Adattarsi per vincere: la Juventus di Spalletti tra identità e lettura dell’avversario

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di Nerino Stravato

La riflessione nasce dalla risposta di Luciano Spalletti alla domanda posta da Antonio Paolino, direttore di Radio Bianconera, alla vigilia di Juventus-Lecce. Una risposta che va ben oltre il perimetro della singola partita e che offre una chiave di lettura molto chiara su come l’allenatore vede il calcio e, soprattutto, su come immagina la crescita della sua Juventus.

Spalletti sposta il fuoco del discorso: i rischi non sono soltanto legati a ciò che la Juventus non riesce a fare, ma anche — e forse soprattutto — a ciò che gli avversari riescono a impedirle. È un concetto centrale, perché rompe l’idea di una squadra che debba sempre e comunque imporre il proprio calcio in modo dominante. Nel calcio moderno, sottolinea l’allenatore, c’è sempre qualcuno dall’altra parte che lavora per toglierti certezze, ritmo, spazi e soluzioni.

​Da qui nasce il tema dell’adattamento, che non è una rinuncia all’identità, ma una sua evoluzione. La Juventus deve avere una struttura, dei principi, una direzione chiara, ma poi serve la capacità dei singoli di interpretare ciò che accade in campo. Soprattutto in partite come quella con il Lecce, dove il divario tecnico esiste, il rischio più grande non è quello di non essere belli, ma di essere prevedibili, presuntuosi, poco reattivi nel leggere i momenti della gara.

​È qui che entra in gioco il concetto di calciatore moderno tanto caro a Spalletti: non un semplice esecutore, ma un interprete. Un giocatore che sappia capire quando forzare una giocata, quando abbassare il ritmo, quando accettare di soffrire e quando, invece, alzare l’aggressività. Non basta seguire un copione tattico, serve la capacità di leggere l’avversario, di riconoscere cosa sta cercando di toglierti e di trovare soluzioni anche fuori dallo spartito iniziale.

Spalletti rifiuta apertamente l’idea di una Juventus obbligata a essere sempre “bellissima”. La bellezza, nella sua visione, non è un dogma ma una conseguenza. Prima viene l’efficacia, poi l’estetica. Sapersi adattare, saper soffrire, saper rincorrere in alcuni momenti fa parte del quotidiano di questo calcio, come ha sottolineato lui stesso rispondendo a Paolino. Non è un abbassamento dell’asticella, ma una sua ridefinizione in chiave più realistica e competitiva.

​La Juventus che sta nascendo sotto la guida di Spalletti va proprio in questa direzione: una squadra che prova a fare la partita dal primo al novantacinquesimo, ma che non si disunisce se il contesto cambia. Una squadra che non vive di alibi legati agli episodi, ma che riconosce negli episodi una componente inevitabile del gioco. E soprattutto una squadra che cresce nella consapevolezza di sé: non sempre si può dominare, ma si può sempre competere.

​Contro il Lecce, più che il modulo o le scelte iniziali, conterà esattamente questo. La capacità della Juventus di leggere la partita, di adattarsi senza snaturarsi, di essere meno presuntuosa e più intelligente. È questa, oggi, la vera asticella che Spalletti vuole alzare.