Splendori e miserie di una maglia: la Juve oltre il sesto posto

Splendori e miserie di una maglia: la Juve oltre il sesto postoTUTTOmercatoWEB.com
Oggi alle 00:01Editoriale
di Roberto De Frede
«Tutta l’umana saggezza è racchiusa in queste due parole:“Attendere e sperare!”». da Il Conte di Montecristo di Alexandre Dumas

Nel calcio, come nella vita, ci sono stagioni che non sono semplici capitoli di un libro, ma lunghe, gelide notti dell’anima. Il calcio - scriveva Galeano - è la «messa laica» della nostra contemporaneità, un teatro dove la felicità e la sventura si consumano nell’arco di novanta minuti. E quest’anno, per la Vecchia Signora, l’altare della domenica si è trasformato in un confessionale di sogni infranti. La fine di questo campionato di Serie A ci consegna un verdetto spietato, scritto con l’inchiostro amaro della realtà: sesto posto. Niente Champions League, niente grandi luci d’Europa, niente valzer con le regine del continente. La Juventus si ritrova retrocessa nell’Europa League, quella che i cinici e i superbi chiamano “la sorella povera e minore”. È un risveglio brusco per chi è abituato a vestire l’abito da sera, un esilio confinato nei giovedì di periferia, dove il pallone rotola su campi meno nobili ma non per questo meno duri.

La storia del calcio è un triste viaggio dal piacere al dovere, e questa stagione ha incarnato perfettamente quel dovere faticoso, privo di gioia, dove la palla sembrava pesare come un masso di pietra e il gol un miraggio lontano. Guardare la classifica oggi fa male agli occhi e al cuore. È un’annata da dimenticare, si dice nei bar e nelle redazioni. Un disastro calcistico senza scuse.

Eppure, proprio quando la notte è più fonda, la letteratura corre in soccorso del tifoso, che altro non è se non un sognatore ostinato. Albert Camus, che prima di essere un gigante della letteratura era stato un portiere appassionato, scriveva che «nel bel mezzo dell’inverno, ho scoperto che vi era in me un’invincibile estate». La Juventus, oggi, vive il suo inverno più rigido. Ma la sua storia, quel filo invisibile che unisce il passato al futuro, custodisce il seme di quell’invincibile estate. La caduta, per quanto rovinosa, è solo la prima metà di un movimento che porta alla risalita. Il sesto posto non è una condanna a vita, ma un purgatorio necessario per espiare gli errori, ritrovare l’umiltà perduta e ripulire lo sguardo dall’arroganza del successo scontato.

La sorella minore europea non va disprezzata. Chi ama il calcio dei sentimenti puri e dei pezzenti, troverà poesia anche in questa coppa di fango e passione. Sarà il terreno da cui ripartire, il laboratorio dove forgiare i campioni di domani, lontano dalle pressioni asfissianti del palcoscenico principale. Per la stagione che verrà, il proposito non deve essere la vendetta, ma la ricostruzione della bellezza. Come scriveva il poeta smarrito nei vicoli del Novecento, Rainer Maria Rilke: «Sii paziente verso tutto ciò che è irrisolto nel tuo cuore e cerca di amare le domande stesse».

Oggi la Juventus è una domanda aperta. Come ritroverà se stessa? Con quali uomini e con quale spirito? La risposta non sta nei calcoli miliardari o nelle alchimie tattiche, ma nel ritorno a quella passione primordiale. Il tifoso bianconero non smette di camminare; si spolvera i pantaloni, guarda le cicatrici di questo sesto posto e ricomincia a sognare. Perché la palla, alla fine, è rotonda come la Terra, e finché gira, c’è sempre una nuova domenica all’orizzonte.

C’è sempre un nuovo fischio d’inizio che aspetta di smentire il passato e di restituirci, intatta, la meraviglia del gioco più bello del mondo.

Roberto De Frede