L'ultimo giro di lancette: la Juventus e quella testarda abitudine di crederci fino alla fine.

L'ultimo giro di lancette: la Juventus e quella testarda abitudine di crederci fino alla fine.TUTTOmercatoWEB.com
Oggi alle 00:01Editoriale
di Roberto De Frede
«Ciò che chiamiamo il principio è spesso la fine, e arrivare alla fine è fare un principio.» (T. S. Eliot)

C’è un’ora precisa, nei giovedì sera d’autunno, in cui l’umidità che sale dalla Dora si mescola all’odore delle caldarroste e ai pensieri lunghi di chi cammina verso lo stadio con il bavero alzato. È l’ora dell’Europa League, che un tempo si chiamava Coppa Uefa ed era una signora severa, priva di inni pomposi da incoronazione britannica, dove ti toccava andare a giocare su campi gelati in Slesia o contro squadre portoghesi piene di baffi e cattive intenzioni. Il calcio del giovedì ha sempre avuto una sua malinconia operaia, da dopolavoro ferroviario, molto diversa dal gran galà luccicante del martedì e del mercoledì, dove tutti sembrano usciti da una sfilata di alta moda e i palloni hanno disegnate sopra le stelle. Qui le stelle bisogna guadagnarsele guardando in su, tra una buca del terreno e un contrasto ruvido sulla trequarti, contro avversari che hanno nomi di venti oceanici e maglie color del cielo prima di un acquazzone, come il Celta Vigo.

Vigo è Galizia, terra di marinai, di piogge oblique e di quella morriña che è la sorella celtica della saudade portoghese: una nostalgia sottile per ciò che si è lasciato a riva. Quando i galiziani scendono in campo, si portano dietro quell’aria da pescatori d’altura che non hanno paura delle onde alte, abituati a tenere il timone dritto anche quando il mare sbatte forte contro la chiglia. A dirla tutta, per decine di minuti, sembrava che la barca bianconera imbarcasse acqua da tutte le parti, o meglio, che galleggiasse in una bonaccia di idee così fitta da far rimpiangere i vecchi naufragi.

Perché bisogna dirlo subito, senza girarci troppo intorno come fanno certi mezzani di piazza: questa Juventus d’oggi non è più quella che fu. Chi ha avuto la fortuna di ammirarla, conserva negli occhi l’immagine di una squadra che entrava in campo con la naturalezza spietata di un ufficiale di cavalleria dell'Ottocento: non alzava quasi mai la voce, ti lasciava sfogare un quarto d’ora, poi ti chiudeva in un angolo del salotto, ti toglieva il respiro con garbo e ti salutava lasciandoti il conto sul tavolo. Oggi invece si assiste a un’altra commedia. È una Juventus spesso tremebonda, che pare scusarsi del disturbo quando supera la metà campo, impastata in un palleggio orizzontale che farebbe venire il latte alle ginocchia anche a un certosino di clausura.

Osservando certi passaggi all'indietro tra i difensori centrali al settantesimo minuto, col risultato ancora inchiodato, la mente correva inevitabilmente alle pagine di Achille Campanile, quando raccontava la tragedia dell’uomo che aveva perso il tram, o certe conversazioni surreali nei salotti borghesi dove nessuno osa prendere l'iniziativa per timore di sembrare maleducato. C’è stato un momento, verso la metà della ripresa, in cui due giocatori bianconeri si sono scambiati il pallone sulla linea laterale per cinque volte consecutive nello spazio di due metri, con una cortesia così squisita che mancava solo si togliessero il cappello: «Prego, vada lei in area». «Ma si figuri, dopo di lei, non vorrei mai approfittare della sua bontà». «Insisto, ho famiglia, tiri pure lei in porta». «Non sia mai detto che io le tolga l’onore di sbagliare il cross». E intanto l’arbitro guardava l’orologio con l'espressione di un capostazione che aspetta un accelerato soppresso nel 1954, mentre il portiere del Celta Vigo avrebbe potuto tranquillamente sedersi su uno sgabello pieghevole a sfogliare un settimanale illustrato, o a sbucciare un mandarino, tanto il pericolo era un concetto astratto, filosofico, lontano mille miglia dall’area di rigore spagnola. In tribuna, un signore distinto con la sciarpa annodata secondo il rito del 1977 ha sospirato al vicino: «Se tiriamo in porta entro mezzanotte, offro il vermouth». Il vicino ha risposto: «Risparmi i soldi, avvocato, qui per vedere un tiro bisogna fare domanda in carta bollata al catasto».

Eppure, il calcio è una bestia strana, refrattaria alla logica geometrica degli algoritmi, agli expected goals e a tutte quelle diavolerie anglosassoni che oggi riempiono la bocca dei telecronisti come se stessero commentando il bilancio della Banca d’Inghilterra invece di ventidue ragazzi in mutande che corrono dietro a una sfera di cuoio. Il calcio vive di memorie sotterranee, di falde acquifere che scorrono sotto l’erba e che a volte, senza alcun preavviso razionale, bucano la crosta terrestre e zampillano fuori.

Mancavano una manciata di secondi. L’orologio luminoso del quarto uomo si era già acceso con quei numeri rossi che per chi insegue sono una ghigliottina e per chi difende una promessa di liberazione. Ed è esattamente lì, in quel fazzoletto di tempo sospeso dove i polmoni bruciano come carta straccia e i crampi salgono dai polpacci fino alla nuca, che si è materializzato un fantasma familiare. Un fantasma con il ciuffo impomatato, il sorriso un po' sghembo da tango argentino, le calze abbassate e il cappotto di cammello buttato sulle spalle all'uscita da un tabarin. Renato Cesarini.

Spesso usiamo le parole come monete consumate, senza più guardare l'effigie che portano impressa. Diciamo «zona Cesarini» per abitudine lessicale, la usiamo al bar, in politica, negli uffici notarili quando un cliente arriva col fiatone due minuti prima della chiusura. Ma ci dimentichiamo quasi sempre che quella geografia dell’ultimo respiro è nata a Torino, ed è una proprietà intellettuale profondamente, visceralmente bianconera. Renato Cesarini era nato a Senigallia, nelle Marche, ma a pochi mesi aveva attraversato l’oceano su un piroscafo di terza classe insieme alla famiglia, finendo a Buenos Aires, nel barrio di Palermo. Lì aveva imparato a vivere e a giocare a pallone per strada, facendo l'acrobata nei circhi, il lustrascarpe, il suonatore di fisarmonica a orecchio. Quando arrivò alla Juventus, alla fine degli anni Venti, per formare con Orsi, Ferrari, Munerati e Varglien quel Quinquennio d’Oro che resta nella mitologia del nostro sport, portò nel rigore piemontese una follia anarchica e irresistibile. Si presentava agli allenamenti direttamente dalle notti brave, beveva champagne, regalava monete d’oro ai mendicanti e sigari avana ai fattorini, e una volta si presentò al campo con un vestito da sera perché non aveva avuto il tempo di passare da casa. Fu il 13 dicembre del 1931, allo stadio Filadelfia di Torino, durante un Italia-Ungheria, che Cesarini battezzò per sempre gli ultimi istanti di gioco, infilando il pallone del 3-2 al novantesimo minuto dopo aver preso a spallate mezza difesa magiara. Il giornalista Eugenio Danese, la settimana seguente, coniò l’espressione destinata all’immortalità. Cesarini non fece altro che esportare in Nazionale ciò che con la maglia della Juventus era una consuetudine dello spirito: il rifiuto categorico di accettare che la partita fosse finita prima del triplice fischio, l'idea quasi insolente che il tempo regolamentare fosse una convenzione borghese a cui un vero giocatore aveva il dovere morale di ribellarsi.

Contro il Celta Vigo, quando la palla è rotolata in fondo al sacco in quell'assalto disperato, confuso, persino sgrammaticato del novantaquattresimo minuto, si è avvertita nitidamente la carezza di quel vecchio oriundo mezzo matto. Non è stato un gol figlio degli schemi provati in settimana col goniometro; è stato un gol di nervi, di pancia, di ribellione all'anonimato. La palla è entrata quasi per sfinimento della difesa spagnola, spinta dentro dal ruggito di uno stadio che aveva passato un'ora e mezza a brontolare e che all'improvviso si è ricordato di chi era figlio. È in quel preciso istante che il motto cucito dentro i colletti delle maglie — quel «Fino alla Fine» che negli ultimi anni di vacche magre e bilanci tristi rischiava di suonare come uno slogan pubblicitario sbiadito, buono solo per vendere tazze e sciarpe sintetiche ai turisti — ha ripreso improvvisamente sangue, calore e verità.

Dopotutto, il concetto di lottare fino all'ultimo istante, quando ogni calcolo delle probabilità suggerirebbe una dignitosa resa, appartiene da sempre alla grande letteratura prima ancora che allo sport. Non c'è epica senza ostinazione. Viene in mente il vecchio Santiago di Ernest Hemingway ne Il vecchio e il mare, con le mani tagliate dalla lenza, la schiena spezzata dalla stanchezza in mezzo alla Corrente del Golfo, che parla da solo sulla sua barchetta e dice al grande marlin e agli squali: «L'uomo non è fatto per la sconfitta. Un uomo può essere distrutto ma non sconfitto». La Juventus vista per ottanta minuti contro il Celta sembrava un pescatore rassegnato a tornare in porto con la barca vuota e le reti bucate; quella degli ultimi cinque minuti, invece, ha ritrovato di colpo l'orgoglio ferito di chi non molla la cima nemmeno quando gli brucia la carne dei palmi. Nel calcio succede esattamente questo: puoi giocare una partita opaca, sbagliare gli appoggi, far disperare chi ti guarda dalla poltrona di casa con un bicchiere di Barbera in mano, ma se non smetti di guardare l'orizzonte, se continui a buttare il pallone in mezzo all'area anche quando le gambe pesano come sacchi di cemento bagnato, allora la tua attesa non è stata vana.

Certo, non bisogna farsi illusioni a buon mercato, né bere l'acqua del rubinetto scambiandola per un Barolo d'annata. Una rondine in zona Cesarini non fa primavera, soprattutto in autunno inoltrato, e i difetti di questa squadra restano tutti lì, visibili a occhio nudo come le crepe sui muri di certi vecchi palazzi di provincia. Manca ancora la malizia dei grandi, manca quel centrocampo che un tempo sapeva dettare i tempi come un direttore d'orchestra della Filarmonica di Vienna e che oggi, troppo spesso, somiglia piuttosto a una banda municipale dove i tromboni vanno per conto loro e la grancassa entra in ritardo di mezza battuta. Se Achille Campanile fosse stato in tribuna stampa giovedì sera, avrebbe probabilmente scritto un elzeviro intitolato Il mistero del centravanti solitario, raccontando di questo povero ragazzo lasciato là davanti per un'ora e mezza come un naufrago su un isolotto del Pacifico, a cui i compagni, invece di mandare una scialuppa di salvataggio sotto forma di un passaggio filtrante, spedivano di tanto in tanto una bottiglia con dentro un bigliettino affettuoso: «Tieni duro, ti pensiamo sempre, firmato: la difesa».

Eppure, in mezzo a questa fragilità tecnica, in questo essere una nobile decaduta che cerca di rimettersi in ordine i gioielli di famiglia davanti allo specchio, il lampo finale contro il Celta Vigo accende una fiammella che sarebbe stupido soffiare via con il solito cinismo da avventori del lunedì. Perché il talento non si compra al mercato di riparazione se non hai i quattrini, e la classe pura non s'insegna alla lavagna tattica, ma l'anima sì, quella si può rieducare.

Si ha l'impressione, o forse è soltanto la speranza ostinata di chi ama il calcio giocato con il cuore oltre che con i piedi, che questa Juventus giovane, a tratti smarrita e priva dei vecchi senatori dalla mascella quadrata, stia cominciando lentamente a capire quale sia il peso specifico della maglia che porta addosso. Capire la Juventus non significa imparare a memoria l'albo d'oro o recitare le frasi fatte nelle conferenze stampa; significa comprendere che in quella striscia bianca e in quella striscia nera abita una condanna bellissima: l'impossibilità di accontentarsi, il divieto assoluto di tirare indietro la gamba quando l'avversario affonda il tackle, la consapevolezza che il pareggio casalingo non è mai un mezzo sorriso, ma una mezza sconfitta.

Adesso, smaltita la sbornia dolce-amara del giovedì europeo, il calendario bussa subito alla porta con le nocche dure del campionato. Arriva la Lazio. E la Lazio non è una squadra che ti concede il lusso di sonnecchiare per ottanta minuti aspettando che lo spirito di Renato Cesarini scenda dalla collina di Superga o dalle nuvole di Buenos Aires per toglierti le castagne dal fuoco. Le squadre romane, quando salgono al nord e sentono l'odore di una Juventus vulnerabile, giocano con la spavalderia di chi vuole rovinare la festa al padrone di casa.

Contro la Lazio servirà che la zona Cesarini non sia soltanto una disperata appendice cronologica collocata tra il novantesimo e il novantacinquesimo minuto, ma diventi una condizione permanente dello spirito, dal primo giro di lancette fino all'ultimo. Bisognerà vedere un combattimento vero, sporco se necessario, fatto di seconde palle contese come se fossero l'ultimo pezzo di pane a tavola, di rincorse generose fino alla bandierina del calcio d'angolo, di sguardi dritti negli occhi dell'avversario.

Il calcio moderno vorrebbe convincerci che le partite si vincono nei laboratori, studiando i flussi di corsa sui tablet e calcolando i carichi di lavoro settimanali. Sarà anche vero, per carità, non vogliamo fare i nostalgici a tutti i costi che rimpiangono i palloni stringati che ti lasciavano il segno della cucitura sulla fronte per tre giorni. Ma resta il fatto che quando l'arbitro fischia e la palla comincia a rotolare sull'erba bagnata, tutta la scienza del mondo si inchina davanti a chi ha più fame, a chi accetta la fatica senza fare smorfie, a chi si ricorda che il pallone è prima di tutto una questione di carattere. Forse questa Juventus non tornerà subito a essere l'armata invincibile che faceva tremare l'Europa solo a scendere dal pullman; forse ci toccherà ancora sorbirci qualche passaggio di troppo tra il terzino e il portiere, degno delle migliori commedie degli equivoci di Campanile, e qualche sospiro pesante in tribuna tra un caffè corretto e una sigaretta fumata di nascosto. Ma se giovedì sera, sotto il cielo grigio di Torino contro i marinai galiziani del Celta Vigo, quei ragazzi hanno davvero imparato che cosa significa non morire mai, allora il viaggio può ricominciare.

Perché in fondo, nel calcio come nella vita, la differenza tra chi lascia una traccia e chi passa senza fare rumore sta tutta in quei trecento secondi finali, quando le gambe dicono basta, la testa dice è tardi, e il cuore invece risponde: proviamoci ancora una volta, fino alla fine. Renato Cesarini, da qualche parte lassù, tra un bicchiere di champagne e un giro di tango, avrà sicuramente sorriso, sistemandosi il nodo della cravatta. E tanto basta, per adesso, a farci aspettare la domenica con un filo di speranza in più.

Roberto De Frede