Approdati due portieri campionissimi alla Juventus!

Approdati due portieri campionissimi alla Juventus!TUTTOmercatoWEB.com
Oggi alle 00:01Editoriale
di Roberto De Frede
Il portiere è l'unico che non può nascondersi. È una solitudine monumentale, la sua, simile a quella del guardiano di un faro che deve tenere accesa la luce mentre intorno infuria la tempesta. Albert Camus

C’è un magnetismo antico che unisce i legni della porta juventina, un'eredità silenziosa che non si compra al mercato, ma si tramanda per millenni calcistici. Guardare oggi a quel rettangolo bianco, mentre i fari del calciomercato illuminano nomi e contratti, significa anzitutto sfogliare l'album dei custodi del mito. Perché la Juventus, prima ancora di essere una macchina da gol, è sempre stata una fortezza difesa da giganti. Due su tutti, distanti nel tempo ma speculari nell'anima, incarnano il peso specifico di quella maglia numero uno: Giampiero Combi e Angelo Peruzzi.

Negli anni Trenta, l'epopea del Quinquennio d'Oro si muoveva al ritmo sincopato del jazz e del boom radiofonico. In quel mondo in bianco e nero, Giampiero Combi era il guardiano aristocratico di una Torino operaia e sabauda. Un portiere d'altri tempi, che volava senza mai perdere la compostezza, capace di guidare la Nazionale del '34 al tetto del mondo con la stessa flemma con cui passeggiava sotto i portici di via Po. Combi era l'essenza della parata come opera d'arte geometrica: tempismo, rigore e un senso della posizione che pareva sfidare le leggi della fisica. Sessant'anni dopo, negli anni Novanta della globalizzazione e delle maglie colorate, quel testimone invisibile è passato tra i guantoni di Angelo Peruzzi. Se Combi era la linea, "Cinghialone" era la massa. Una forza della natura racchiusa in un corpo da gladiatore, capace di scatti felini che smentivano la gravità. Gli anni Novanta di Peruzzi sono stati quelli della Juventus di Lippi, affamata, muscolare e d'acciaio; un'era culminata nella notte di Roma del 1996, dove Angelo, ipnotizzando i rigori dell'Ajax, ha riconquistato l'Europa. Peruzzi non volava per l'estetica: sradicava il pallone dai piedi degli attaccanti con la ferocia geometrica di chi ha fatto della concretezza la propria poesia. Due epoche diverse, due fisicità opposte, ma lo stesso identico riflesso negli occhi: la certezza, per i dieci compagni voltati in avanti, che alle loro spalle il destino fosse in buone mani. Come ricordava il poeta Umberto Saba nella sua celebre poesia Goal, il portiere rimasto solo nella sua difesa "ha gli occhi bagnati di segreta gioia". Quella stessa gioia austera che unisce Combi e Peruzzi. Un promemoria silenzioso per chiunque, oggi, si appresti a varcare la soglia della Continassa.

La sentinella di pietra e gomma

Dicono che il portiere sia l’unico condannato a guardare la festa degli altri da lontano, un eremita in un deserto d’erba che aspetta solo l’arrivo del carnefice, ma Giampiero Combi non aspettava, lui governava l’attesa. Nelle domeniche degli anni Trenta, quando il calcio era un rito in bianco e nero e l’aria sapeva di tabacco e polvere, Combi stava lì, immobile sotto i pali della Juventus. Indossava un maglione grigio, cupo come il cielo di Torino prima della pioggia, e un berretto calato sugli occhi per nascondere il segreto dei suoi riflessi. Lo chiamavano l’uomo di gomma, perché le sue membra sembravano ignorare la rigidità delle ossa, piegandosi al volere di un pallone impazzito che cercava il fondo della rete. Non amava i voli inutili, i gesti da circo, le acrobazie per i fotografi. Il suo calcio era una questione di dignità e di silenzio. Mentre fuori il mondo ruggiva e la Storia affilava le baionette, Combi restava al suo posto, ultima frontiera di un impero che vinceva sempre. Era la colonna vertebrale di una Juventus che recitava il calcio come una messa solenne, un guardiano che non aveva bisogno di gridare per farsi obbedire. Nel 1934, quando il sole di Roma bruciava le speranze del mondo, lui alzò al cielo la Coppa del Mondo. Aveva promesso che quello sarebbe stato il suo ultimo atto, e mantenne la parola. Non aspettò il declino, non volle vedere le sue mani tremare o i suoi riflessi appannarsi. Si tolse i guanti mentre era ancora sul trono, svanendo nel mito prima che il tempo potesse toccarlo. Oggi, se passate vicino ai vecchi stadi ormai muti, dicono che si possa ancora vedere un’ombra grigia tra i pali. È Combi, la sentinella eterna, che continua a parare i sogni degli attaccanti con la calma di chi sa che, finché lui resterà lì, il gol sarà solo un’illusione rimandata a domani.

L’angelo con le radici

Il dizionario del calcio dice che i portieri devono essere alti, slanciati, creature del vento fatte per abitare l’aria. Poi è arrivato lui, e le definizioni sono tornate a terra, polvere tra la polvere. Lo chiamavano Tyson, o anche Cinghialone, con quella sgarbata affettuosità che la gente del popolo riserva ai suoi eroi più autentici. Angelo Peruzzi non sembrava un calciatore da copertina patinata; somigliava piuttosto a un fabbro ferraio o a un cavatore di pietra della provincia laziale, capitato per caso sul prato verde con le braccia grosse e lo sguardo severo di chi non ha tempo da perdere in futilità. Era la smentita vivente alle leggi dell’aerodinamica. Basso per la sua epoca, largo come una porta di rovere, portava addosso il peso della terra, ma quando la palla partiva, quel blocco di marmo si trasformava. Il suo non era un volo aggraziato, era una ribellione furiosa e concentrata contro la forza di gravità. Si staccava dal suolo per pura testardaggine, rimanendo sospeso nel vuoto quel millesimo di secondo necessario a deviare il destino. Negli anni Novanta, la Juventus di Marcello Lippi era un’armata d’acciaio che conquistava l’Italia e l’Europa. Dietro i soldati d’assalto, c’era lui: la fortezza silenziosa. Peruzzi non urlava per farsi notare, non cercava il bacio della telecamera. Aspettava. La sua specialità era la solitudine dell’uno contro uno, quel momento tragico in cui l’attaccante si sente già re e scopre, invece, di essere solo un suddito. Angelo gli piombava sui piedi come una frana improvvisa, ma con la precisione millimetrica di un chirurgo. Sradicava il pallone senza fare rumore, restituendo l’ordine al caos. Nel calcio dei poeti dell’aria, lui era il filosofo della materia. La notte di Roma, nel maggio del 1996, fu il suo capolavoro d’argilla. Di fronte c’erano i ragazzi dell’Ajax, i profeti del calcio totale che sembravano correre senza toccare l’erba. Si arrivò ai rigori, la roulette russa dove il portiere è quasi sempre il condannato a morte. Ma Angelo si piantò sulla linea bianca. Non fece i balletti ridicoli che si usano oggi per distrarre i rivali; gli bastò essere immenso. Ipnotizzò Davids, sbarrò la strada a Silooy. E quando la Juventus salì sul tetto d’Europa, lui sorrise con la timidezza dei giusti, sollevando la coppa con le sue mani grandi, come se stesse tirando su un secchio d’acqua fresca dal pozzo dopo una lunga giornata di fatica. Il calcio moderno esige portieri che giochino come registi, che parlino molto e che usino i piedi più delle mani. Angelo Peruzzi, invece, custodiva il segreto antico del ruolo: il silenzio, la posizione, la devozione. Un angelo senza ali, che ha insegnato a un’intera generazione che si può toccare il cielo anche restando disperatamente, magnificamente attaccati alla terra.

Sbiadite le fotografie seppia di Combi e riposti i VHS dei voli miracolosi di Peruzzi, il viaggio nel tempo si interrompe bruscamente. Il presente ci risveglia con il trillo di uno smartphone: una notifica push ci informa che l'ultimo obiettivo di mercato ha cambiato la foto profilo su Instagram, mentre il suo agente sta volando a Londra per limare una clausola sulle commissioni. Viene un po’ da sorridere – di un umorismo amaro, s'intende – a pensare come siamo passati dal "silenzio sabaudo" di Combi e dal grugnito di Peruzzi ai balletti su TikTok dei portieri moderni, più preoccupati di avere i piedi da regista che le mani da saracinesca. Oggi il portiere deve saper "costruire dal basso", dicono gli esperti nei salotti televisivi. Eppure, nei novanta minuti della verità, quando l'attaccante avversario si presenta a tu per tu al novantesimo, l'unica costruzione che conta davvero è un muro. Un vecchissimo, glorioso, solidissimo muro. Gettare lo sguardo all'indietro non serve a condannare il calcio di oggi a un'eterna insufficienza, ma a ricordare a chi siede nella sala bottoni della Continassa che la porta della Juventus non è un semplice "slot" da riempire nello scacchiere tattico. È un luogo dell'anima. La speranza, allora, è che dietro i faldoni dei contratti e i report degli osservatori ci sia ancora spazio per l'intuito. La speranza è che il prossimo guardiano che varcherà quella soglia, chiunque esso sia, quando indosserà la maglia numero uno senta un brivido freddo lungo la schiena. Che si volti a guardare la linea di porta e, per un millesimo di secondo, riesca a scorgere il fantasma elegante di Combi che gli sistema i pali e l'ombra fiera di Peruzzi che gli urla di non mollare. Perché i milioni passano, i moduli cambiano, ma la solitudine del numero uno resta la stessa. E a noi, dopotutto, basta solo qualcuno che sappia ancora parare.

Roberto De Frede