Juventus, il problema non sono solo i risultati: è l’assenza di una direzione
Nel calcio si può perdere, si può sbagliare, si può attraversare un ciclo difficile. Quello che oggi preoccupa molti tifosi juventini è qualcosa di più profondo: la sensazione che la Juventus abbia smesso di sapere cosa vuole essere. Negli ultimi anni il club ha cambiato continuamente allenatori, dirigenti, strategie di mercato e filosofia tecnica. Ogni estate sembra iniziare una nuova rifondazione, puntualmente interrotta pochi mesi dopo. E quando manca la continuità, anche gli investimenti perdono valore.
La Juventus storicamente è diventata grande grazie a una struttura forte, competente e coerente. Non servivano rivoluzioni continue: bastavano pochi innesti mirati, una dirigenza autorevole, un’identità chiara e la capacità di valorizzare ciò che già esisteva. Oggi invece il club appare spesso in balia degli eventi, costretto ogni anno a correggere gli errori dell’anno precedente. Ed è qui che nasce il malcontento di tanti tifosi. Non tanto per la necessità di tenere sotto controllo i conti — esigenza comprensibile nel calcio moderno — ma per il fatto che ogni difficoltà sembri tradursi automaticamente in cessioni importanti, ridimensionamento e ripartenze da zero.
Il paradosso è evidente: si parla continuamente di sostenibilità, ma gli errori ripetuti costano molto più della competenza. Cambiare allenatore costa. Sbagliare acquisti costa. Svalutare giocatori costa, così come non qualificarsi in Champions costa o rifondare ogni anno. Al contrario, costruire una struttura tecnica seria riduce la necessità di “ripianare” continuamente. Molti tifosi non chiedono spese folli o campagne acquisti irrealistiche. Chiedono qualcosa di diverso: stabilità, competenza e identità juventina. Chiedono che il club torni ad avere figure calcistiche forti e riconoscibili, persone in grado di trasmettere cultura sportiva, ambizione e credibilità.
Nomi come Giovanni Sartori o Alessandro Del Piero vengono spesso citati non per nostalgia, ma perché rappresentano due concetti che oggi sembrano mancare: competenza calcistica e identità. Sartori è considerato uno dei migliori dirigenti italiani nella costruzione sostenibile delle squadre. Del Piero rappresenterebbe invece un legame fortissimo con la storia, i valori e la mentalità juventina. Non si tratta di romanticherie: nel calcio moderno anche la leadership, il senso di appartenenza e la cultura sportiva fanno la differenza.
La sensazione, invece, è che la proprietà preferisca una gestione sempre più aziendale e sempre meno calcistica. Una scelta forse comprensibile dal punto di vista finanziario, ma che rischia di allontanare il club dalla propria identità storica. Nessuno può sapere davvero quali siano le intenzioni della proprietà. Ma ciò che conta, nel rapporto con i tifosi, è la percezione. E oggi molti percepiscono una Juventus senza una visione chiara, senza un progetto tecnico stabile e senza quella fame di tornare dominante che aveva caratterizzato il club per decenni.
La verità è che la Juventus non avrebbe necessariamente bisogno di rivoluzioni permanenti. Avrebbe bisogno di costruire con pazienza quindi di mantenere un’ossatura forte, fare pochi acquisti intelligenti, scegliere dirigenti competenti, dare continuità al progetto tecnico e smettere di ricominciare da capo ogni estate. Perché le grandi squadre non tornano grandi vendendo continuamente i propri punti di riferimento. Tornano grandi quando ritrovano identità, competenza e coraggio nelle scelte. Ed è proprio questo che oggi tanti tifosi temono di non vedere più.
Iscritta al tribunale di Torino al n.70 del 29/11/2018
Iscritto al Registro Operatori di Comunicazione al n. 18246
Direttore responsabile Antonio Paolino
Aut. Lega Calcio Serie A 21/22 num. 178

