David, il Mondiale dice la verità: ecco cosa manca davvero all'attaccante della Juventus
La tripletta rifilata al Qatar aveva riacceso entusiasmo e speranze. La sfida contro la Svizzera, però, ha riportato Jonathan David in una dimensione più vicina a quella vista nella sua prima stagione alla Juventus. Non una prestazione negativa, ma nemmeno quella che serviva per confermare di aver definitivamente cambiato marcia. La sconfitta per 2-1 del Canada, che perde così il primo posto del girone pur qualificandosi ai sedicesimi di finale, lascia in eredità anche qualche riflessione sul centravanti bianconero.
I numeri raccontano di una gara senza tiri nello specchio della porta, con appena 41 tocchi, il 68% di precisione nei passaggi e ben 17 palloni persi. Dati che potrebbero sembrare impietosi, ma che da soli non spiegano la prestazione del numero 10 canadese.
Dal punto di vista tattico, infatti, David ha interpretato un ruolo diverso dal classico centravanti d'area. Più che occupare stabilmente la posizione accanto alla punta, ha continuamente abbassato il proprio raggio d'azione, lavorando tra le linee e cercando di collegare il centrocampo con il reparto offensivo. Le sue heat map raccontano proprio questo: una continua ricerca dello spazio utile per offrire una linea di passaggio ai compagni e creare superiorità nella zona di rifinitura.
Soprattutto nel primo tempo questa lettura della partita ha funzionato. David ha ricevuto diversi palloni tra le linee, ha giocato con pochi tocchi, ha cercato verticalizzazioni e aperture per favorire gli inserimenti dei compagni e ha dato fluidità alla manovra offensiva del Canada. È probabilmente questa la zona di campo nella quale oggi riesce a esprimere il meglio del proprio calcio: non da riferimento statico, ma da attaccante che ama muoversi, uscire dalla marcatura e costruire gioco.
Il problema, però, è emerso ancora una volta quando il livello della pressione si è alzato. La Svizzera ha progressivamente accorciato gli spazi, ha aumentato l'aggressività nelle uscite e ha tolto tempo al canadese. Ed è proprio qui che sono riemersi quei limiti già evidenziati durante la sua stagione in bianconero.
Quando ha avuto spazio per pensare e giocare, David ha mostrato qualità tecniche evidenti. Quando invece è stato costretto a ricevere spalle alla porta con il difensore addosso oppure a gestire il pallone sotto pressione, ha fatto molta più fatica. Ha perso diversi possessi, non è praticamente mai riuscito a saltare l'uomo nell'uno contro uno e ha finito per spegnersi con il passare dei minuti.
È probabilmente questo l'aspetto sul quale dovrà lavorare maggiormente se vorrà davvero conquistarsi un futuro alla Juventus. Luciano Spalletti, nelle sue prime valutazioni, aveva già lasciato intendere come il canadese non fosse ancora un attaccante capace di imporsi nel calcio di contatto, quello dove ogni ricezione avviene con il difensore alle spalle, con poco tempo per scegliere e tanta intensità fisica. Anche la gara contro la Svizzera sembra aver confermato questa lettura.
La differenza tra un buon attaccante e un grande attaccante, soprattutto ai massimi livelli, spesso nasce proprio lì: nella capacità di mantenere lucidità tecnica quando la pressione aumenta, proteggere il pallone, assorbire il contatto e trovare comunque la giocata decisiva.
Per questo motivo la tripletta contro il Qatar va contestualizzata. È arrivata contro un avversario tecnicamente inferiore e per buona parte della gara anche in inferiorità numerica. Una prestazione importante, che resta tale, ma che probabilmente non poteva bastare per cancellare tutti i dubbi emersi durante l'ultima stagione.
La sensazione, osservando queste prime tre gare mondiali, è che la verità stia nel mezzo. Jonathan David non è certamente il giocatore impacciato visto troppo spesso nella sua prima annata in bianconero, così come probabilmente non è nemmeno il bomber devastante capace di segnare tre reti in novanta minuti. È un attaccante con qualità tecniche importanti, intelligenza tattica e capacità di leggere gli spazi, ma che deve ancora compiere uno step decisivo sotto l'aspetto dell'intensità e della gestione delle situazioni di pressione.
Proprio durante il Mondiale, David aveva ribadito di voler restare alla Juventus e dimostrare il proprio valore. Se questo è davvero il suo obiettivo, il percorso di crescita appare ormai abbastanza chiaro: migliorare nella gestione del contatto, imparare a giocare con meno tempo e meno spazio e diventare determinante anche contro difese organizzate e aggressive. Perché è lì che si misura il livello di un attaccante destinato a fare la differenza in una grande squadra.
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