Ribaltone Juve, ghigliottine francesi e italiano sicuro...

Ribaltone Juve, ghigliottine francesi e italiano sicuro...TUTTOmercatoWEB.com
Oggi alle 00:01Editoriale
di Roberto De Frede
La storia è una gran bottega di rigattiere, dove tutte le rivoluzioni si pagano in contanti. Giosuè Carducci

Il fumo delle barricate torinesi non fa in tempo a diradarsi che già un nuovo editto viene affisso alle porte della Continassa. Fuori Damien Comolli, l’uomo che voleva ingabbiare il mistero del pallone dentro fogli di calcolo e algoritmi d’oltralpe; dentro Giovanni Carnevali, il tessitore della concretezza nostrana, l’artigiano di una diplomazia di provincia prestato al grande palcoscenico. La Juventus, da qualche anno a questa parte, sembra aver smarrito la via della propria immutabile natura reazionaria per farsi, paradossalmente, rivoluzionaria,  ma nel calcio, come nella vita, se la rivoluzione diventa uno stato permanente, cessa di essere un mezzo e si trasforma in una condanna. Eduardo Galeano scriveva che la storia del calcio è un viaggio dal piacere al dovere; a Torino, quel viaggio rischia di diventare una perpetua crisi d'identità. Cambiare tutto per non cambiare nulla, si dirà con abusato piglio gattopardesco. Eppure, qui il rischio è persino più subdolo: cambiare tutto per dimenticare chi si era.

Da un punto di vista strettamente filosofico, la Juventus odierna ricorda la tragica illusione della Rivoluzione Permanente di Trockij, o ancor di più il paradosso della Nave di Teseo. A forza di sostituire ogni singola asse, ogni pezzo dell'organigramma, ogni timoniere e ogni idea tattica, possiamo ancora chiamarla Juventus? La vera Vecchia Signora non ha mai avuto bisogno di essere rivoluzionaria; per sua stessa natura, essa è sempre stata restauratrice. Ha sempre rappresentato l'ordine, la sintesi perfetta tra il rigore sabaudo e la concretezza industriale.

Quando il ribaltone diventa un'abitudine, si scivola nella coazione a ripetere. Come scriveva Albert Camus ne L'uomo in rivolta, la rivoluzione che non sa darsi un limite finisce per divorare se stessa e i propri figli. Di solito – ma per fortuna non è il nostro caso - cacciare un dirigente prima ancora che le sue idee abbiano potuto mettere radici significa scambiare la fretta per lungimiranza. Se le rivoluzioni non si sanno fare, se mancano i Robespierre capaci di reggere il peso del terrore o i Napoleone capaci di codificarlo, esse lasciano dietro di sé solo macerie e nostalgici del vecchio regime. La storia del pallone è impietosa con chi si innamora del cambiamento fine a se stesso. Questa frenesia epuratrice ricorda da vicino la maledizione del Real Madrid dei primi anni Duemila, quello che pur di inseguire la rivoluzione costante dei Galácticos sacrificò la sostanza di Claude Makélélé sull'altare dell'estetica e del marketing, scivolando in anni di delusioni prima di ritrovare la propria anima profonda. O, guardando in Italia, ricorda la confusa transizione della Milano nerazzurra degli anni Novanta, capace di cambiare pelle, panchine e scrivanie a ritmo battente, convinta che l'acquisto successivo o il ribaltone dirigenziale potesse colmare un vuoto che in realtà era d'identità. Storicamente, le grandi dinastie bianconere sono nate dalla stabilità e dalla restaurazione di un canone. Basti pensare al 1994: la svolta della triade non nacque dal nulla, ma fu l'innesto di uomini di comprovata sapienza calcistica nazionale — Moggi, Giraudo, Bettega — su un corpo che attendeva solo di essere destato dal proprio torpore.

L'avvicendamento odierno possiede la scrittura scenica di un dramma storico. Damien Comolli rappresentava l'illuminismo freddo, l'ambizione di governare l'imponderabile del pallone attraverso le metriche e lo scouting globale. Un modello che a Torino è sempre stato guardato con il dovuto sospetto. La Juventus non è mai stata un laboratorio d'avanguardia per accademici, ma una bottega d'alta sartoria dove si impara l'arte della vittoria per osmosi e pragmatismo.

L'ingresso di Giovanni Carnevali segna, in questo senso, la ritirata strategica verso l'usato sicuro. È il ritorno al Direttore Generale di stampo classico, colui che conosce ogni centimetro dei corridoi della Lega, che sa come trattare l'anima dei calciatori e le pretese delle società consorelle senza bisogno di un algoritmo. È il passaggio dalla prosa sperimentale e complessa di un romanzo d'avanguardia alla solidità asciutta, geometrica e inconfondibile di un racconto breriano.

La Juventus ha l'assoluto bisogno di smettere i panni dell'insorta. Non si vince con il berretto frigio in testa e la ghigliottina sempre pronta per il dirigente di turno. Si torna a vincere quando si riscopre il valore del tempo, della semina e dell'autorità morale. Carnevali ha il compito più difficile: non deve fare un'altra rivoluzione. Deve, al contrario, dichiararla ufficialmente conclusa, chiudere i tribunali speciali e riportare la Vecchia Signora a fare l'unica cosa per cui è stata concepita: governare il calcio italiano con la spietata, serena normalità dei forti.

E così, cala il sipario sull’ennesimo atto di questo melodramma sabaudo. I fogli Excel di Comolli vengono riposti in archivio, accanto ai vecchi spartiti del bel canto che a Torino non risuona più. Entra Carnevali, l’uomo del fare, atteso alla Continassa come un saggio notaio chiamato a rimettere ordine in una casa nobiliare devastata dagli esperimenti dei nipoti modernisti. Ci attende una stagione di austero pragmatismo, un ritorno alla terra e alla provincia che tanto ha dato al calcio nostro. Certo, resta l’amarezza di veder la Vecchia Signora ridotta a rincorrere il futuro cambiando idea ogni sei mesi, manco fosse un’adolescente inquieta davanti all’armadio alla vigilia del sabato sera. Verrà il giorno, speriamo, in cui non dovremo più consultare l'organigramma settimanale per sapere chi siede al tavolo dei bottoni; verrà il giorno in cui la rivoluzione lascerà il posto al rassicurante e antico profumo della vittoria.

Nel frattempo, consoliamoci: se proprio dobbiamo rassegnarci a una Juventus che non vince più lo Scudetto per distacco, almeno affidiamoci a chi, tra un bilancio e un caffè in Lega, saprà garantirci che a Torino, l’anno prossimo, si tornerà a parlare l’italiano. O, male che vada, l'ottimo dialetto della via Emilia - a lui, Carnevali, seppur milanese, tanto caro - che per chiedere un fallo di mano in area, in fondo, basta e avanza.

Roberto De Frede