Guerre, fagiolate e attimi d’emozione, ricordi, che valgono una vita.

Guerre, fagiolate e attimi d’emozione, ricordi, che valgono una vita.TUTTOmercatoWEB.com
domenica 15 ottobre 2023, 22:05Editoriale
di Roberto De Frede
“La tenebra non può scacciare la tenebra: solo la luce può farlo.” (Martin Luther King)

Quante notizie negli ultimi giorni! Riflessioni, amarezze e nostalgie sono mescolate nei nostri pensieri. Cari Lettori, un editoriale di una testata sportiva ha anche l’onere di guardare al di là del rettangolo di gioco – di questo oggi me ne perdonerete -, proprio nella speranza che quel prato verde non venga un giorno definitivamente asfaltato.

La frase di Jean Paul Sartre, del calcio come metafora della vita, è diventata famosissima ed è citata continuamente, forse meno nota è la replica del filosofo Sergio Givone il quale sosteneva che «la vita è una metafora del calcio». Comunque la si voglia vedere, calcio e vita sono indissolubilmente connessi. Il calcio contiene tanto della nostra vita: è danza, guerra, linguaggio, letteratura, competizione, caso, simulazione, vertigine. Ancora, è politica e business, poesia e scienza. Se non salviamo la vita, l’umanità, se non fermiamo le guerre, le atrocità, rischiamo che anche il calcio, il nostro gioco più bello del mondo, muoia per sempre. «Andiamo incontro al tempo come esso ci cerca», così un’epigrafe da Shakespeare (dal Cimbelino) apriva quella meravigliosa autobiografia sull’Europa e il suo tempo che Stefan Zweig scrisse a cavallo degli anni trenta e quaranta, pubblicato postumo nel 1942: Il mondo di ieri: ricordi di un europeo. In questi giorni di grande affanno per tanta parte del mondo, divorato al suo interno dal cancro delle guerre, del denaro, del potere e del razzismo, mi è venuto in mente spesso lo scrittore viennese: il suo sguardo tragico su quel novecento che avrebbe cancellato un mondo apparentemente libero a suon di guerre, stermini e deportazioni. Zweig soffrirà molto negli ultimi anni della sua vita, passando da spensierato cosmopolita a disperato apolide, a profugo e poi a nemico. Rischio per ogni uomo della nostra epoca. Russia, Ucraina, Israele, Hamas… la guerra non è soltanto in queste regioni, osa entrare negli animi di tutta l’umanità. Risulta inquietante sapere di come il progresso tecnologico e scientifico sia avanzato di pari passo con un ottundimento e svilimento generale del nostro essere; come al solito l’uomo sta ripetendo gli stessi errori del passato e scrittori come Zweig non possono fare altro che aiutare a recuperare qualcosa che manca completamente alla nostra generazione più che a quelle precedenti, una memoria storica da cui poter attingere per evitare di rimanere a lungo in un'epoca che, iniziata già con un piede nella fossa, col passare degli anni si fa sempre più buia e incerta.

C'è una battuta di Napoli milionaria! di Eduardo De Filippo che spesso ritorna a rammentare tutta l'inquietudine e la lucidità del suo significato terribilmente attuale. Scritta e rappresentata per la prima volta nel 1945, l'opera teatrale di Eduardo porta in scena il copione letterario di un'umanità arresa a se stessa e alle manomissioni morali e interiori di un popolo, in questo caso quello napoletano, che si presta ad essere osservato dall'interno come campione di un’umanità intera. La scena in questione vede Gennaro Jovine (Eduardo) tornare dal fronte e dalla prigionia. Il suo ritorno desta stupore e, per certi aspetti, un sentimento di difficile ammissione, alimentato dalla scomodità di fondo che la sua testimonianza si ostina a raccontare per distogliere parenti e amici da una distrazione generale che vuole mettersi alle spalle orrori e sofferenze di quegli anni di guerra. Allora, in occasione di una festa organizzata per il compleanno di un amico - che si rivelerà aver tentato più volte di insidiare la fedeltà di sua moglie -, Gennaro Jovine preferisce isolarsi dal resto del gruppo festante per accudire la piccola figlia malata. Resosi conto del muro che separa il suo umore afflitto dagli altri commensali poco disposti ad ascoltarlo, dice alla signora Adelaide, che cerca di convincerlo e rassicurarlo sul fatto che tutto ormai finalmente è finito e messo alle spalle: "No, vi sbagliate. La guerra non è finita e non è finito niente". Purtroppo aveva ragione.

In una settimana di sosta per il campionato di calcio per dar spazio alla Nazionale, non sono mancate le notizie negative “simil-sportive”: le scommesse illegali di calciatori professionisti. Parola, scommessa, che evoca momenti drammatici, quel 23 marzo 1980: la polizia negli stadi, manette. Allora vi furono partite truccate, “combinate”, fu il calcioscommesse, cosa ben diversa. Oggi, giovani calciatori, Nicolò Fagioli il golden boy del centrocampo bianconero, Tonali, Zaniolo e a quanto pare molti altri sempre giovanissimi, sono indagati dalla Procura di Torino per scommesse su piattaforme illegali. Rischiano la carriera o parte di essa. Una “fagiolata” – lasciatemi passare questo termine solo in apparenza ironico -   serissima e gravissima: il gioco d’azzardo tra i giovani, la ludopatia e chissà quali altri mondi bui magnificamente descritti da Fëdor Dostoevskij. Il gioco d’azzardo appare profondamente radicato nella natura umana: ricerche antropologiche ne hanno testato l’ubiquità in ogni epoca, stato sociale e cultura. La diffusione globale del gioco d’azzardo trova conferma nella stessa etimologia della parola “azzardo” che deriva dal francese hasard, termine di origine araba e derivante dal az-zahr, cioè dado, uno dei più antichi oggetti a cui si lega la tradizione del gioco sociale di scommessa. Sembra che già nell’Antica Grecia fosse diffuso il gioco dei dadi, e nella Roma imperiale si scommettesse sui combattimenti dei gladiatori. Il gioco d’azzardo rientra nella categoria dei giochi di alea (dal latino àlea: dado), i cui principi fondanti sono il destino e il caso. Sono essi, infatti, a determinare i risultati del gioco, nel quale il giocatore non ha nessun potere; le sue capacità e abilità personali sono ininfluenti, poiché egli non cerca di vincere su di un avversario, ma bensì sul destino e combattere quest’ultimo ha dell’insensato e può essere segno di una grave patologia.

Giudicate, condannate o assolvete. Fate tutto ciò nel pieno rispetto della legalità, ma probabilmente prima, a monte, bisognerebbe che la società, le istituzioni, la scuola e le famiglie capissero quali siano i perché, i problemi di fondo che attanagliano i ragazzi, i giovani (uomini di domani!), cercando di risolverli prima delle condanne o assoluzioni, le quali - badate bene - non saranno mai taumaturgiche, ma soltanto fredde sensazioni di punizione o di sollievo.

Strano ma vero, qualcosa di bello è successo in questa triste settimana. Al Pala AlpiTour di Torino, in occasione del ‘Together, a Black & White Show!’, si sono riunite vere e proprie leggende per celebrare il centenario della famiglia Agnelli alla guida del club bianconero. Nomi da brividi scesi in campo, calciatori “figurine” rarissime e preziose che hanno donato ancora una volta emozioni sempreverdi, scatenando nei cuori e nelle menti ricordi indelebili, quei ricordi che Pavese chiamava “la seconda vista”, che continuano a vivere nel nostro presente. Ogni tocco di palla semplicemente sfiorato da quei campioni, ogni gesto, ogni sguardo, erano un far suonare corde della nostra vita. Quella partita, quel pezzo di vita, di martedi sera è il riflesso di tutta la cronaca, privata e pubblica, del nostro passato. Ogni fotogramma era la sintesi, il ritratto a colori della storia che simultaneamente si stava svolgendo – decenni fa - nelle strade, negli stadi, nelle città e nella nostra biografia personale, che di quella storia pubblica è sempre figlia. Rivedere quelle leggende è stato come aprire un libro, un’autobiografia, non solo la nostra, ma di ognuno di noi. Perché quando un’autobiografia non è una celebrazione narcisistica diventa un racconto di un’esistenza di tante esistenze, e la vicenda individuale diventa un’emozione cosmopolita che appartiene a tutti.

In questo momento critico Zweig direbbe che in fondo ogni ombra è anche figlia della luce, e solo chi ha conosciuto luce e tenebra, guerra e pace, splendore e decadenza, può dire di avere vissuto davvero. Auguro invece ai bambini di domani che possano vivere senza guerre, nell’idea assoluta della bellezza della vita, e sono convinto che da vecchi sarebbero felici di esclamare di aver vissuto DAVVERO, “nonostante” non abbiano conosciuto le guerre, le ombre e le brutture.

Già la bellezza. Il principe Miškin nell’Idiota di Dostoevskij afferma: ”La bellezza salverà il mondo”. Preserviamola, NOI, dal mondo d’oggi che tenta in ogni modo di distruggerla, suicidandosi senza accorgersene!

Roberto De Frede