Di Livio: "Spalletti mi ricorda Lippi. Bernardo Silva? Lo vado a prendere a piedi"

Di Livio: "Spalletti mi ricorda Lippi. Bernardo Silva? Lo vado a prendere a piedi"TUTTOmercatoWEB.com
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di Fabiola Graziano

In un'intervista esclusiva concessa a Tuttosport, l'ex calciatore bianconero Angelo Di Livio ha ricordato i momenti magici vissuti con la maglia della Juventus, soffermandosi anche su chi la indossa oggi e su chi potrebbe indossarla nell'immediato futuro. Queste le sue parole:

"La mia celebre finta? Tutti la conoscevano, nessuno mi prendeva. Frenata e cross immediato: il più bello in un Juve-Milan, Baggio in gol di testa. E pensare che Vialli si arrabbiava, voleva la palla subito, di prima.

L'arrivo alla Juve nel 1993 insieme a Del Piero? Un’emozione unica. Ma anche un pieno di responsabilità, perché indossare la maglia della Juve ti dà forza, antipatia. Ed è uno stimolo in più.

Alex? La prima volta l’ho visto in una partitina del giovedì: Prima Squadra contro Primavera. Era già fortissimo, e infatti il direttore Aggradi continuava a chiederci di non entrare in maniera dura. A volte gli facevo da autista. La mamma mi chiedeva di tenerlo d’occhio, ma era così educato.

Orgoglio vederlo segnare subito al Dortmund? È stato incredibile, quel Borussia era davvero forte. Allora nessuno pensava che avremmo fatto così tanta strada in quel cammino.

La mia prima parte da 7 in pagella? Pure poco! Poi c’è il gol con lo Steaua, quello che sblocca la partita. Sono onesto: ho fatto la gavetta vera, la Champions era un sogno. Però partita dopo partita mi sono sentito fortissimo, volevo recuperare il tempo perduto. Alla fine degli allenamenti ero sempre lì a crossare. Poi a crossare. E ancora a crossare.

Se sono stato parte fondamentale di quel gruppo? Quando si dice che il gruppo è importante, fidatevi: lo è davvero. Ancora oggi spesso ci ritroviamo, a volte a Viareggio con mister Lippi. Stiamo insieme e ricordiamo quei momenti. E quanti scherzi. Raccontarvene uno? Al solito, quello dei calzini bianchi. Chi portava le calze così veniva castigato: tagliavano la punta, quando poi s’infilavano il piede usciva fuori. Spesso lo facevo a Ferrara.

Vialli? Un capitano. Ci ha preso per mano e ci ha portato veramente alla mentalità vincente. E poi era un rompiscatole: se gli davi la palla bassa, la voleva alta. E viceversa. Sa quante volte mi ha mandato a quel paese per quella finta? Lo ringrazierò per sempre, se n’è andato troppo presto. Quanto manca? Tanto. E in tutto. Dall’aiuto pratico al consiglio: fuori dal campo era un generoso. Noi tornavamo dalle trasferte europee e a Torino non c’era un ristorante aperto: andavamo in 15 a casa di Luca, spaghettata alle tre di notte e alle quattro si tornava a casa.

Il metodo Ventrone? Ci faceva fare 500 addominali. Cinquecento! Ma come si fa? Io a volte stavo seduto e non proseguivo quando Ventrone non guardava: fammi correre tre giorni, ma non spezzarmi così.

Peruzzi che ci salva al Bernabeu in quella Champions? Lo ringraziamo ancora oggi: è stato un valore aggiunto, fenomenale nei momenti decisivi. Tra lui e Buffon, e mi perdonerà Gigi, scelgo sempre Angelo. Glielo devo.

Cosa è stata per me la Juve? La Juve è quella squadra che, quando la lasci, capisci dov’eri e che posto magnifico sia. Quando ho firmato il rinnovo di contratto ero felice, avevo già vinto la mia Champions.

Quel Juve-Ajax? Il rammarico è stato non chiuderla nei 90 minuti di gioco. Sono entrato a 18’ dal termine. Lippi mi aveva detto: “Lo vedi quello con le treccine? Stagli attaccato, non farlo ripartire”. Era Davids. Due minuti dopo, mi sfugge e vengo ammonito.

Il pensiero al gol di Ravanelli? Gol? Ah il cross! Scherzo! Anche se lo prendevamo in giro! Che giocatore, Rava: io faccio sempre il paragone con Mandzukic, calciatore da tenersi stretto. Lippi ci aveva detto di andare in pressing, Fabrizio ci ha creduto. Rete meravigliosa.

Non finiva mai quella partita? No, mai. Poi i rigori: io sarei stato il sesto. Ringraziando Dio non siamo arrivati lì: non ha calciato Del Piero, non l’ha fatto Vialli. E poteva toccare a me. Van der Sar era un armadio e io vedevo Pessotto: ha calciato con una tranquillità che mi faceva rosicare. Abbracciavo Torricelli e mi mangiavo le mani.

Perché ho alzato la Champions in mutande? Ho discusso anche con mia moglie! Avevo regalato i pantaloncini a un bambino. Anzi, ne approfitto: mi piacerebbe rivederlo. Adesso avrà 40 anni.

Cosa penso de "La Juve ruba"? Alla Juve capisci che non sei protetto da nessuno: noi eravamo forti. Parliamo degli scudetti tolti? L’hanno fatto a Buffon, Del Piero, Nedved, Cannavaro. Di cosa parliamo? Il più scarso valeva 50 miliardi. Per noi era semplice: parlate quanto volete, qui si pensa a vincere.

La Juventus di oggi? Mancano dei giocatori un po’ carismatici. Servirebbe un colpo alla Modric, come fatto dal Milan. Ha dato forza a tutti. E mi auguro che la Juve possa tornare a essere antipatica. Stanno lavorando forte, a ogni modo. Il prossimo anno possono tornare competitivi.

Uno alla Bernardo Silva? Lo vado a prendere subito, anche a piedi! Quando giochi con uno così, ti dà forza e fiducia. Gli dai la palla nei momenti difficili. Porterebbe personalità.

Se Spalletti mi ricorda Lippi? Sì, due toscani forti, tosti, perfezionisti. Due vincenti. E Luciano per me è ben inserito in questa Juventus.

Se c’è un altro Di Livio? Alla Juventus, no. Forse Conceiçao, ma dribbla di più. Mi rivedo un po’ in Politano, da quinto: attacca e difende. Ma oggi sono tutti a piede invertito. Ah, uno forse ce l’ho: Yildiz! (ride, ndr).

Se posso dire di aver allevato il mio idolo? Mi riconosco il merito di aver tirato su Alessandro Del Piero. Del resto, il primo gol in Juve-Reggiana gliel’ho fatto fare io: lancio lungo e lui ha fatto il resto. Se mi ha ringraziato? Certo. Era mingherlino, piccolino, cucciolo. Poi si è preso il mondo".