La bellezza e Allegri. Connubio possibile?
Lasciamo alle spalle una stagione che di calcistico ha avuto ben poco, ed entriamo nella nuova, con l’auspicio che provocazioni, discussioni e litigi siano per l’errore del mediano, per la tattica scelta, per il rigore parato e non arzigogolando su fantomatiche accuse di un pubblico ministero o commentando sentenze fatte su misura alle poltrone inchiodate dei palazzotti. I “fuoriAllegri” (tanti o pochi rimarrà un mistero…) se ne facciano una ragione, si rattristino pure, tanto Max, quello del brutto gioco, incompleto, senza bellezza, quello che dell’estetica se ne fa un baffo, quello che rinunciando cascate d’oro arabe e nobili cavalli di razza ha giurato amore (vero o falso… non si sa) alla Juventus, rimane sulla panchina bianconera. E con lui il fido Rabiot, che nel nome qualcuno ricorderà l’assonanza con quello del cavallo inglese campione di galoppo, tra i più forti e noti di tutti i tempi, il leggendario Ribot. Eppure c’è stato qualcuno che ha storto il naso, essendo certi che bastava l’allegra brigata della next gen per alzare trofei. Follia. Viva i Rabiot! Almeno forse quest’anno il centrocampo non dovrebbe far acqua e col recupero anche del polpo si potrebbe anche azzardare a pensare, dopo anni di agonia lì in mezzo, di avere finalmente un signor centrocampo, sperando in una sua sana e robusta costituzione. Quindi, cominciamo questa neonata stagione parlando di calcio, con un pizzico di sana provocazione… togliendoci subito il dente e disquisendo allegramente del panchinaro Max. Si, proprio di lui, quello brutto e incompleto. Il titolo farà sobbalzare il lettore dalla sedia, lo farà ridere con amarezza o arrabbiare con tanto di pugno sul tavolo. Non fate nulla di tutto questo, vi prego. Tranquilli.
Per la bellezza si richiedono tre elementi che in verità non ricordano molto la Juventus allegriana. Innanzitutto l'integrità o perfezione (Olanda 1974): le cose incomplete, infatti, risultano deformi. Poi la dovuta proporzione o armonia delle parti (Olanda 1974). Infine, la chiarezza, per cui le cose che hanno colori nitidi e splendenti (Olanda 1974) sono dette belle. Ecco i tre canoni classici per definire la categoria più fluente e mutevole, la bellezza. È Tommaso d'Aquino, con la sua consueta limpidità di pensiero, che fissa l'estetica tradizionale. Tutti gli Allegri out sono davvero discepoli della filosofia tomistica? Non credo. Sono della corrente dell’out soltanto perché Allegri in quest’ultimo biennio non ha vinto nulla. Se avesse alzato al cielo la coppa dei campioni, o un paio di coppette vinte in finale per uno a zero e mettendo dieci autotreni davanti alla difesa, ci sarebbero solo Allegri in, al diavolo il bello e il calcio totale, e osanna e acclamazioni per quello “parziale”, brutto e incompleto perché mancante di qualche pezzo del gioco.
Si invoca il bello, ma siamo proprio sicuri che l’incompletezza e il “non gioco” sia sinonimo di bruttezza e sconfitta? È proprio a volte la loro incompletezza che rende terribilmente affascinanti alcune opere d’arte: sono le incompiute tra i capolavori più famosi dell’arte. È il caso di Leonardo da Vinci che, partito per Milano, lasciò incompiuto uno dei suo dipinti più famosi, l’Adorazione dei Magi. Allo stesso modo anche Van Gogh, con Strada in Auverse sur Oise, Michelangelo, con la Deposizione di Cristo nel Sepolcro e Cézanne, che ne La montagna di Sainte-Victoire dipinse lo sfondo con voluta approssimazione rispetto agli elementi posti in primo piano; e come non ricordare l’Incompiuta di Schubert e la Turandot di Puccini. Eppure sono capolavori, belli in quanto emozionano, non importa altro. Il bello è soggettivo, e lo è veramente quando emoziona.
Una partita della Juventus brutta e vinta, non vi emoziona? Non dite bugie… Quindi la trilogia tomista con un po’ di sforzo riusciamo a oltrepassarla. Anche l'armonia delle parti può essere scardinata, come accade nei volti dipinti da Picasso, eppure essi conquistano e affascinano chi li contempla. Similmente il nero, che è assenza di colori nitidi e splendenti, esercita una sua capacità di attrazione: Nero con punti, opera manifesto appartenente alla serie dei Sacchi di Alberto Burri ne è un esempio.
Rilke nella sua Prima Elegia Duinese scrive che il bello è solo l'inizio del tremendo. La bellissima Olanda degli anni settanta, quella di Cruijff, Neeskens, Rensenbrink, Rep e Krol…due volte finalista mondiale, non vinse neanche un fico secco. Il presuntuoso calcio totale mostrò le sue pecche e il calcio difensivista i suoi pregi di modestia e di praticità. Tremendo!? Eppure era bellissima l’arancia meccanica. La Grecia, la bruttissima Grecia, non me ne vogliano i discendenti di Omero, nel 2004 divenne campione d’Europa praticamente non giocando al calcio o giocando ad un suo pessimo surrogato. Eppure sono convinto che se andassimo a chiedere ad ogni tifoso greco come fu quella Grecia, la risposta sarebbe univoca: bellissima.
Il bello, misterioso e divino, identifica dunque una emozione soggettiva, e sono certo che se Allegri ricomincerà ad essere quello del quinquennio, vincente, non sarà più un ossimoro parlare di lui e della bellezza della sua squadra, e tutti i tifosi esclameranno quel sostantivo femminile identificandolo in vittorie e trionfi.
Roberto De Frede
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