Il Toro, la Signora e la nostalgia del futuro

Il Toro, la Signora e la nostalgia del futuroTUTTOmercatoWEB.com
Oggi alle 00:01Editoriale
di Roberto De Frede
La nostalgia, più che il ricordo di un passato perduto, è il presentimento di un futuro che non si realizzerà mai. (Nicolàs Gòmez Dàvila)

Dicono i vecchi saggi del fútbol che il derby non si gioca, si vive con il coltello tra i denti e il cuore sospeso a un filo di vento. Ma questa volta, per la Juventus, la stracittadina all'Olimpico Grande Torino ha il sapore amaro della polvere e dei sogni rimasti a metà strada. Veniamo dal naufragio della scorsa domenica: una sconfitta contro la Fiorentina che è sembrata un funerale di lusso, tre punti che pesano come piombo perché tutti sanno, anche i muri dello stadio, che il treno per l'Europa che conta è già passato, lasciandoci sulla banchina a guardare i fari che si allontanano. La Champions League, quel paradiso artificiale di luci e miliardi, rimarrà un miraggio.

Eppure, resta il derby. Resta l’onore.

Il calcio è lo specchio del mondo, e in questo teatro a cielo aperto l'essere umano cerca disperatamente la propria dignità. Quest'anno, quella rispettabilità è stata ferita, calpestata da una stagione grigia, forse la peggiore della nostra storia recente. Una squadra senza anima, senza una goccia di quell'identità che per più di un secolo ha fatto tremare l'Europa; una nave senza timoniere che ha navigato a vista, priva di una continuità costruttiva, dove ogni passaggio sembrava un addio e ogni gol un caso fortuito. Viene in mente la celebre e dolorosa sentenza di Friedrich Nietzsche nell'orizzonte di questa crisi: «Guai a colui che in sé alberga un deserto». Questa Juventus ha ospitato un deserto tattico e spirituale, smarrendo il fuoco sacro che trasforma undici maglie in un esercito di fieri destrieri.

Siamo diventati estranei a noi stessi, proprio come i personaggi delle tragedie greche che dimenticano il proprio nome prima del crollo. Albert Camus, che prima di essere un pilastro della filosofia della crisi è stato un portiere appassionato nelle polverose periferie di Algeri, ricordava che «tutto ciò che so di più sicuro sulla morale e sui doveri degli uomini, lo devo al calcio». E qual è il dovere della Juventus, oggi, di fronte al Toro che affila le corna e fiuta il sangue della grande fiera ferita? Il dovere è il riscatto dell'onore, l'ultimo barlume di orgoglio prima che cali il sipario.

Non si tratta di salvare una stagione già fallita. Non si tratta di cancellare gli errori di una gestione che ha ridotto lo stile sabaudo a una pallida imitazione di se stesso. Si tratta di non permettere alla sconfitta di diventare un'abitudine, di non ratificare con una disfatta nel derby l'atto di morte della nostra dignità calcistica. Come scriveva Borges, «la sconfitta ha una dignità che la vittoria non conosce», ma solo se vissuta combattendo fino all'ultimo respiro, difendendo i propri colori con l'ostinazione dei disperati. Se dobbiamo cadere, dobbiamo farlo con le armi in pugno, costringendo la storia a ricordare che anche nel fango, la Signora sa come si sta in piedi.

Galeano, con la sua immensa tenerezza per le cose perdute, diceva di essere un «mendicante di buon calcio», pronto a girare il mondo col cappello in mano pur di vedere una bella giocata, non importa da quale maglia provenisse. Stasera, in casa del Toro, non chiederemo miracoli estetici, né geometrie celestiali che questa squadra non possiede. Chiederemo solo un'anima. Un sussulto di orgoglio che ricordi a chi indossa quella maglia a strisce verticali che il passato non è un fardello, ma uno scudo.

Vincere il derby, adesso che la Champions – siamo realisti, salvo improbabili e invocati prodigiosi portenti sportivi -  è svanita, non ci darà la felicità. Ma ci eviterà l'infamia di firmare, con una resa, la peggiore pagina del nostro tempo. Giochiamo per l'onore, giochiamo per la memoria. Perché, come insegna la filosofia più profonda della vita, l'unica vera sconfitta è smettere di lottare prima ancora che l'arbitro fischi la fine.

Roberto De Frede