Suzuki non sarebbe stata "un’umiliazione": il precedente Abbiati e la domanda che i tifosi dovrebbero farsi

Suzuki non sarebbe stata "un’umiliazione": il precedente Abbiati e la domanda che i tifosi dovrebbero farsiTUTTOmercatoWEB.com
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Oggi alle 08:38Primo piano
di Massimo Reina
Il prestito aveva alimentato timori di ridimensionamento. Ma se questo tipo di operazione fosse servita a evitare un acquisto sbagliato e liberare risorse?

Il tifoso juventino, quando sente la parola “prestito”, tende a diventare nervoso. Se poi il prestito è secco, arriva da club come il Paris Saint-Germain e riguarda un portiere giovane che dovrebbe giocare a Torino per tornare più forte a Parigi, il nervosismo diventa quasi una questione d’onore. Anche adesso che l'affare sembra (è) sfumato.

Ma sul caso Suzuki è bene sgombrare il campo da equivoci: non c'è stata alcuna tensione con Parma o PSG. Secondo quanto riportato da Sportmediaset, è stata semplicemente la Juventus a decidere di non procedere, indipendentemente dalla formula del prestito, per una valutazione tecnica ed economica. Eppure il tema del prestito resta, perché tocca qualcosa di più profondo: l'orgoglio.

Per molti anni la Juventus è stata abituata a stare dall’altra parte della porta. Comprava, sceglieva, decideva. Non faceva crescere giocatori per gli altri. O almeno questa è l’immagine rimasta nella memoria. Oggi è diverso. La Juventus non è diventata improvvisamente una provinciale, ma non è neppure la Juventus che poteva permettersi di sbagliare un acquisto e riprovarci sei mesi dopo. Ha meno margine, ha commesso errori costosi, ha cambiato troppo e adesso deve soprattutto evitare di sbagliare ancora.

Ed è qui che questo tipo di trattativa va giudicata. Se il ragionamento fosse semplicemente: non possiamo comprare un portiere, prendiamone uno in prestito e arrangiamoci, sarebbe un brutto segnale. Ma se il ragionamento fosse un altro — il portiere che vogliamo davvero oggi costa troppo, quindi non spendiamo trenta o quaranta milioni per un’alternativa che non ci convince, prendiamone uno bravo in prestito per una stagione e usiamo quei soldi per un grande centrocampista e per un attaccante — allora cambia tutto.

Non è più una rinuncia. È una scelta. Nel calcio si parla sempre dei soldi spesi. Molto meno dei soldi non spesi male. Eppure una parte importante del lavoro di una società consiste proprio in questo. La Juventus negli ultimi anni ha spesso pagato il prezzo di operazioni fatte perché sembravano necessarie in quel momento. Oggi potrebbe avere bisogno del coraggio opposto: aspettare. Anche perché un precedente esiste.

Nel 2005 Buffon si fece male durante il Trofeo Berlusconi e il Milan prestò Abbiati alla Juventus. Un gesto favorito dai buoni rapporti tra le società e dalla signorilità di Silvio Berlusconi. Quella Juventus non perse dignità. Aveva Capello in panchina e una squadra piena di campioni. Abbiati arrivò, giocò, fece il suo mestiere. Nessuno pensò che la Juventus fosse diventata una filiale del Milan.

Naturalmente le situazioni sono diverse. Allora Buffon era il presente e il futuro. Oggi un estremo difensore sarebbe invece un ponte verso un portiere che la Juventus spera di acquistare più avanti. Ma resta una piccola lezione: non è la formula del contratto a stabilire quanto è grande una squadra. Lo stabiliscono le scelte. E soprattutto ciò che viene dopo. Per questo il giudizio su un portiere in prestito non dovrebbe essere dato il giorno del suo eventuale arrivo. Andrebbe dato alla fine del mercato.

Se il risparmio sulla porta porterà a Torino un centrocampista importante e un attaccante capace di cambiare la squadra, il prestito avrà avuto un senso preciso. Se invece sarà soltanto uno dei tanti compromessi di un mercato povero, allora i tifosi avranno avuto ragione a preoccuparsi. La Juventus di oggi non è quella di ieri. Questo bisogna accettarlo. Ma proprio perché non può più permettersi tutto, deve almeno permettersi una cosa: scegliere bene.