Malagò eredita uno sfacelo: la lezione inglese che il calcio italiano continua a ignorare
L'elezione di Giovanni Malagò alla presidenza della FIGC ha inevitabilmente monopolizzato il dibattito degli ultimi giorni. È normale che sia così: dopo anni di gestione Gravina, il calcio italiano si affaccia a una nuova fase e le aspettative sono inevitabilmente elevate. Eppure, a distanza di qualche giorno dal voto, le parole che meritano forse maggiore attenzione non sono state quelle del nuovo presidente federale, ma quelle pronunciate da Matteo Marani durante l'assemblea elettiva.
Il presidente della Lega Pro ha tracciato un quadro severo dello stato di salute del calcio italiano, tra difficoltà economiche, ritardi strutturali e una competitività internazionale che negli ultimi anni si è mantenuta grazie a singole eccellenze più che a una crescita complessiva del sistema. Perché se da una parte non sono mancati risultati importanti, dall'Europeo 2021 vinto con Roberto Mancini alle recenti finali europee raggiunte dai club italiani, dall'altra resta la sensazione che questi successi non siano stati sufficienti a invertire una tendenza che dura ormai da decenni.
L'Italia di Roberto Mancini aveva alimentato la speranza di un nuovo ciclo vincente. Col passare degli anni, però, quel trionfo europeo sembra assumere sempre più i contorni di una straordinaria eccezione piuttosto che l'inizio di una rinascita strutturale. Una vittoria meritatissima, ma che non è riuscita a nascondere problemi che erano già presenti e che continuano a manifestarsi ancora oggi.
Perché il vero tema non è chi guiderà la FIGC nei prossimi anni. Il vero tema è capire se il calcio italiano abbia davvero voglia di cambiare.
Di riforme si parla da almeno trent'anni. Eppure, guardando i risultati, è difficile sostenere che il sistema sia riuscito a riformarsi davvero. Da questo punto di vista il confronto con l'Inghilterra diventa inevitabile.
Quando nel 1992 nasceva la Premier League, il calcio italiano era ancora il punto di riferimento mondiale. La Serie A attirava i migliori giocatori del pianeta, le squadre italiane dominavano le competizioni europee e la Nazionale rappresentava una delle grandi potenze del calcio internazionale. L'Inghilterra arrivava invece da anni difficili, segnati dalle tragedie dell'Heysel e di Hillsborough, da impianti inadeguati e da un'immagine internazionale fortemente compromessa.
Eppure proprio da quella crisi nacque la rinascita.
Dopo Hillsborough arrivò il Taylor Report, che cambiò radicalmente il modo di concepire il calcio nel Regno Unito. Gli stadi furono progressivamente modernizzati, la sicurezza divenne una priorità assoluta e il sistema iniziò una trasformazione profonda. È importante ricordarlo: la Premier League più ricca del mondo non è nata dai soldi della televisione. I grandi contratti televisivi arrivarono dopo. Prima arrivarono le infrastrutture. Prima arrivò una visione. Prima arrivò la volontà di cambiare un modello che non funzionava più.
La ricchezza fu una conseguenza, non il punto di partenza.
In Italia, invece, per troppo tempo si è preferito investire sul presente piuttosto che sul futuro. Sul campione più che sulla struttura. Sul risultato immediato più che sulla sostenibilità del sistema. È una riflessione che emerge anche dalle parole di Malagò sugli stadi. Il nuovo presidente federale ha sostenuto che molti grandi dirigenti del passato avrebbero dovuto investire maggiormente nelle infrastrutture. Un ragionamento condivisibile nel principio, anche se accompagnato da una gaffe quando ha inserito nella lista anche gli Agnelli, dimenticando che proprio la Juventus è stata la prima società italiana dell'era moderna a realizzare uno stadio di proprietà.
E qui c'è forse uno degli aspetti più significativi della vicenda. Il progetto del nuovo impianto bianconero non nacque dopo Calciopoli, ma anni prima. La Juventus iniziò a lavorare sul superamento del Delle Alpi nei primi anni Duemila e portò avanti quel percorso anche negli anni più difficili. Nel 2011 arrivò l'inaugurazione dello Juventus Stadium. Poi arrivarono nove scudetti consecutivi e due finali di Champions League. Non perché uno stadio garantisca automaticamente le vittorie, ma perché dietro quell'opera c'era una visione industriale che nel calcio italiano è rimasta un'eccezione più che una regola.
Ma il tema non riguarda soltanto la Serie A. Ed è proprio qui che il discorso di Marani diventa ancora più interessante. Nel suo intervento il presidente della Lega Pro ha ricordato come nell'ultimo anno la Serie A abbia versato circa 249 milioni di euro ai procuratori, una cifra enormemente superiore alle risorse destinate alla Serie C attraverso i meccanismi di mutualità.
Il punto non è demonizzare gli agenti. Il punto è chiedersi quanto il calcio italiano stia investendo davvero nella propria base, nei vivai, nelle strutture e nei campionati che dovrebbero rappresentare il primo laboratorio di crescita per i talenti del futuro.
Perché i campioni non nascono per caso. Nascono all'interno di un sistema che investe sulla formazione. E se si indebolisce la base della piramide, inevitabilmente si indebolisce anche il vertice.
Quando si parla di infrastrutture, infatti, non si dovrebbe pensare soltanto agli stadi della Serie A. Bisognerebbe pensare anche ai centri sportivi, ai settori giovanili, agli impianti delle categorie inferiori. In Inghilterra la differenza non la fanno soltanto Anfield, Old Trafford o l'Emirates Stadium. La differenza la fa una cultura dell'infrastruttura che coinvolge l'intero movimento. Anche nelle categorie inferiori si trovano impianti moderni, strutture funzionali e organizzazioni che permettono alle società di programmare il futuro.
In Italia, invece, non è raro vedere club professionistici costretti a convivere con impianti vecchi e risorse limitate. E mentre noi continuiamo a discutere di progetti che spesso impiegano anni per ottenere autorizzazioni, altri Paesi investono.
Persino nazioni che fino a qualche tempo fa guardavano alla Serie A come modello di riferimento. La Turchia, per esempio, negli ultimi anni ha costruito o rinnovato numerosi impianti moderni e oggi può contare su strutture che hanno contribuito a rafforzare l'appeal del campionato e dei suoi club. Non è la Premier League, ma è la dimostrazione che investire nelle infrastrutture significa investire nel futuro.
Ed è qui che entra inevitabilmente in gioco la politica.
Non per decidere se un arbitro abbia sbagliato un rigore. Non per intervenire sulle designazioni arbitrali. Non per discutere di fuorigioco o moviole. Quello è sport e deve restare sport.
La politica dovrebbe invece fare ciò che avvenne in Inghilterra dopo gli anni più difficili: creare le condizioni perché il sistema possa crescere. Procedure più rapide per gli impianti, regole certe, investimenti nelle infrastrutture, sostegno ai settori giovanili e alle categorie che formano i talenti del futuro.
Perché il calcio non è soltanto passione. È anche economia, occupazione, riqualificazione urbana e sviluppo del territorio.
Per questo il discorso di Marani va oltre il semplice allarme sullo stato di salute del calcio italiano. È una riflessione sul metodo. Sul fatto che per troppo tempo si sia cercata la soluzione immediata invece di affrontare i problemi strutturali.
In fondo è una storia che gli italiani conoscono bene. Per anni il nostro calcio ha cercato il suo Omar Sivori, il campione capace di risolvere tutto. Un acquisto, un presidente, un allenatore, una generazione di talenti. Nel frattempo altri Paesi costruivano stadi, formavano dirigenti, investivano nei vivai e modernizzavano il sistema.
Oggi Giovanni Malagò eredita un movimento che assomiglia meno alla Serie A che dominava il mondo negli anni Novanta e più al Borgorosso Football Club di Alberto Sordi: sempre alla ricerca del prossimo salvatore, senza riuscire a mettere davvero mano ai problemi strutturali.
La sua sfida non sarà soltanto scegliere un commissario tecnico o trovare una soluzione d'emergenza. La sua sfida sarà dimostrare che, per una volta, il calcio italiano ha deciso di costruire invece di rincorrere.
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