Oggi è cosi. Il fantasma della maglia e il cantiere a cielo aperto
Il calcio, quando smette di essere poesia, torna a essere mattone. E oggi, ad appena un mese dal soffio d’inizio della Serie A, la Juventus non assomiglia a un tempio, né a un'accademia, e neppure a quella lucida macchina da guerra che per decenni ha seminato rispetto e timore nei rettangoli verdi di tutto il mondo. Ricorda, piuttosto, un cantiere disordinato. Un groviglio di impalcature arrugginite, sacchi di calce lasciati sotto la pioggia, polvere che acceca gli occhi e geometrie improvvisate, dove gli obiettivi paiono disegnati a matita da una mano incerta, un secondo prima che soffi il vento. Va come va, si dice tra le righe di un mercato che balbetta, come se il destino della Vecchia Signora fosse diventato una roulette russa giocata al ribasso, un tirare a campare in attesa che una traiettoria casuale trovi la rete.
Vero è che il calcio è la recita di un'illusione, un miracolo che accade raramente e quasi sempre per errore; ma quando la bellezza si manifesta, il mondo si ferma a bocca aperta, grato per quel secondo di luce. In questo luglio soffocante, la bellezza appare invece un ricordo sbiadito, un lucido rimpianto steso ad asciugare al sole di ricordi troppo ingombranti. La sensazione che stringe la gola ai tifosi non è semplicemente l'inquietudine per un modulo non ancora trovato o per un acquisto sfumato all'ultimo metro; è qualcosa di più profondo, quasi un dolore metafisico: la nostalgia dell'anima. La certezza sgradevole di trovarsi di fronte a una creatura sgranata, dove la fretta ha sostituito la visione e il calcolo contabile ha soffocato il fuoco sacro.
Un cantiere, sì, ma senza progetto esecutivo. Gli obiettivi sembrano disposti a casaccio sul tabellone, pedine mosse non da una strategia d'assedio, ma dall'ansia di colmare un vuoto, qualsiasi esso sia. Si compra chi capita, si rincorre chi costa meno o chi ha l'agente più persuasivo, dimenticando che indossare certe strisce non è un impiego: è un’investitura.
Ci siamo viziati, forse. O semplicemente abbiamo conosciuto l'assoluto. Chi ha visto la luce non si accontenta dell'oscurità illuminata da una torcia al neon. Fa male guardare il presente quando sulle pareti della memoria pendono i ritratti di chi ha trasformato il gioco del calcio in un'epica laica. Come si fa a non provare una stretta al cuore pensando a quando la Juventus non era un cantiere, ma una cattedrale gotica, solida e invincibile? Viene in mente la sentenza secca, affilata come un rasoio, dell'Avvocato: «L'ottimismo è la sola forma di coraggio che mi sia sempre piaciuta». Ma quale coraggio si può estrarre da questa incertezza sistematica? Dove si nasconde l'orgoglio di chi, un tempo, entrava in campo sapendo che il secondo posto non era un'opzione, ma un piccolo fallimento personale? Rimbalzano nella mente le parole di Jorge Luis Borges quando rifletteva sul tempo e sull'identità: «Siamo la nostra memoria, siamo questo museo chimerico di forme incostanti, questo mucchio di specchi rotti».
La Juventus di oggi sembra davvero uno specchio rotto, capace di riflettere soltanto i bagliori frammentati di un'epoca dorata che pare lontana secoli, anziché pochissimi anni. Si rimpiangono i fasti di una società che non chiedeva permesso, che dominava la scena non per grazia ricevuta, ma per un’ostinata, quasi religiosa cultura del lavoro e del sacrificio. Si rimpiange la severità solenne di Boniperti, per il quale vincere non era importante, ma era davvero l'unica cosa che conta. Una frase trasformata nel tempo in uno slogan commerciale, ma che all'epoca era un dogma, una linea d'ombra che separava gli uomini dai semplici pedatori di pallone. Boniperti controllava il taglio dei capelli dei calciatori prima delle firme, non per vanità estetica, ma perché la disciplina del corpo era il riflesso della disciplina dello spirito. Oggi, in un calcio ipertecnologico fatto di reel, algoritmi e procuratori onnipresenti, si stende un velo pietoso di mestizia di fronte a trattative estenuanti per giocatori qualunque, che chiedono ingaggi da re senza aver ancora dimostrato di saper domare la palla sotto la pressione di novantamila occhi accusatori.
La maglia bianconera ha una particolarità strana, quasi alchemica. Non è un colore sfumato, non permette mediazioni. È il bianco e il nero, la luce e l'ombra, il giorno e la notte. Non c'è spazio per il grigio. O la si ama fino al punto di annullarsi per essa, o la si subisce come una corazza troppo pesante che blocca le gambe e spegne il respiro. È pur vero che che il calciatore professionista spesso vive sotto la minaccia del proprio stipendio, prigioniero di una gabbia d'oro che gli ruba la gioia originaria dell'infanzia, quando il pallone era solo un'estensione della fantasia, ma per la Juventus questo non è mai bastato. Per giocare a Torino serve un'ulteriore metamorfosi: bisogna smettere di essere individui e diventare parte di una storia che pesa quintali.
Quando vedi giocatori vagare per il campo privi di orientamento, con lo sguardo perso nella ricerca di un'indicazione dalla panchina che pare non arrivare mai, capisci che la crisi non è solo tattica: è un'assenza di gravità. La squadra fluttua nell'aria, spaventata dalla propria ombra, incapace di imporre la propria legge anche contro avversari teoricamente inferiori. La sensazione di penosità nasce proprio da qui: dal contrasto stridente tra la grandezza del blasone e la mezza figura mostrata sul rettangolo verde.
Come scrisse Cesare Pavese ne La luna e i falò: «Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti». Per troppo tempo, la Juventus è stata quel "paese" sicuro per i suoi tifosi: una certezza granitica a cui aggrapparsi nei momenti di tempesta. Sapere che c'era una squadra pronta a lottare fino al novantacinquesimo minuto, contro tutto e tutti, regalava un senso di appartenenza incrollabile. Oggi quel paese sembra disabitato, un villaggio fantasma dove le finestre sbattono al vento e i vecchi abitanti scuotono la testa ricordando i tempi in cui da quelle parti passeggiavano i giganti.
Non si tratta di essere reazionari o ciechi dinanzi al cambiamento. Il calcio evolve, i mercati cambiano, le proprietà affrontano logiche finanziarie un tempo inimmaginabili, ma la sostanza del gioco rimarrà sempre legata al cuore degli uomini che lo interpretano. Pensiamo a Dino Zoff, una roccia scolpita nel granito friulano, che parlava solo quando strettamente necessario e trasformava la porta in un santuario inviolabile. Pensiamo a Gaetano Scirea, l'eleganza fatta persona, un difensore che non aveva bisogno di commettere un fallo per disarmare l'attaccante avversario, perché leggeva il futuro del gioco con un secondo di anticipo. Pensiamo a Michel Platini, il re svogliato e geniale che inventava parabole al limite dell'impossibile e poi si stendeva sul prato con un sorriso beffardo a godersi la meraviglia, o a Pavel Nedvěd, la furia bionda che correva fino allo sfinimento, spinto da un motore interiore che non conosceva la resa. Essi non erano semplicemente fuoriclasse; erano uomini. Uomini che capivano il significato profondo di quel tessuto cucito sul petto. Sapevano che ogni goccia di sudore versata su quel prato non andava perduta, ma andava ad alimentare il mito di una squadra che ha fatto dell'avversione degli altri la propria benzina e della vittoria la propria unica ragione di vita.
In un'opera memorabile, Dino Buzzati scriveva: «L'attesa è lunga, il tempo passa, ma c'è una dignità nel resistere che nessuna sconfitta potrà mai cancellare». È a questa dignità che la Juventus deve ritornare. Il cantiere disordinato deve sgombrare le macerie, allontanare i mercenari da mezza stagione, i cacciatori di stipendio senza anima, e tornare alle fondamenta. Non servono venti nomi altisonanti presi a caso da un catalogo patinato; servono fondamenta solide. Servono mattoni pieni, non cartongesso.
Manca un mese. Un mese nel calcio può essere un'eternità o un battito di ciglia. È il tempo sufficiente per guardarsi negli occhi dentro uno spogliatoio, serrare i ranghi e ricordarsi chi si è.
Galeano chiudeva la sua riflessione sul calcio ricordando che, nonostante le mafie, gli affari sporchi, le delusioni e la spersonalizzazione del gioco moderno, l'essere umano continua a sperare nel miracolo. Perché il calcio conserva, sotto strati di cenere e interessi commerciali, quella scintilla incontaminata che fa sognare il bambino che è in noi. La Juventus non ha bisogno di un miracolo divino, ma di una scossa d'orgoglio squisitamente umana. Ha bisogno di ritrovare la propria spina dorsale. Ha bisogno di dirigenti che conoscano il valore della storia e non solo quello dei bilanci, di un allenatore che sappia infondere una visione chiara e priva di alibi, ma soprattutto ha bisogno di campioni veri. E quando diciamo campioni, non intendiamo soltanto giocolieri capaci di fare tre palleggi al volo per i social network. Intendiamo uomini veri. Uomini capaci di soffrire quando la palla scotta, capaci di guardare in faccia la tempesta senza abbassare lo sguardo. Uomini che, quando sfilano la maglia a fine partita, la ritrovino pesante, impregnata di fatica, e provino il sacro timore di non esserne stati all'altezza.
«Vola alta, parola, - scriveva Mario Luzi - cresci in profondità, tocchi tu il punto d’incandescenza o il punto di fusione». Ecco cosa auguriamo a questa squadra spersa nel suo cantiere estivo: di raggiungere il proprio punto d'incandescenza. Di bruciare le incertezze, di cancellare i dubbi con la forza della volontà.
Il campionato sta per alzare il sipario. Le rivali affilano le armi, il pubblico attende, i giudici di giornata preparano già i sentenziari di condanna per una Signora che appare fragile come non mai. La storia della Juventus insegna che è proprio quando viene data per finita, quando il cantiere sembra destinato al crollo e le macerie sembrano insormontabili, che il leone ferito ritrova il suo ruggito più feroce.
Sia questo un mese di riconversione spirituale, prima ancora che tattica. Si riparta dalle radici, dal rispetto per la propria gente, dalla consapevolezza che quella striscia nera e quella striscia bianca non sono una moda passeggera, ma una seconda pelle. Che tornino i campioni, ma soprattutto che tornino gli uomini. Perché solo così, quando il soffietto dell'arbitro darà il via alle danze, il cantiere disordinato potrà finalmente crollare per far posto, ancora una volta, al palazzo incantato della vittoria.
Roberto De Frede
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