Cronache da un Dopoguerra Bianconero

Cronache da un Dopoguerra BianconeroTUTTOmercatoWEB.com
Oggi alle 00:01Editoriale
di Roberto De Frede
Il tempo è un tessuto di cui le ore, i minuti e i secondi non sono che la trama, mentre la vita stessa è l'ordito. Marcel Proust

Non c'è nulla di più faticoso al mondo che osservare qualcun altro lavorare, specialmente se ti trovi in un bar, tra il gemito di una macchina del caffè e il tintinnio di un cucchiaino, e il lavoro in questione è la ricostruzione della Juventus. Il tempo, ha scritto Marcel Proust, è un tessuto la cui trama è fatta di minuti e l'ordito di vita vera. Ma Proust, con tutta probabilità, non ha mai dovuto attendere l'esito di un controllo del VAR al novantesimo per scoprire il senso della sua esistenza e il sapore del suo tempo perduto. In questo esatto momento sospeso, sotto una spietata luce al neon che svela senza pietà tutta la stanchezza delle nostre retine, il bar sport si fa teatro di un grande e disperato dramma metafisico.

La Juventus è un cantiere in corso. I suoi tifosi, gente che fino a ieri alzava scudetti al cielo con la stessa noia impiegatizia di chi timbra il cartellino, oggi siedono su scomode sedie da bar a contemplare le impalcature. Ricordano il signor K. ne Il Castello di Franz Kafka: fissano il campo in perenne attesa di un'autorizzazione per avvicinarsi alla porta avversaria, ma trovano solo un'infinita, assurda nebbia burocratica e tattica in cui è impossibile orientarsi. Viene chiesta loro la cosa più disumana per un appassionato: concedere del tempo. «Bisogna dare tempo a Spalletti e ai suoi compagni», sentenzia un tizio al tavolo accanto, con la solennità di un uomo la cui fede calcistica è superata solamente dalla devozione verso il proprio sarto.

La storia ci insegna una verità atroce: i dopoguerra sono infinitamente più logoranti, lunghi e complessi delle guerre stesse. La guerra è un lampo, un cataclisma meraviglioso e terribile che spazza via il superfluo. Il dopoguerra, invece, è polvere che ti entra nei polmoni, è la noia delle scartoffie burocratiche, è la calce che si ostina a non asciugare mai. Assomiglia piuttosto a un capitolo sterminato de La Commedia Umana di Honoré de Balzac, dove la grandezza si impasta fatalmente con la miseria, e ogni domenica va in scena un'opera monumentale costruita sulle fragilità di personaggi fin troppo umani, costretti a rincorrere un pallone invece di un'eredità. In mezzo a questa prosa quotidiana, Spalletti si aggira come un capomastro toscano prestato alla filosofia. Sotto la luce implacabile dei riflettori, la sua pelata brilla mentre urla, gesticola e usa la zappa per inventare geometrie impossibili. Eppure, il nobilissimo e dolcissimo popolo del pallone si fa una domanda legittima: possiamo davvero aspettarci che le rose fioriscano sulle spine?

La cruda e spietata realtà è che non esiste alcuna magia per accelerare i tempi biologici di una squadra intenta a mutare pelle, anima e cromosomi. Ci resta solo una via, stretta e scivolosa come un cornicione: la fede. Un misticismo laico che ci spinge a credere ciecamente in giocatori su cui, in gran segreto, avevamo già posato una rassicurante pietra tombale. Questa Juventus è come una vecchia cattedrale gotica dalle vetrate andate in frantumi, e non si può riparare la storia con lo scotch da pacchi. Bisogna soffiare via i cocci taglienti, impastare la malta fresca e piantare ogni nuovo mattone nel cemento armato del futuro, con l'ossessione di non fare mai passi indietro. Soprattutto dopo la sosta per le nazionali, quel limbo crudele da cui i calciatori tornano — come reduci spaesati — con i muscoli fatti di cristallo. A volte, guardandoli rientrare acciaccati e malinconici, sembrano usciti dalle pagine di Giacomo Leopardi: carichi di fiduciose e vibranti promesse il sabato, e inesorabilmente disillusi la domenica, quando la festa sul campo si tramuta in un faticoso affanno. Si passa così, inevitabilmente, da un'epoca di monarchia assoluta alla repubblica democratica del sudore collettivo, dove tutti, dal fuoriclasse ritrovato al ragazzino lanciato nella mischia col cuore in gola, devono fare la propria parte.

Mentre il cameriere abbassa la saracinesca con quel lamento metallico che sa di fine dei giochi, l'ultimo avventore fissa il fondo della sua tazzina vuota. Lì, tra i residui scuri di caffè, gli pare di scorgere un 4-3-3 d'emergenza mentale. Sospira, con la tragica gravità di un astronomo che ha appena scoperto una galassia fatta interamente di scommesse perse e calzini spaiati. Alza gli occhi al soffitto scrostato, dove un poster sbiadito di Platini ammicca sornione tra le ragnatele, e comprende che il calcio, alla fine della fiera, non è che una folle, magnifica cospirazione della tenerezza umana. Una baracca sbilenca, tenuta su con sputi, sogni e santini tascabili, dove milioni di poveri cristi si radunano ogni sette giorni implorando un miracolo che profuma di prato bagnato e salamelle. Il tifoso ha bisogno di una squadra proprio come ha bisogno di un paese, non foss'altro per non sentirsi solo; e anche se ogni anno le vecchie illusioni bruciano come stoppie sulla collina, all'alba di ogni domenica sarà di nuovo lì, ostinatamente, a fissare le ceneri in attesa del raccolto.

Si sistema la sciarpa al collo con la dignità solenne di un sommo sacerdote del caos, o forse con la rassegnazione cosmica di chi ha compreso che l'universo è in continua espansione, ma il centrocampo, ostinatamente, rimane sempre troppo corto. Sorride alla sua tazzina deserta, venendo folgorato da una verità che sfugge ai grandi trattati di filosofia: la felicità non è un gelido pezzo di metallo da spolverare in una bacheca, ma il terrore puro, meraviglioso e irrazionale di un rigore battuto al novantesimo, vissuto col cuore in gola e le scarpe sfondate. I trofei, in fondo, si limitano a prendere polvere; le tachicardie domenicali, invece, ti ricordano che sei innegabilmente vivo.

«Coraggio, mister Spalletti...» mormora al bancone, con la pacata e sublime assurdità di chi si appresta a conversare di massimi sistemi con uno sgabello. «Se i calcoli tattici saltano e questa nostra vecchia cattedrale dovesse crollare del tutto, poco male: vorrà dire che avremo finalmente un bel po' di spazio all'aperto. Ne faremo uno splendido campo di bocce, oppure trapianteremo un orto d'insalata proprio tra i pali della porta, pregando che perlomeno i cespi di lattuga sappiano rispettare le consegne in marcatura. E noi saremo ancora qui, imperturbabili, a disquisire di diagonali difensive e sovrapposizioni fino al suono delle trombe del Giudizio Universale. Ad attendere la fine del mondo, si intende, senza alcuna fretta, rigorosamente a base di barbera e lambrusco, cullati dalla dolcissima e romantica certezza che la palla continuerà a rotolare... e che, persino durante l'Apocalisse, troveremo il modo di lamentarci per un fuorigioco millimetrico».

Coraggio anche a Noi, non guasta.

Roberto De Frede