Analisi tattica Juve: il finale da Rocky II e il colpo del K.O. del Sassuolo
La Juventus perde 3-2 contro il Sassuolo al termine di una partita che racconta molto più di quanto dica il risultato. È stata una gara particolare, intensa, a tratti sporca, nella quale le due squadre hanno avuto momenti diversi e hanno continuato a cercare la vittoria fino all'ultimo pallone. La Juventus di Luciano Spalletti è riuscita a rimontare due volte, ma proprio quando sembrava aver trovato la forza per portare a casa almeno un punto ha perso l'equilibrio e incassato il colpo del K.O.
Ed è probabilmente questo il tema principale della partita di Reggio Emilia: la Juventus ha avuto la forza tecnica per rimettersi in piedi, ma non ancora la maturità per capire come gestire il momento decisivo. Una squadra non si costruisce soltanto attraverso il gioco, la qualità individuale e le idee dell'allenatore. Servono anche personalità, esperienza e capacità di leggere le partite.
Il Sassuolo chiude le fasce e toglie alla Juve le sue certezze
Il Sassuolo ha dimostrato di essere una squadra con idee precise e con un allenatore capace di preparare bene la partita. Nel primo tempo ha scelto una strada abbastanza chiara: chiudere le fasce alla Juventus, soprattutto quelle situazioni che normalmente permettono ai bianconeri di creare superiorità.
La Juventus di Spalletti cerca spesso di attirare l'avversario da una parte, muovere il pallone e poi cambiare gioco per isolare l'esterno nell'uno contro uno. È una delle situazioni nelle quali giocatori come Conceição e Alajbegović possono diventare determinanti. Contro il Sassuolo, però, questa soluzione ha funzionato molto meno del solito.
Il Sassuolo si abbassava quando la Juventus aveva il possesso e proteggeva bene le corsie esterne, accettando eventualmente di concedere qualcosa in mezzo. Una scelta che comportava dei rischi, ma che ha funzionato perché la Juventus non è riuscita a trovare con continuità le proprie fonti abituali di gioco.
Non è un caso che le migliori occasioni del primo tempo siano arrivate proprio centralmente. Nico Gonzalez ha scheggiato la traversa dopo pochi minuti, mentre Koopmeiners ha avuto sul limite dell'area una situazione nella quale avrebbe potuto fare molto meglio. Sono state le due vere fiammate di una prima frazione nella quale la Juventus ha fatto fatica a costruire occasioni pulite.
Alajbegović e Conceição: il Sassuolo non concede l'uno contro uno
Il lavoro del Sassuolo sulle fasce ha avuto un effetto evidente anche sui due esterni bianconeri. Francisco Conceição ha provato a puntare l'uomo, ma ha trovato spesso un avversario pronto a raddoppiarlo e a limitarne lo spazio di manovra. Il portoghese ha impiegato un po' a entrare realmente nella partita e non è riuscito a trovare quella continuità nell'uno contro uno che spesso rappresenta una delle armi principali della Juventus.
Meglio, nel complesso, Kerim Alajbegović. Il giovane ha mostrato personalità, ha provato più volte a saltare l'uomo e ha cercato di attaccare la linea difensiva del Sassuolo. Spalletti ha scelto di lasciarlo in campo fino alla fine, proprio perché la sua vivacità continuava a rappresentare una possibile soluzione.
Alajbegović ha avuto anche una grande occasione nella ripresa, trovando però la risposta di Muric. Non è riuscito a trovare il guizzo decisivo, ma la sua prestazione è stata comunque positiva. E il confronto con Conceição, almeno nella serata di Reggio Emilia, pende dalla parte del giovane bianconero.
Il dato tattico più interessante, però, è un altro: il Sassuolo ha capito che impedire alla Juventus di giocare sugli esterni significava togliere una delle principali fonti di imprevedibilità della squadra di Spalletti. La Juventus avrebbe dovuto trovare più soluzioni alternative, ma nel primo tempo non ci è riuscita con continuità.
Il Sassuolo palleggia e trova spazio nel punto debole della Juve
Il piano del Sassuolo, però, non si è limitato alla fase difensiva. È qui che la partita diventa interessante dal punto di vista tattico. Quando la squadra di casa recuperava il pallone, non cercava necessariamente la giocata verticale, ma provava a uscire dal basso attraverso il palleggio.
Spesso il pallone veniva portato sull'esterno per poi tornare dentro, sfruttando gli spazi che si aprivano centralmente. E proprio in mezzo al campo la Juventus ha mostrato qualche difficoltà in più rispetto alle partite precedenti.
Douglas Luiz e Koopmeiners hanno qualità nella gestione del pallone, ma ieri è mancata qualcosa soprattutto nella capacità di aggredire il palleggio avversario e recuperare rapidamente la palla. Con Locatelli fuori, la Juventus ha perso anche quel riferimento che normalmente garantisce maggiore equilibrio e che permette alla squadra di avere un punto di riferimento quando la partita diventa più caotica.
Il risultato è stato un paradosso: la Juventus ha avuto il 58% di possesso, ha concluso più del Sassuolo e ha conquistato molti più calci d'angolo, ma non ha avuto per questo il controllo della partita. Gli expected goals sono rimasti praticamente equivalenti e il Sassuolo ha saputo trasformare meglio i momenti nei quali è riuscito ad arrivare dentro l'area bianconera.
L'1-0: un errore individuale dentro un problema di reparto
Il primo gol del Sassuolo nasce proprio da una situazione di questo tipo. I neroverdi palleggiano, attirano la Juventus e poi trovano l'imbucata per Sebastiano Esposito.
L'errore di Kalulu è evidente: segue inizialmente il movimento dell'attaccante, poi prova a risalire, ma il movimento non è sincronizzato con quello della linea e finisce per tenere Esposito in gioco. L'attaccante si ritrova così davanti a Vicario e il Sassuolo passa in vantaggio.
È un errore individuale, ma non soltanto. La sensazione è che in quella situazione la linea difensiva della Juventus non abbia avuto la stessa coordinazione mostrata in altre occasioni. E questo sarà uno dei problemi che accompagneranno i bianconeri per tutta la partita.
Zhegrova cambia la partita con quello che alla Juve era mancato
Se il Sassuolo era riuscito a togliere alla Juventus alcune delle sue soluzioni collettive, Edon Zhegrova ha trovato una strada diversa: quella dell'iniziativa personale.
Il suo ingresso cambia immediatamente il ritmo della partita. Zhegrova prende palla, punta l'uomo, salta avversari e costringe il Sassuolo a difendersi in modo diverso. Non ha bisogno che la situazione venga costruita perfettamente: crea da solo il vantaggio.
Il gol dell'1-1 nasce proprio da una sua fiammata. Poi, dopo il nuovo vantaggio del Sassuolo, è ancora lui a rimettere la Juventus in partita con il 2-2. Due gol che raccontano il talento del giocatore, ma anche un limite che questa Juventus continua a portarsi dietro: quando il gioco collettivo viene bloccato, troppo spesso servono le fiammate dei singoli per sbloccare la situazione.
Il 2-1 e la conferma di una serata difensivamente complicata
Il secondo gol del Sassuolo arriva da un'altra situazione nella quale la Juventus paga un errore individuale. Bremer esce male, Darryl Bakola lo anticipa e da quella giocata nasce l'azione che porta al gol di Bowie.
È un altro episodio che si aggiunge a quello dell'1-0 e che rende evidente il passo indietro della Juventus nella fase difensiva. Non perché i bianconeri abbiano concesso un numero enorme di occasioni, ma perché gli errori sono arrivati nei momenti nei quali la partita chiedeva maggiore precisione.
Ed è proprio questa la differenza rispetto alle gare nelle quali il lavoro di Spalletti sembrava aver cominciato a dare maggiore solidità alla squadra. Il problema non è soltanto quanto si concede, ma come e quando si concede.
Il finale da Rocky II: due squadre che cercano il colpo del K.O.
Il 2-2 trasforma definitivamente la partita in un'altra cosa. Le due squadre sono stanche, gli spazi aumentano, le gambe cominciano a pesare, ma nessuna delle due sembra volersi accontentare.
È qui che viene naturale pensare a Rocky II, alla sfida tra Rocky Balboa e Apollo Creed: due pugili ormai allo stremo, che continuano a colpirsi, a barcollare, a cercare l'ultimo guizzo. Non è più una questione di perfezione tecnica, ma di resistenza, istinto e capacità di trovare il colpo decisivo.
La partita di Reggio Emilia ha avuto esattamente quella dimensione. Un incontro di boxe nel quale Juventus e Sassuolo si sono scambiati colpi fino all'ultimo round. Solo che, questa volta, il pugno decisivo lo ha trovato il Sassuolo.
Il 3-2 è il vero problema della Juventus
Perché il punto non è criticare la Juventus per aver cercato di vincere. Spalletti lo ha chiesto ai suoi giocatori e, in linea di principio, è difficile contestare una squadra che sul 2-2 prova a cercare il gol della vittoria.
Il problema è il modo in cui la Juventus ha cercato quel gol.
Negli ultimi minuti i bianconeri hanno perso completamente le distanze. Una punizione sulla trequarti viene gestita male, con troppi uomini davanti alla palla. Il Sassuolo riparte e per poco non trova già il vantaggio. La Juventus riesce a salvarsi, ma non sembra aver imparato la lezione.
Poco dopo arriva un'altra palla persa nella zona alta del campo. Il Sassuolo riparte e questa volta trova il tre contro due. Douglas Luiz e Bremer sono costretti a rincorrere, mentre dall'altra parte la palla arriva ad Adžić. Il montenegrino affronta Douglas Luiz, lo sposta con una giocata semplice ma efficace e piazza il pallone sul lato opposto, trovando il gol del 3-2.
Il colpo del K.O. è arrivato proprio quando la Juventus aveva smesso di pensare alla possibilità di perdere. Ed è questo l'aspetto più preoccupante dell'intera serata.
Non sempre l'ultima azione deve essere quella della vittoria
La Juventus aveva appena rimontato per la seconda volta. Aveva trovato il 2-2 a pochi minuti dalla fine. In quel momento, un punto poteva essere un risultato assolutamente accettabile, soprattutto considerando una partita nella quale il Sassuolo aveva creato diversi problemi.
Invece i bianconeri hanno continuato ad attaccare senza mantenere una struttura preventiva adeguata. Spalletti ha spiegato che la squadra ha preso troppo alla leggera certe situazioni. È una lettura condivisibile: la Juventus ha confuso la voglia di vincere con la necessità di attaccare sempre e comunque.
Una squadra matura deve sapere che esistono momenti nei quali bisogna rallentare, respirare, consolidare il possesso e impedire all'avversario di ripartire. Soprattutto quando si è appena riusciti a rimettere in piedi una partita.
Matic è l'esempio di ciò che ancora manca alla Juve
Ed è qui che entra in gioco un elemento che va oltre la tattica: l'esperienza.
Guardando la partita del Sassuolo, è impossibile non soffermarsi su Nemanja Matic. Il centrocampista è stato uno dei migliori della squadra di casa e ha dato l'impressione di essere molto più di un semplice giocatore in mezzo al campo. È sembrato un allenatore dentro la partita.
Quando il Sassuolo era in difficoltà, Matic non si è lasciato trascinare dalla frenesia. Ha continuato a gestire il pallone, a dare tempi alla squadra, a scegliere quando accelerare e quando invece rallentare. A 38 anni non può avere la stessa gamba di un centrocampista giovane, ma può avere qualcosa che non si compra con la preparazione atletica: la capacità di leggere quello che sta succedendo prima che succeda.
È esattamente ciò che oggi manca in alcuni momenti alla Juventus. Una squadra giovane può avere tecnica, corsa e talento, ma la personalità non coincide con la qualità tecnica. E la personalità, soprattutto in certe partite, significa anche sapere che il risultato va protetto.
Locatelli avrebbe potuto essere importante proprio lì
In questo senso l'assenza di Locatelli pesa. Non perché sia possibile affermare che con lui in campo la Juventus avrebbe sicuramente vinto o pareggiato, ma perché Locatelli rappresenta proprio quel tipo di riferimento che può aiutare la squadra a mantenere l'equilibrio.
Nel finale di Reggio Emilia sarebbe servito qualcuno capace di prendere il pallone, abbassare il ritmo e ordinare la squadra. Qualcuno che capisse che il momento chiedeva più controllo che frenesia.
È un dettaglio che può sembrare secondario, ma nella costruzione della nuova Juventus di Spalletti potrebbe diventare uno degli aspetti più importanti. Il talento da solo non basta. La squadra deve imparare a gestire le partite anche attraverso la personalità dei suoi giocatori.
Spalletti riparte da una sconfitta che insegna molto
Per Spalletti non è il momento di buttare via il lavoro fatto. Sarebbe una conclusione troppo semplice e anche ingiusta. La Juventus ha ancora delle attenuanti: una rosa in costruzione, alcuni infortuni, interpreti che devono ancora trovare continuità e automatismi che non possono diventare perfetti in poche settimane.
Ma Sassuolo-Juventus ha evidenziato una fragilità che l'allenatore dovrà affrontare. Non è soltanto una questione di fase difensiva, anche se i tre gol subiti e gli errori individuali rappresentano un campanello d'allarme. È una questione di equilibrio complessivo.
La Juventus ha dimostrato di saper reagire, di avere qualità e di possedere giocatori capaci di cambiare una partita. Ha rimontato due volte e non si è arresa. Ma nel momento decisivo non ha saputo fare quello che fanno le squadre mature: capire che non tutte le partite si vincono con l'ultimo attacco.
Rocky e Apollo arrivano alla fine praticamente distrutti, ma continuano a cercare il colpo. La Juventus ieri ha fatto lo stesso. Solo che, mentre sul ring può bastare un ultimo pugno per decidere tutto, nel calcio a volte il gesto più difficile è non tirarlo.
Il Sassuolo ha trovato il suo colpo del K.O. con Adžić. La Juventus, invece, dovrà capire che per trasformarsi nella squadra che Spalletti vuole costruire non deve soltanto imparare a rialzarsi: deve imparare anche quando è il momento di smettere di combattere e portare a casa il risultato.
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