Chiarodia, Liberali e Tresoldi: i giovani italiani per ricostruire un'identità bianconera

Chiarodia, Liberali e Tresoldi: i giovani italiani per ricostruire  un'identità bianconeraTUTTOmercatoWEB.com
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Oggi alle 12:05Primo piano
di Massimo Reina
La nuova dirigenza studia una strategia che unisca talenti emergenti ed esperienza: e in quest'ottica, questi campioncini vanno presi subito.

La Juventus continua a parlare di futuro come se fosse una terra promessa sempre un po’ più in là, oltre la prossima sessione di mercato. Ma il calcio, quando si fa serio, non concede illusioni: chiede scelte. E la scelta, oggi, sembra quella di tornare ai giovani italiani. Non per moda, ma per necessità. E anche per un certo tipo di nostalgia tecnica che non è mai solo nostalgia: è riconoscere che senza radici non si regge nessun albero. Ma molti bisogna prenderli adesso che non costano ancora tanto, prima che esplodano altrove come Sandro Tonali.

Fabio Chiarodia, oggi al Borussia Mönchengladbach che ha bene impressionato anche nelle varie rappresentative azzurre, è uno di quei difensori che la Serie A ha lasciato partire troppo in fretta. Classe 2005, mancino naturale, cresciuto tra Italia e Germania, è dentro la scuola tedesca: ordine, linea alta, pulizia nell’uscita del pallone. Non è il centrale “da area e basta”, è uno che prova a giocare prima ancora di distruggere. In una Juventus che ha spesso oscillato tra pragmatismo e confusione, uno così non è un lusso: è una direzione.

Accanto a lui il nome di Luca Reggiani, cresciuto tra Italia e Borussia Dortmund, racconta un’altra deriva del calcio italiano: ragazzi che si formano fuori prima ancora di essere riconosciuti qui. Difensore classe 2008, struttura fisica importante, 1,94, destro naturale, impostazione ancora grezza ma personalità già evidente. Il Dortmund, che di giovani ne mastica e ne sputa pochi sbagliati, lo ha inserito in un contesto dove il talento non viene protetto: viene testato. La Juventus dovrebbe ragionare proprio su questo: non solo comprare il talento, ma capire se è in grado di sopportare la pressione prima che diventi un nome.

A centrocampo Mattia Liberali, oggi al Catanzaro dopo il percorso tra Milan e settore giovanile rossonero, è un altro discorso ancora. Trequartista o ala, tecnico, piede pulito, primo controllo che toglie tempo agli avversari. È un giocatore che nasce nel calcio “di scuola Milan”, quello che cerca sempre l’uomo tra le linee, anche quando il calcio moderno gli chiede di sparire dietro i sistemi. Alla Juventus sarebbe il classico innesto che divide: troppo leggero per alcuni, troppo necessario per altri.

E davanti Nicolò Tresoldi, oggi al Club Bruges, è il prototipo dell’attaccante europeo contemporaneo. Cresciuto all’Hannover, dentro il calcio tedesco che ti insegna subito a non vivere solo di area di rigore, è un centravanti da 1,90 che non aspetta il pallone ma lo va a cercare. Pressing, profondità, gioco di raccordo. Non il nove “alla Vialli” né quello statico da area piccola: piuttosto un attaccante che apre spazi agli altri mentre prova a finire dentro gli spazi stessi.

Eppure il punto non è mai l’elenco dei nomi. È il contesto. Perché questi giocatori, presi uno per uno, sono promesse interessanti; messi insieme senza una struttura, diventano semplicemente un gruppo di ragazzi spaesati in una maglia pesante. E allora la Juventus deve aggiungere l’altra metà della verità: non solo Chiarodia, Liberali o Tresoldi, ma anche giocatori pronti, con partite vere nelle gambe, con la capacità di reggere lo Stadium quando smette di essere un luogo e diventa un esame. Il calcio italiano lo ha dimenticato spesso: i giovani non crescono nel vuoto. Crescono accanto a chi sa già come si resta in piedi quando tutto si inclina