La Juventus ha cominciato il suo campionato?
Si diceva… beh contro il Bologna non si voleva neanche vincere? Mica era quello di Pascutti e Bulgarelli? E si diceva… beh sarà pure la Champions ma contro il Maccabi Haifa cosa si doveva fare se non come minimo stravincere? Quindi stando ai “si diceva” la Juventus sin dopo la prima contro gli israeliani stava facendo il puro e semplice compitino, il men che minimo risultato, dopo gli scappellotti ricevuti nelle partite precedenti. Forse per come stavano andando le cose il criticante “si diceva” era più che giusto, anche se un po’ provocatorio e stizzito. In seguito sono arrivate le orribili mazzate di Milano e Haifa e le critiche mitragliate a raffica sono doverosamente giunte. La vittoria seppur striminzita nel derby, ennesimo spartiacque, ha dato una leggera spinta dal basso verso l’alto per rimanere almeno a galla, un po’ come recita il principio di Archimede. Nessuna rivoluzione c’è stata, la dirigenza non ha subito scosse, la panchina è ancora lì piantata bene in terra, e pare che non ci siano ombre di ammutinamenti e sabotaggi.
Ascolto da qualche giorno una critica, cioè che si fanno troppe critiche alla Juventus, fatta da chi crede che criticare sia solo distruttivo, o peggio… conoscendo il valore costruttivo vorrebbe che la Juventus continuasse a navigare senza infamia e senza lode almeno per quest’anno, con l’uscita probabile dalla Champions e giocarsi un posto non onorevolissimo in campionato. Invece criticare con amore è un'arte, un gesto d'altruismo, un atto d'affetto, soprattutto se va fatto in tempo nel momento giusto; sarebbe invece inutilmente improduttivo e cattivo farlo a giochi fatti, con doloso ritardo, solo per colpevolizzare qualcuno o qualcosa. Oggi il problema di molti è che preferirebbero essere rovinati dalle lodi, anziché salvati dalle critiche, perché presi dalla smania del momento, e non dalla costruzione di un progetto. Non dimentichiamoci che una persona di successo è quella che riesce a stabilire basi solide con i mattoni che le vengono tirati addosso. Probabilmente, grazie proprio ai giudizi di queste settimane espressi da tecnici e giornalisti, oltre a rimanere a galla la Juventus comincia anche a nuotare, e contro l’Empoli le vasche sono state fatte con stile e velocità, soprattutto tenendo il ritmo per tutta la durata della partita, novità assoluta della stagione.
Ora si può dire che con la vittoria ritrovata è cominciata davvero la stagione della Juventus, di Allegri e di tutti coloro che hanno creduto in questa squadra. Era vitale per il momento storico e per la stagione una piccola continuità vincente, anche se fosse venuta a tavolino, con un gol in fuorigioco o di mano a tempo scaduto… tanto state tranquilli tifosi avversari, non capita… ci annullano quelli buoni figuriamoci quelli viziati!
Inoltre, non solo con l’Empoli ci si è aggiudicati i tre punti, ma si è vista una partita giocata dal gruppo, dalla squadra, fatta di calciatori rinati e con la voglia di combattere per vincere. Danilo, illuminante brasiliano, con le innate stimmate di capitano, lanci e verticalizzazioni, muro invalicabile con anticipi e chiusure che non hanno fatto rimpiangere le amnesie di qualche collega di reparto. Cuadrado, croce e delizia della cordigliera delle Ande, ma quando fa il suo mestiere è meravigliosamente imprendibile. Il texano Mckennie onnipresente come un buon whiskey nel Far West. E poi, aspettando Godot (Di Maria, Chiesa e Pogba) c’è Rabiot, che tanti hanno biasimato e appellato come l’ultimo dei tre flop ancora a Torino, dopo Ramsey e Arthur, ha dimostrato invece, e non solo contro l’Empoli, di essere un giocatore fondamentale nello scacchiere del centrocampo: scatenato, devastante e anche goleador.
Qualcuno obietterà che è troppo presto, che una rondine non fa primavera, che non si deve dare sfogo all’esagerazione. E perché? Il calcio in quanto sport è bello perché deve emozionare, e le emozioni in quanto tali di per sé sono esagerate, a volte oltrepassano i confini del vero. L’esagerazione di un’idea, diceva Andrè Gide, è un’opera d’arte! Quella che la Juventus sta mettendo pian piano e con fatica in scena ha il sapore se non proprio di un capolavoro, ma di una importante impresa rinascente per continuare la scia vincente, come quella di qualche stagione fa. La preparazione sui campi verdi che è mancata quando la si doveva fare, preferendo il verde dei dollari, la si sta completando in questa calda ottobrata, e l’obiettivo, dopo aver lasciato punti importanti per strada, è quello di riprenderli al più presto, andando alla riscossa partita dopo partita.
La riscossa! Un tempo si usava tale parola proprio ad indicare il recuperare il campo conquistato dal nemico, mediante l’aiuto di schiere spedite in soccorso, le quali perciò si dicevano appunto “schiere di riscossa”. Nel caso della Juventus il nemico era soltanto la mancata presa di coscienza della propria forza e delle proprie possibilità, soprattutto dopo il “vuoto” momentaneo di Pogba, che ha destabilizzato tutto l’ambiente, essendosi basato proprio sul francese per un grande inizio di campionato, e invece ritrovandosi senza, con tanta rabbia e sconforto, e senza una giusta preparazione, come già ampiamente scritto anche nei miei precedenti editoriali.
Forse una scintilla è finalmente partita, un nuovo inizio, un risveglio. Un ritorno alla vita vera bianconera, quella vittoriosa, quella che brucia per la gloria e che splende, e noi all’improvviso ci ritroviamo, candidamente, a splendere e a sorridere con lei. La Juventus si è accesa, e per tutti è stato come quando si cerca, nella notte, ancora tra i tentacoli di un sogno o di un incubo, il rassicurante clic dell’abat-jour accanto al letto. Luce candida e insieme incandescente che, secondo i principi poetici della lirica cavalleresca trova eco negli occhi, si trasmette nello sguardo come luminoso contagio cui nessuno può sfuggire. Quella rinata luce si chiama vittoria, e del suo contagio i bianconeri ne godono.
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