La Juventus a Firenze: prove tecniche di continuità. Il ponte, la rovesciata e il cantiere

La Juventus a Firenze: prove tecniche di continuità. Il ponte, la rovesciata e il cantiereTUTTOmercatoWEB.com
Oggi alle 00:01Editoriale
di Roberto De Frede
“Ho ricostruito molto: e ricostruire significa collaborare con il tempo nel suo aspetto di "passato", coglierne lo spirito o modificarlo, protenderlo, quasi, verso un più lungo avvenire” - Marguerite Yourcenar

Nella topografia dell'anima di una squadra di calcio c'è un momento preciso, in cui il brusio logorante dei dubbi lascia il posto a un silenzio gravido di promesse. È quel frangente in cui la palla smette di essere un oggetto contundente, governato dal caso o dall'ansia, e si lascia addomesticare, obbedendo a un disegno invisibile ma palpabile. La Juventus, reduce da due vittorie consecutive, si trova esattamente su questo crinale. E dicono che vincere una volta sia un incidente gioioso, un capriccio degli dèi del prato verde. Vincere due volte, invece, è un indizio. Ma è alla terza, dicono i vecchi saggi seduti sui gradoni di cemento, che si intravede quel fantasma sfuggente e dispotico che chiamiamo continuità.

La continuità, nello sport come nella vita, non è una semplice costellazione di risultati positivi messi in fila come perline su un filo; il calcio è una macchina per fabbricare illusioni, e l'illusione più grande è credere che il tempo possa scorrere senza inciampi. Eppure, la continuità è proprio questo: il tentativo titanico, quasi commovente, degli esseri umani in pantaloncini corti di sconfiggere la casualità del cosmo. È il respiro che si fa ritmo, è il passo che si fa marcia. Sotto la guida del mister, uomo di terra, di vigneti e di lavagne tattiche, questa Juventus sta provando a svestire i panni dell'estemporaneità per indossare quelli dell'architettura. Spalletti, con la sua mimica da filosofo di provincia e la sua ostinata ricerca dell'armonia, sta provando a trasformare una tenda da nomadi in un edificio in muratura.

E parlando di architettura, non esiste palcoscenico più probante, severo e spietato di quello che attende la Juventus stasera. Firenze. La trasferta al Franchi non è mai una semplice partita di pallone; è un trattato di balistica, un conflitto di linee di fuga, uno scontro tra due diverse concezioni dello stare al mondo. Firenze è la città che ha insegnato all'umanità come ingannare la forza di gravità. La Cupola del Brunelleschi non sta in piedi per magia, ma per una tensione perfetta, un gioco di spinte e controspinte in cui ogni mattone a spina di pesce si fa carico del peso dell'altro, in una solidarietà di terracotta che sfida i secoli. Quando la Juventus scende in campo a Firenze, si trova sempre di fronte a questa pretesa di perfezione estetica e strutturale. Lo stesso Stadio Artemio Franchi, capolavoro in cemento armato di Pier Luigi Nervi, con la sua Torre di Maratona che trafigge il cielo e le sue pensiline a sbalzo che sembrano galleggiare nell'aria senza sostegno, è un monito: qui, per vincere, non basta la forza cruda. Serve l'equilibrio. Serve sapersi reggere sul vuoto.

Firenze, che poesia! Gennaio 1950, stesso stadio. Il cielo sputa giù un pallone infame, un piombo travestito da cuoio. Carlo Parola, che ha la faccia amara e vera dei film di De Sica, capisce che la ragione terrestre non serve più: occorre l'eresia. Così, voltando le spalle al suolo, si tuffa verso l'alto. Il suo corpo si fa orizzonte, la gamba scatta come una frustata al destino per rispedire la sfera tra le nuvole. Per un istante perfetto, la dittatura della gravità viene abolita. Un fotografo, Corrado Banchi, ruba quel volo agli dèi, condannando Parola a rimanere sospeso per sempre: un'acrobazia divenuta ostia laica, appiccicata con la saliva e i sogni negli album di milioni di bambini. In quella foto, Carlo Parola non è più un calciatore: è un arco a sesto acuto. È un contrafforte umano, un elemento architettonico vivo che sorregge, da solo, il peso dell'intera squadra e l'impeto degli avversari. Quella rovesciata è il trionfo dell'aria sulla terra, la sublimazione del gesto tecnico che si fa pura statica. Parola, in quel momento, è il Brunelleschi del prato verde: inventa una cupola di carne e muscoli per proteggere la sua area di rigore.

Stasera, in quella stessa arena, la Juventus dovrà dimostrare di aver compreso questa lezione. Dovrà capire di che pasta è fatta, se di creta friabile o di pietra serena. Contro il Napoli si è vista per una frazione di gioco la furia, contro l'AZ Alkmaar l'applicazione. A Firenze servirà la struttura. Servirà quella continuità che permette a un edificio di resistere al vento di tramontana che scende da Fiesole, carico di fischi, di sfottò e di storia.

A suggello di questa ricerca di solidità, soccorre quella folgorante intuizione che Italo Calvino affida alla voce di Marco Polo nelle sue Città invisibili, una pagina che sembra scritta apposta per chiunque si ostini a voler edificare un collettivo vincente. Nel descrivere al Gran Khan i segreti di un ponte, il viaggiatore veneziano svela il paradosso di ogni architettura: la struttura non è tenuta in piedi da un masso specifico o da un pilastro provvidenziale, ma dall'invisibile linea dell'arco che le pietre, incastrandosi, riescono a tracciare. E al sovrano impaziente, interessato soltanto alla magnificenza della volta e sdegnoso dei singoli detriti, Polo ricorda l'amara, ineludibile legge della statica e del campo: senza il sacrificio di ogni singola, ruvida pietra, l'idea stessa dell'arco non è che aria. Ecco il compito di Spalletti e dei suoi ragazzi stasera: ricordarsi che le giocate dei singoli, i dribbling, i contrasti, sono le pietre. Indispensabili, uniche, ruvide. Ma senza la linea dell'arco – l'idea, il mutuo soccorso, la continuità della corsa per il compagno – il ponte crolla. Il Franchi non perdona i ponti malfermi. Se una sola pietra cede all'egoismo o alla paura, l'intera volta bianconera rischia di sbriciolarsi sotto la pressione viola.

E mentre noi, da lontano, pontifichiamo di architetture rinascimentali e di epica sudamericana, si avvicina inesorabile l'ora del calcio d'inizio, portando con sé quell'inevitabile degrado della dignità umana che affligge ogni tifoso. Perché è inutile darsi arie da intellettuali consumati, disquisendo di Calvino e di moduli a zona, quando poi, a due ore dal fischio dell'arbitro, la tensione si impadronisce del sistema nervoso centrale trasformandoci in creature degne di uno studio zoologico.

In fondo, questa benedetta continuità che la Juventus insegue è un concetto spaventoso. Un uomo vince una volta, e tutti lo festeggiano. Vince due volte, e gli stringono la mano. Vince la terza, ed ecco che è condannato a vita: se alla quarta perde, nessuno dirà che è scivolato, ma grideranno disperati che ha rotto il sortilegio. Stasera l’allenatore scoprirà di che materia è fatta la sua squadra, se di argilla o di cemento armato. Ma il rischio di affidarsi troppo alla perfezione estetica, ai ponti invisibili e ai calcoli strutturali, è dimenticarsi che il Franchi non è un cantiere. E che a un certo punto, tra un contrafforte tattico e un arco a sesto acuto, si spera che a qualche attaccante sorga l'educato sospetto che quel globo rotolante sul prato non sia un vezzo ornamentale del Brunelleschi, ma vada, se non reca troppo disturbo all'armonia del cosmo, preso banalmente a pedate fin dentro la rete.

Roberto De Frede