Significati della vittoria nei minuti finali. Che non è casuale
Deve essere anche una questione di gestione dell’ansia. I primi vorrebbero vivere la partita in modo più rilassato, senza arrivare con i patemi tipici degli ultimi secondi, fatti di corse e rincorse tra rimpianti e rimorsi. I secondi sono contenti invece di trovare conferma nel motto #finoallafine che mai come con Allegri - sia nella versione 1.0 che in quella, finora più modesta, 2.0 - ha avuto la più plastica rappresentazione.
Eppure il gol vale uno lo stesso, e ogni minuto è uguale all’altro. Cosa cambia tra vincere segnando al 24mo e farlo andando in gol al 90mo? Nulla, direbbe un matematico, concentrandosi sul risultato finale, o un fisico, concentrandosi sul peso specifico del gol, che è lo stesso. Tantissimo, direbbe invece un filosofo. Perché è tutto un mondo che viene a modificarsi.
La partita dominata fin dall’inizio, incanalata da subito sui binari della vittoria, è un segno di indiscutibile superiorità, mentale e di gioco. La partita vinta alla fine, invece, è un qualcosa che sta a metà strada tra il fortuito e il fortunato. O, come spesso Arrigo Sacchi ha avuto modo di dire come critica principale verso il da lui non amato Allegri, è frutto di una tattica votata alla sola ricerca dell’episodico.
Come in tutte le discussioni che ricordano quelle della primigenia dell’uovo o della gallina, ci si può stare sopra anni senza ricavarci verità assolute. Il gol con cui Cuadrado ha regalato, proprio al novantesimo minuto, la vittoria a una piccola Juve contro una buona Fiorentina cosa ci dice della Juve? Che ha carattere tale da non darsi mai per persa o che è riuscita a vincere solo con una azione personale, giunta dopo venti minuti di superiorità numerica e quindi di maggiore stanchezza degli avversari?
La verità, non sono certo il primo a dirlo, sta spesso nel mezzo. E anche stavolta sta in entrambe le considerazioni.
Perché è vero che solo una squadra che non molla riesce a fare sue le partite vincendole negli ultimi minuti - cosa addirittura positiva se pensiamo che poi gli avversari non hanno neppure il tempo per recuperare.
Ma non possiamo neppure trascurare il fatto che questa squadra per 70 minuti ha galleggiato sulla partita come una barchetta in mezzo al mare. Spesso in affanno, in balia degli attacchi viola sulle fasce, che producevano cross sui quali, per fortuna, De Ligt e Rugani hanno primeggiato.
La Juve sbilenca, di movimento e convincente a destra quanto sterile e statica a sinistra, non aveva molti piani di gioco se non affidarsi al solito colpo di Chiesa o di Dybala. E’ ciò che sta caratterizzando questo avvio di stagione.
In cui, tuttavia, Allegri, benché pochi se ne siano accorti, sta pure cercando di smentire la sua fama di difensivista per nulla attento al gioco d’attacco.
Lo dimostrano i tentativi di utilizzare Sandro come esterno quasi d’attacco, arretrando Rabiot - e quando al suo posto lo ha fatto De Sciglio, contro Roma e Chelsea, se ne è vista una ottima resa - quelli di fare scambiare le posizioni tra Dybala e Chiesa, mettendo il primo più sugli esterni e il secondo sulle vie più centrali, i tentativi di produrre un vuoto al centro facendo muovere Morata sulle ali per colpire in infilata con gli inserimenti dei centrocampisti o del solito Chiesa.
Tutto questo è riuscito poco, finora. Soprattutto per una poca capacità a realizzare questi tipi di sovrapposizioni e di giocate da parte di giocatori che - fatta eccezione per Dybala e Chiesa - non sono granché dal punto di vista tecnico.
Ecco allora perché si arriva sempre a risolvere la partita con la giocata individuale.
E non è un caso che tale giocata arrivi proprio nei minuti finali, e magari proprio da chi è subentrato, perché, calati i ritmi della partita, il tasso tecnico superiore di qualche giocatore può esprimersi meglio, tanto più se è pure più riposato rispetto agli altri.
Questo segnare alla fine, dunque, è figlio proprio del mancato gioco, dell’affidarsi alle giocate singole. Dove non arriva il gioco, arriva il singolo: ma, lo dico con tutto il desiderio di poter essere smentito, non sempre tutto ciò potrà bastare. Come, in effetti, anche in questo avvio di stagione non è bastato.
Sembrerà paradossale, ma è proprio lo scarso tasso tecnico della squadra che, impedendo di incanalare la partita e dominarla, fa sì che la partita stessa venga decisa dal superiore tasso tecnico dei singoli. Il problema è che singoli con tale tasso tecnico ne abbiamo pochi.
E quindi, armiamoci di tranquillanti, terapie autogene, cibi o oggetti su cui sfogare l’ansia che ci produce l’arrivare a fine partita sempre in affanno e con lo spettro del pareggio o, peggio ancora, della sconfitta sempre più vicino.
Quest’anno va così.
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