo.
Poi è arrivata la rivoluzione delle televisioni, delle piattaforme digitali e delle scommesse.
Oggi si può scommettere praticamente in qualsiasi momento e su una quantità di eventi che un tempo semplicemente non esisteva. Nel calcio, le partite sono state distribuite lungo tutto il fine settimana e anche nei giorni feriali. Lo spezzatino permette di seguire un numero enorme di incontri e, per chi scommette, di avere continuamente un nuovo evento sul quale puntare.
Non è necessariamente questo il male. La tecnologia ha reso lo sport più accessibile e ha creato nuove opportunità. Ma nel processo rischiamo di aver perso qualcosa: il rito collettivo.
La partita non è più necessariamente l'appuntamento della domenica. La corsa non è più necessariamente l'evento per il quale si va all'ippodromo.
E qui il confronto tra Italia e Inghilterra diventa ancora più interessante.
In Inghilterra il futuro non ha cancellato la tradizione
Il calcio inglese ha scelto di modernizzare il proprio prodotto senza cancellare completamente i suoi riti.
L'esempio più evidente è il famoso blackout del sabato alle 15: le partite disputate tra le 14:45 e le 17:15 non vengono normalmente trasmesse in diretta nel Regno Unito. La regola, nata negli anni Sessanta per proteggere soprattutto le presenze negli stadi delle categorie inferiori, è ancora in vigore.
E c'è un particolare ancora più interessante: il blackout riguarda le trasmissioni domestiche. Quelle stesse partite possono essere trasmesse all'estero.
È una scelta che fotografa perfettamente una filosofia. Non si tratta di rifiutare la televisione o le nuove tecnologie. Si tratta di dire che il prodotto televisivo non deve necessariamente divorare quello dello stadio.
Se il sabato pomeriggio il tifoso inglese sa che per vedere determinate partite deve andare allo stadio, il club mantiene un pubblico, mantiene l'atmosfera, mantiene il rito. E intorno a quello stadio può costruire ricavi attraverso biglietti, hospitality, ristorazione, merchandising, tour e altre esperienze.
Poi quella stessa esperienza viene venduta al resto del mondo attraverso i diritti televisivi.
Prima si costruisce un prodotto forte in casa, poi lo si vende al mondo.
È anche così che la Premier League è riuscita a costruire un valore televisivo che oggi il calcio italiano può soltanto guardare da lontano.
Il confronto, dunque, non è soltanto tra Premier League e Serie A. È lo stesso confronto che abbiamo appena visto tra ippica inglese e ippica italiana: da una parte la capacità di adattarsi senza rinunciare alla tradizione, dall'altra la difficoltà di mantenere vivi alcuni dei luoghi e dei riti che avevano costruito la passione.
La Juventus ha capito prima di altri che uno stadio non è solo uno stadio
E proprio qui, tornando all'Italia, c'è un esempio che merita di essere ricordato: la Juventus.
Non è l'unico club italiano ad aver costruito uno stadio di proprietà, ma è stata la prima grande società italiana a realizzare un impianto moderno interamente pensato per essere anche una fonte di ricavi e un luogo da vivere oltre la partita.
L'Allianz Stadium non è soltanto il luogo nel quale si giocano le partite della Juventus. È il cuore di un'area molto più grande: ci sono lo Juventus Museum, il Megastore e J|Medical, mentre nell'area della Continassa sono sorti la sede del club, il centro di allenamento, J|Hotel e altre strutture.
Un'area di circa 200.000 metri quadrati è stata riqualificata attorno allo stadio, trasformando quello che era uno spazio degradato in un polo legato alla Juventus.
La partita rimane il cuore del prodotto, ma non è più l'unico prodotto.
È una filosofia che avvicina, almeno in parte, il modello bianconero a quello inglese: creare un luogo nel quale il tifoso voglia andare, anche prima che inizi la partita e anche quando la partita non c'è.
Ed è fondamentale anche in un calcio sempre più globale. Se vuoi vendere i tuoi diritti televisivi in tutto il mondo, devi prima avere qualcosa che il mondo abbia voglia di comprare.
Non puoi pretendere di vendere all'estero un campionato che in patria hai smesso di valorizzare.
E l'Italia?
Il problema del nostro calcio non è che gli italiani abbiano smesso di amare il pallone. Gli italiani amano ancora il calcio.
Il problema è che abbiamo progressivamente perso una parte dell'ambiente che rendeva quella passione un'esperienza collettiva.
Stadi vecchi, difficoltà nella realizzazione degli impianti, partite distribuite in orari differenti e una fruizione dello sport sempre più legata allo schermo hanno cambiato il modo di vivere il calcio.
Eppure, guardando allo sport italiano nel suo complesso, c'è una cosa che dovrebbe farci riflettere.
La passione sportiva non è affatto morta.
Lo dimostrano il nuoto e l'atletica, che negli ultimi anni hanno costruito una generazione straordinaria di campioni. Paltrinieri, Martinenghi, Ceccon, Jacobs, Tamberi, Fabbri, Battocletti e tanti altri hanno riportato discipline che per anni vivevano lontane dalla quotidianità calcistica al centro dell'attenzione degli italiani.
Alle Olimpiadi di Parigi l'Italia ha conquistato 40 medaglie. E anche nel 2026 sono arrivati risultati straordinari: agli Europei di atletica di Birmingham gli azzurri hanno chiuso in testa al medagliere con 22 medaglie, mentre agli Europei di nuoto di Parigi l'Italia ha conquistato 20 medaglie complessive.
Il pubblico, quindi, non è scomparso.
Il pubblico torna quando trova campioni, storie e luoghi nei quali vivere quelle storie.
Varenne ci lascia una domanda
Ed è forse questo il motivo per cui la morte di Varenne, al di là dell'ippica, fa riflettere.
Il “Capitano” non era soltanto un cavallo straordinario. Era il simbolo di un'epoca nella quale un campione poteva diventare un fenomeno nazionale.
Oggi non abbiamo bisogno di trovare un nuovo Varenne. E nemmeno un nuovo Del Piero, un nuovo Baggio o un nuovo campione capace da solo di riportare indietro il tempo.
Dobbiamo chiederci qualcosa di diverso.
Siamo ancora capaci di costruire intorno ai campioni un mondo che permetta alla loro grandezza di diventare una passione collettiva?
L'ippica italiana ci racconta cosa succede quando si perdono progressivamente impianti, pubblico e centralità. L'ippica britannica dimostra invece che, anche in un mercato sottoposto alle stesse trasformazioni, è possibile difendere il rapporto con il pubblico investendo sull'esperienza.
Il calcio inglese ha fatto qualcosa di simile. E la Juventus, in Italia, ha dimostrato che almeno una parte di quel modello può essere applicata anche da noi.
Nel frattempo, nuoto e atletica ci stanno dimostrando che la passione sportiva italiana può ancora rinascere quando vengono costruiti campioni, storie e nuovi modi di raccontarli.
E il calcio italiano si trova esattamente in mezzo.
Ha ancora la passione. Ha ancora la storia. Ha ancora grandi campioni.
Forse deve soltanto ritrovare la capacità di trasformare tutto questo in futuro senza perdere la propria tradizione.
Perché i campioni, prima o poi, passano.
Quello che dovrebbe rimanere è lo sport che li ha resi grandi.
E forse è proprio questa la lezione che ci lascia Varenne, l'ultimo grande simbolo di un'Italia sportiva che correva forte: non basta avere un campione. Bisogna costruire un mondo nel quale, quando quel campione smette di correre, ci sia ancora qualcuno disposto a guardare la pista.
Iscritta al tribunale di Torino al n.70 del 29/11/2018
Iscritto al Registro Operatori di Comunicazione al n. 18246
Direttore responsabile Antonio Paolino
Aut. Lega Calcio Serie A 21/22 num. 178


