Juve, cambiano gli allenatori ma il copione è sempre lo stesso: possesso, noia e niente "fame"

Juve, cambiano gli allenatori ma il copione è sempre lo stesso: possesso, noia e niente "fame"TUTTOmercatoWEB.com
© foto di Matteo Gribaudi/Image Sport
Oggi alle 14:30Primo piano
di Massimo Reina
C’è qualcosa di più preoccupante di una Juventus che gioca male: una Juve che gioca male sempre allo stesso modo, qualunque sia l’uomo seduto in panchina.

C'è una scena che si ripete da qualche anno alla Continassa: cambia l'allenatore, cambiano gli interpreti, qualche volta cambia persino il modulo, ma a un certo punto la partita prende sempre la stessa piega, ovvero la Juventus ha il pallone, gli avversari hanno la partita. Non è un dettaglio da poco. È quasi una forma di arredamento calcistico: i bianconeri sistemano il possesso, lo spostano da destra a sinistra, lo riportano indietro, lo riconsegnano al centro. Gli altri aspettano. Ogni tanto sbadigliano, ma con discrezione.

Allegri, Motta, Spalletti, tre uomini, tre idee, tre modi differenti di intendere il calcio, eppure il risultato, troppo spesso, è una fotografia con pochi ritocchi. Possesso lento, manovra prevedibile, avversari raccolti davanti alla propria area e una Juventus che sembra chiedere il permesso prima di entrare. Una volta la partita contro la Juve cominciava con un handicap psicologico per chi le stava davanti. Adesso anche le squadre che arrivano dalla provincia sanno di avere una possibilità. Non devono inventarsi chissà cosa: basta stare lì, aspettare e non farsi prendere dalla fretta.

Il pallone, del resto, è un oggetto democratico. Può averlo chiunque. Il problema è che bisogna saperci fare qualcosa. La Juventus lo tiene, ma non sempre lo maltratta abbastanza. Manca il cambio di passo, manca quello che una volta si chiamava il giocatore della domenica: quello che si inventava una giocata quando la partita sembrava imbalsamata. Oggi c'è Yildiz, che ha fantasia e coraggio, ma quando non c'è lui si scopre quanto sia magro il reparto degli inventori. Una squadra che ha bisogno di un ragazzo per accendere la luce dovrebbe almeno controllare dove ha messo gli interruttori.

E poi ci sono gli attaccanti, gente che dovrebbe vivere di fame, di cattiveria, di quella voglia un po' animalesca di arrivare prima degli altri sul pallone. Invece spesso sembrano partecipare alla stessa riunione condominiale del resto della squadra: tutti ordinati, tutti composti, nessuno che disturbi troppo. Kolo Muani avrebbe mezzi fisici e tecnici per spaccare le partite, per andare via in campo aperto, per mettere paura ai difensori. Ma anche lui finisce risucchiato in questa specie di nebbia bianconera. Si perde, si adegua, si spegne. E quando un attaccante con quelle potenzialità diventa innocuo, forse il problema non è soltanto suo.

Con Allegri, almeno, qualche spigolo in più c'era. I calci piazzati, per esempio, erano un'arma, una possibilità concreta di fare male anche nelle giornate in cui il gioco non veniva. Non era il calcio che piace a tutti, ma almeno qualche volta faceva arrabbiare gli avversari. Oggi si rischia di non fare arrabbiare nessuno. Si lascia giocare la Juventus, che è una concessione curiosa per una squadra che dovrebbe imporre il proprio calcio. Gli avversari hanno capito che il possesso bianconero può essere innocuo: basta chiudere le porte, non uscire troppo, aspettare che la manovra si addormenti.

Qui viene il sospetto più sgradevole. Forse questa rosa è stata costruita con troppi giocatori abituati a difendere e troppo pochi capaci di attaccare davvero. Sette, otto uomini di movimento con caratteristiche di copertura, equilibrio, disciplina. Tutte virtù rispettabili, per carità. Ma se metti insieme una squadra di ragionieri e poi le chiedi di fare i fuochi d'artificio, non puoi prendertela con il cielo quando non si illumina. Si vuole dominare con il pallone, ma non ci sono abbastanza uomini per farlo. E allora il possesso diventa un parcheggio, non una strada.

La cosa curiosa è che si continua a cambiare allenatore come se il problema fosse sempre quello seduto in panchina. Magari qualche responsabilità ce l'ha, nessuno è immune. Ma tre tecnici diversi che finiscono per sbattere contro lo stesso muro dovrebbero suggerire qualche riflessione in più. Non si può chiedere a ogni nuovo arrivato, al netto dei suoi errori, di compiere il miracolo con una rosa che ha caratteristiche sbilanciate e senza personalità. E non si può continuare a chiamare progetto quello che, a volte, sembra soltanto un trasloco di mobili dentro la stessa casa.

La Juventus ha perso qualcosa che non compare nelle statistiche: la capacità di intimidire. Una volta gli avversari potevano anche giocare bene, ma prima o poi guardavano l'orologio e si chiedevano quanto mancasse alla fine. Adesso guardano la Juventus palleggiare e pensano che, tutto sommato, la giornata può andare bene. È una brutta abitudine, quella di non fare più paura. E non la correggi con un altro giro di passaggi. Perché il pallone può girare quanto vuole. Ma se non gira la paura negli occhi di chi ti affronta, allora forse sei tu che stai girando a vuoto.