Dalla Juventus del '96 al calcio senza pause: trent'anni dopo il pallone presenta il conto

Dalla Juventus del '96 al calcio senza pause: trent'anni dopo il pallone presenta il contoTUTTOmercatoWEB.com
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di Nerino Stravato

Novantadue giocatori indisponibili in Serie A. È il dato riportato dal Corriere dello Sport nell'approfondimento pubblicato il 7 novembre 2026, una fotografia che racconta le difficoltà con cui diverse squadre stanno affrontando questa fase della stagione. Un numero importante, che riporta al centro una questione di cui si parla ormai da tempo: il calcio moderno sta chiedendo troppo ai suoi protagonisti?

Non è soltanto una questione di infortuni muscolari, di recuperi affrettati o di giocatori costretti a fermarsi nel momento più delicato della stagione. Il problema riguarda un sistema che negli anni ha continuato ad allargarsi, aggiungendo competizioni, partite e appuntamenti televisivi. Il calcio non si ferma praticamente mai e, mentre l'offerta di intrattenimento cresce, aumenta anche il carico fisico e mentale per chi deve scendere in campo.

Il calcio non si ferma mai: ogni sera c'è una partita da vedere

Basta osservare il calendario e il palinsesto televisivo per capire quanto sia cambiato il nostro modo di vivere il calcio. Oggi è difficile trovare una serata senza una partita da seguire: Serie A, Champions League, Europa League, Conference League e Nazionali riempiono praticamente ogni spazio disponibile. A queste si aggiungono i turni infrasettimanali, le nuove competizioni internazionali e gli appuntamenti estivi.

Il calcio è diventato un prodotto da distribuire continuamente. Ogni partita rappresenta un'occasione per vendere diritti televisivi, attirare pubblico, raccogliere sponsorizzazioni e generare nuovi ricavi. Da questo punto di vista il sistema ha trovato una formula che sembra non conoscere pause. Ma mentre il calendario si allunga, il tempo a disposizione dei calciatori per recuperare resta inevitabilmente limitato.

Il problema riguarda soprattutto le squadre impegnate su più fronti. Chi gioca in Europa deve affrontare ulteriori appuntamenti rispetto a chi disputa soltanto il campionato, mentre i calciatori convocati dalle rispettive Nazionali continuano a viaggiare e a giocare anche durante le soste. E sono spesso proprio i giocatori più importanti, quelli utilizzati con maggiore continuità dai club e dalle selezioni, a sostenere il carico maggiore.

Dopo la Juventus del 1996, un altro calcio: il confronto con trent'anni fa

Per capire quanto sia cambiato il panorama possiamo prendere come riferimento una squadra che appartiene alla storia del calcio italiano: la Juventus di Marcello Lippi, capace di vincere la Champions League nel 1996. Sono passati trent'anni e il confronto tra quella stagione e il calcio attuale racconta una trasformazione profonda.

Nella stagione 1995-96 la Juventus disputò 48 partite ufficiali con la prima squadra: 34 in Serie A, 11 in Champions League, due in Coppa Italia e una in Supercoppa italiana. La competizione europea aveva già cambiato nome e formula: la prima edizione della Champions League risaliva al 1992-93 e prevedeva una fase a gironi seguita dagli scontri a eliminazione diretta. Nel 1995-96, però, il torneo era ancora molto più ristretto rispetto alle dimensioni raggiunte oggi.

Il campionato era composto da 18 squadre e prevedeva 34 giornate. In Champions League l'Italia era rappresentata soltanto dalla squadra campione, mentre le altre formazioni impegnate in Europa disputavano la Coppa UEFA o la Coppa delle Coppe. Anche il numero degli appuntamenti complessivi era quindi differente.

Oggi la Serie A conta 20 squadre e 38 giornate. Le competizioni europee hanno ampliato il proprio formato e una squadra che arriva fino in fondo può accumulare un numero considerevole di partite. Prendiamo proprio la Juventus come esempio: ipotizzando un percorso fino alla finale di Europa League nel 2026-27, con accesso diretto agli ottavi, potrebbe disputare 38 gare di campionato, 15 incontri europei e almeno una partita di Coppa Italia. Si arriverebbe così a 54 partite ufficiali. Superando almeno un turno di Coppa Italia, il totale salirebbe a 55.

Se invece fosse costretta a passare dai playoff di Europa League, il totale potrebbe salire rispettivamente a 56 o 57 partite, in base al percorso in Coppa Italia. Un numero già superiore alle 48 partite disputate dalla Juventus di Lippi nel 1995-96. E stiamo parlando soltanto degli impegni con il club.

Le Nazionali aumentano ulteriormente il carico

Il conto, infatti, non termina con le partite disputate con la propria squadra. Per i calciatori che rappresentano stabilmente le rispettive Nazionali il calendario continua anche quando i campionati si fermano. Le soste internazionali sono diventate un appuntamento ricorrente e, in alcuni periodi, concentrano diverse partite in pochi giorni.

Lo vediamo proprio in questi giorni. Dopo la giornata di campionato dell'8 novembre, la Serie A si fermerà per lasciare spazio alla Nations League. L'Italia di Roberto Mancini affronterà la Francia il 12 novembre e il Belgio il 15 novembre. Due partite ravvicinate che richiederanno ai convocati di lasciare i rispettivi club, viaggiare e prepararsi per altri impegni ad alta intensità.

La stagione 2026-27 ha inoltre previsto una novità nella distribuzione delle finestre internazionali: settembre e ottobre sono stati accorpati in un'unica pausa più lunga, con quattro giornate dedicate alle partite delle Nazionali. A novembre si torna invece a una finestra più breve, con due incontri per le selezioni impegnate nella fase a gironi della Nations League.

Il confronto con il passato è significativo anche sotto questo aspetto. La Juventus del 1996 arrivò alla conquista della Champions in un periodo in cui il calendario internazionale era strutturato diversamente. Quell'anno si disputarono anche gli Europei in Inghilterra, con l'Italia impegnata nella fase finale, ma non esistevano ancora competizioni come la Nations League e l'attuale sistema di appuntamenti internazionali. Oggi un calciatore che è titolare nel proprio club e nella Nazionale può accumulare un numero di presenze molto elevato nell'arco di una singola stagione.

Le qualificazioni a Euro 1996, iniziate nell'aprile 1994 e concluse nel dicembre 1995, avevano già impegnato le selezioni nazionali per diversi mesi. Il torneo in Inghilterra si svolse poi nel giugno 1996. Il calendario internazionale, quindi, non era privo di appuntamenti, ma aveva una struttura differente rispetto a quella attuale, senza la Nations League e con un numero di finestre internazionali organizzato diversamente.

Il 2026, inoltre, è stato l'anno del Mondiale a 48 squadre. Una Nazionale arrivata fino alla finale ha dovuto disputare otto partite, considerando la nuova formula del torneo. Anche questo significa un ulteriore carico per i giocatori che hanno partecipato alla competizione e che, terminata la parentesi internazionale, sono tornati a disposizione dei rispettivi club.

Più intensità, meno recupero: il conto lo pagano i calciatori

Non sarebbe corretto attribuire ogni infortunio esclusivamente al numero delle partite. La preparazione atletica, la gestione dei carichi, le caratteristiche individuali, la storia clinica e anche la casualità hanno un ruolo importante. Ma sarebbe altrettanto difficile negare che un calendario sempre più fitto renda più complicato gestire il recupero.

Il calcio di oggi è anche molto diverso da quello di trent'anni fa dal punto di vista atletico. Le squadre chiedono ai propri giocatori di mantenere ritmi elevati, pressare, aggredire gli avversari, coprire grandi spazi e ripetere continuamente accelerazioni e cambi di direzione. La velocità del gioco è aumentata e la richiesta di prestazioni fisiche di alto livello è diventata costante.

In questo contesto, il riposo non è un dettaglio secondario, ma una componente fondamentale della prestazione. Quando gli impegni si susseguono senza lasciare margini adeguati, il rischio di sovraccarico aumenta. E il dato dei 92 indisponibili in Serie A riportato dal Corriere dello Sport diventa un campanello d'allarme che merita attenzione.

Da anni i calciatori e i loro rappresentanti denunciano il problema dei calendari congestionati. Le prese di posizione non sono mancate, ma finora non hanno prodotto una riduzione significativa degli impegni. Il sistema economico del calcio coinvolge club, federazioni, organizzatori e televisioni, tutti soggetti che hanno interesse a mantenere alta l'offerta. E anche i giocatori fanno parte di un'industria che genera ricavi enormi, ma questo non significa che il loro fisico possa sostenere qualsiasi richiesta.

Quando la partita era un'attesa: il calcio ha perso qualcosa?

Esiste poi un'altra questione, meno legata agli infortuni ma altrettanto importante: quanto è cambiato il modo di vivere il calcio?

Prima della grande diffusione delle televisioni a pagamento, seguire una partita in diretta era un'esperienza molto diversa. Il campionato si viveva soprattutto allo stadio, alla radio o attraverso le immagini delle trasmissioni televisive. La Rai raccontava la domenica calcistica con programmi come 90° Minuto, mentre le dirette erano molto più limitate rispetto a oggi. Con l'arrivo delle pay TV, a partire dai primi anni Novanta, il panorama è cambiato progressivamente: sempre più partite sono diventate disponibili in diretta e il calcio ha iniziato a trasformarsi in un prodotto televisivo continuativo.

Il primo posticipo di Serie A trasmesso in diretta da Telepiù fu Lazio-Reggiana, il 29 agosto 1993. In quella prima fase, tuttavia, la televisione a pagamento proponeva soltanto un numero limitato di incontri, non l'intero campionato. La copertura si sarebbe ampliata progressivamente negli anni successivi, cambiando profondamente il rapporto tra calcio e televisione.

Chi ha vissuto quegli anni ricorda l'attesa per il mercoledì di Coppa, per il giovedì della Coppa UEFA e per la domenica di campionato. Una vittoria importante aveva il tempo di essere assaporata, una sconfitta lasciava spazio a giorni di discussioni e commenti. Oggi, invece, spesso non si è ancora terminato di festeggiare un successo che arriva già il momento di pensare alla partita successiva.

Non si tratta di sostenere che il calcio di allora fosse perfetto o che non esistessero interessi economici. Anche negli anni Novanta il pallone era già un business. Ma il rapporto tra partite, televisione e tifosi era differente. La partita era un appuntamento da aspettare, non un contenuto disponibile praticamente ogni sera.

Il modello inglese offre un esempio interessante: nel Regno Unito esiste ancora il cosiddetto 3pm blackout, una fascia del sabato pomeriggio nella quale le partite non vengono trasmesse in diretta. La regola nasce anche con l'obiettivo di tutelare l'affluenza agli stadi delle categorie inferiori, evitando che la televisione sottragga pubblico alle partite giocate nello stesso momento. Una scelta che dimostra come sia ancora possibile riconoscere un valore alla presenza dei tifosi sugli spalti.

Un calcio sempre più ricco, ma forse sempre meno sostenibile

Il tifoso, nel frattempo, si trova davanti a un'offerta sempre più ampia, ma anche più costosa. Per seguire tutte le competizioni servono spesso abbonamenti differenti, mentre chi vuole andare allo stadio deve fare i conti con anticipi, posticipi, orari scomodi e trasferte difficili da organizzare. Il prodotto televisivo cresce, ma non necessariamente rende più semplice vivere la propria passione.

Il problema, quindi, non riguarda soltanto i calciatori e il rischio degli infortuni. Riguarda anche il rapporto tra il calcio e chi lo segue. Aumentare il numero delle partite significa offrire più occasioni di intrattenimento, ma non è detto che significhi automaticamente aumentare la passione. Quando tutto è sempre disponibile, anche gli appuntamenti più importanti rischiano di perdere parte della loro eccezionalità.

Trent'anni dopo la Champions League conquistata dalla Juventus di Lippi, il calcio è diventato un'industria globale, più ricca e capace di raggiungere un pubblico enorme. Ma il dato dei 92 indisponibili e il continuo aumento degli impegni impongono una riflessione. Non basta chiedere ai calciatori di recuperare meglio o alle società di gestire diversamente le rose: bisogna interrogarsi anche sulla quantità di partite che il sistema continua ad aggiungere.

Perché il calcio non può essere soltanto un prodotto da vendere e consumare senza interruzioni. È anche attesa, appartenenza, emozione e partecipazione. E forse, in un mondo che vuole proporci una partita ogni sera, la domanda da porsi è proprio questa: non stiamo rischiando di avere troppo calcio e di goderci sempre meno quello che abbiamo?