Comolli parla di “stagione fallimentare”, ma il fallimento è anche suo
Damien Comolli ha definito nei giorni scorsi senza giri di parole la stagione della Juventus come «fallimentare». Una dichiarazione forte, netta, che fotografa un’annata chiusa lontano dagli obiettivi e senza Champions. Ma proprio quella definizione, rilanciata dall’interno del club, apre inevitabilmente una riflessione più ampia: chi ha contribuito a costruire questo fallimento?
Perché il giudizio non può restare sospeso solo sulla squadra o sull’allenatore che di certo hanno le loro colpe. Il mercato estivo, le scelte di impostazione tecnica e le strategie successive portano anche la firma della dirigenza. E in particolare dello stesso Comolli, chiamato a dare una direzione chiara al progetto ma finito invece al centro di una gestione piena di contraddizioni.
La sessione estiva ha visto confermare un tecnico purtroppo poi rivelatosi non adatto al contesto, mentre il mercato non ha portato i rinforzi attesi nei ruoli chiave. Anche a gennaio la Juventus non è riuscita a intervenire come richiesto dallo staff tecnico. La mancanza di una punta di peso, più volte indicata come priorità da Spalletti, resta uno dei nodi più evidenti. Il paragone che circola nell’ambiente è impietoso ma significativo: altre squadre, come la Roma con Malen, hanno trovato energie nuove e cambiato passo. La Juventus invece è rimasta in attesa, tra trattative non chiuse e alternative mai davvero affondate.
Un’assenza, quella della punta che, col senno di poi, pesa anche nella corsa al quarto posto sfumata nelle ultime giornate. Dentro questo scenario, la parola “fallimento” del Chief Executive Officer e Amministratore Delegato bianconero rischia quindi di suonare incompleta se non condivisa da tutta la catena decisionale. Perché se la Juventus ha mancato gli obiettivi, non è solo il campo a dover rispondere. E ora il tema non è più trovare un colpevole, ma capire se chi ha contribuito agli errori sarà anche chiamato a correggerli.
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