Vent'anni fa l'Italia campione del mondo: quando la Juventus era il cuore della Nazionale

Vent'anni fa l'Italia campione del mondo: quando la Juventus era il cuore della Nazionale
Ieri alle 23:40Primo piano
di Nerino Stravato

9 luglio 2006. Berlino. L'Italia supera la Francia ai calci di rigore e conquista il quarto Campionato del Mondo della propria storia. Una notte che ogni tifoso azzurro ricorda con emozione e che, a distanza di vent'anni, assume un significato particolare anche per il popolo juventino.

Quella Nazionale aveva infatti una fortissima impronta bianconera. Tra i pali c'era Gianluigi Buffon; in difesa il capitano Fabio Cannavaro e Gianluca Zambrotta; a centrocampo Mauro Camoranesi; in attacco Alessandro Del Piero. In panchina sedeva Marcello Lippi, l'allenatore che aveva riportato la Juventus sul tetto d'Europa nel 1996, affiancato dal suo storico collaboratore Ciro Ferrara. Una Nazionale che parlava inevitabilmente anche juventino.

Non era una casualità. Così come accadde nel 1982, quando il blocco juventino formato da Zoff, Gentile, Cabrini, Scirea, Tardelli e Rossi rappresentò l'ossatura dell'Italia campione del mondo di Enzo Bearzot, anche nel 2006 la Juventus costituiva il cuore tecnico, tattico e caratteriale della squadra azzurra. Roberto Bettega, che avrebbe potuto essere uno dei protagonisti di quel Mondiale, fu infatti costretto a rinunciare alla spedizione in Spagna a causa del grave infortunio al ginocchio subito pochi mesi prima. Giocatori abituati a vincere insieme, a conoscersi alla perfezione e a trasmettere quella mentalità che per anni aveva contraddistinto il club bianconero.

Eppure, con il senno di poi, quella notte di Berlino finì per rappresentare non soltanto il punto più alto del calcio italiano moderno, ma anche la conclusione di un'epoca. Appena cinque giorni dopo, il 14 luglio 2006, arrivò la sentenza sportiva di primo grado di Calciopoli, che sancì la retrocessione della Juventus in Serie B. Un provvedimento destinato a modificare profondamente gli equilibri del nostro calcio.

Vent'anni dopo, è inevitabile guardare a quel periodo con una riflessione più ampia. L'Italia ha saputo regalare un'altra straordinaria emozione vincendo l'Europeo del 2021, ma nello stesso arco temporale ha mancato la qualificazione ai Mondiali del 2018, del 2022 e del 2026. Tre esclusioni consecutive dalla competizione più importante del calcio mondiale, un fatto senza precedenti nella storia della Nazionale.

Anche la Serie A è profondamente cambiata. Nei primi anni Duemila il campionato italiano rappresentava ancora uno dei punti di riferimento del calcio europeo. Le grandi società investivano con decisione sui migliori talenti italiani, mantenendo qualità e risorse economiche all'interno del movimento. La Juventus, in particolare, costruiva le proprie squadre partendo spesso dai migliori calciatori della Serie A, contribuendo indirettamente alla crescita dell'intero sistema calcistico nazionale.

È un modello che, per certi aspetti, continua ancora oggi a caratterizzare altri campionati come la Premier League, dove le società non esitano a investire cifre elevatissime per acquistare giocatori già affermati all'interno del campionato inglese. Un meccanismo che permette di trattenere valore economico, esperienza e competitività all'interno dello stesso movimento.

Stabilire se esista un rapporto diretto tra quanto accaduto nell'estate del 2006 e il successivo declino del calcio italiano è materia di dibattito e continuerà probabilmente a esserlo ancora per molto tempo. Resta però un dato oggettivo: dopo quella stagione il nostro movimento non è più riuscito a esprimere con continuità la forza tecnica, economica e internazionale che lo aveva reso uno dei migliori al mondo tra gli anni Novanta e i primi Duemila.

Vent'anni dopo Berlino, resta soprattutto il ricordo di una Nazionale costruita attorno a un gruppo di uomini che aveva imparato a vincere insieme con la maglia della Juventus. Una squadra capace di unire talento, esperienza e carattere, riportando l'Italia sul tetto del mondo. Forse l'ultima grande espressione di un calcio italiano che faceva scuola in Europa e nel mondo. E osservando il percorso compiuto nei due decenni successivi, quella notte del 9 luglio 2006 assume oggi un significato ancora più profondo: non soltanto il ricordo di un trionfo irripetibile, ma anche l'immagine di un movimento che, da allora, non è più riuscito a ritrovare con la stessa continuità il proprio posto tra le grandi potenze del calcio mondiale.