Gran colpo di calciomercato "storico": il principe di Danimarca alla corte della Vecchia Signora
Nei momenti di magra dell’esistenza — che si tratti di una crisi collettiva, di un inverno dello spirito, di una semplice secca creativa, o di annate bianconere di un grigiore assoluto — il presente tende a restringersi, offrendoci solo il panorama della nostra vulnerabilità. È in questo deserto che la memoria storica e il ricordo personale smettono di essere una sterile operazione di nostalgia per trasformarsi in un atto di resistenza e di orientamento. Ricordare non significa fuggire dalla realtà, ma attingere a un serbatoio di possibilità già realizzate. Guardare agli anni gloriosi, o anche solo a un frammento del nostro passato in cui siamo stati integri, capaci e forti, funziona come una bussola: ci ricorda di cosa siamo fatti e ci offre un modello da emulare per ricostruire il presente. In definitiva, la memoria storica è la nostra riserva aurea. Quando il presente ci impoverisce, riaprire i libri della storia — o le pagine dei nostri ricordi — significa ricordarsi che la tempesta attuale è già stata vissuta, superata e trasformata in oro da chi ci ha preceduto, o da noi stessi in un altro tempo.
Andare in cerca dell’anno millenovecentoottantacinque significa per me fare un viaggio non soltanto nella memoria, ma in una certa inclinazione del nostro costume che allora parve toccare il suo culmine, tra il fastoso e l'ingenuo. Vi era, in quei dodici mesi, un'aria di sospensione, una strana febbre che aveva contagiato le città e le province, mutando il volto della vecchia Italia in qualcosa di più lucido, forse più internazionale, ma fatalmente meno intimo. Se dovessi ritrovare il sapore di quell’anno, dovrei confessare che fu l’anno dei grandi contrasti, vissuti però con una singolare, aristocratica noncuranza.
Tutto era cominciato con quel gennaio memorabile. Una nevicata d’altri tempi, di quelle che si leggevano nei romanzi russi o nei diari dell'Ottocento, era discesa a paralizzare il Nord. Ricordo Milano, solitamente così frettolosa e distaccata, improvvisamente ammutolita, costretta a ritrovare il passo lento del pedone, il sapore della chiacchiera davanti a un caffè fumante mentre fuori il mondo si copriva di bianco. Fu una breve, bellissima tregua. Ci illudemmo che la natura avesse ripreso il sopravvento sulle nostre macchine e sulle nostre piccole ambizioni umane. L’illusione durò lo spazio di un inverno. Col disgelo, l’Italia si risvegliò con una gran voglia di viaggiare in prima classe. Fu l’anno in cui trionfò una certa gioventù che amava il lusso esibito, i profumi forti, i vini costosi ordinati più per il nome sull'etichetta che per il reale piacere del palato. Milano divenne la capitale di questo nuovo rito mondano, una città "da bere", appunto, dove i salotti si riempivano di volti nuovi, legati al mondo della finanza o della televisione commerciale, che allora cominciava a imporre i suoi ritmi e i suoi sorrisi standardizzati all'intero Paese. Si preferiva l'apparenza alla sostanza; eppure, in quella stessa fatuità, vi era un'energia vitale che non si poteva non ammirare, una fiducia quasi fanciullesca nel futuro.
Da osservatore delle cose nostre, sapete dove ritrovai la vera anima di quell'anno? Non nei palazzi della politica romana o nelle borse milanesi, ma sui campi di calcio, e in particolare a Verona. Quel campionato del 1985 fu un capolavoro di saggezza provinciale. Vedere l’Hellas di Osvaldo Bagnoli – un uomo di poche parole, un artigiano del calcio che sembrava uscito da un racconto di sapore risorgimentale – sbaragliare le grandi armate del denaro e del blasone, fu uno stupore inaspettato. C’era in quella squadra un sapore antico, un senso del dovere e della solidarietà che contrastava magnificamente con l'edonismo imperante di quei mesi. Una squadra fatta di scarti e di operai del pallone guidati da un tedesco biondo di nome Hans-Peter Briegel e da un danese triste di nome Preben Elkjær, riuscì a mettersi alle spalle i miliardi di Torino, Milano e Roma. Fu la vendetta della periferia contro il centro del potere, l'ultima favola romantica prima che il calcio diventasse definitivamente un affare di diritti televisivi. E mentre il Verona festeggiava, a Napoli un dio pagano con i riccioli neri e il numero dieci sulla schiena, Diego Armando Maradona, cominciava a trasformare i sogni di una città ferita in una religione collettiva. Naturalmente, lo sguardo si allungava anche oltre. Ricordo la fine dell'anno, quella finale a Tokyo tra la Juventus e l'Argentinos Juniors. C’era in quella squadra torinese un giovane danese, Michael Laudrup, che si muoveva sul campo con la grazia aristocratica di un ballerino classico prestato al fango della partita. Il suo gol da posizione impossibile, in quel pomeriggio giapponese che per noi era una gelida alba italiana, rimase negli occhi di tutti come il simbolo di ciò che l'ottantacinque voleva disperatamente essere: eleganza pura, un gesto estetico perfetto capace di risolvere ogni dramma. Ma la realtà, purtroppo, non era fatta solo di gol memorabili o di brindisi nei locali alla moda. L'ottantacinque ci lasciò anche ferite profonde, come il disastro della Val di Stava, dove l'incuria degli uomini si portò via decine di vite, o i giorni drammatici di Sigonella, che ci restituirono per un attimo il senso fermo dello Stato e dell'orgoglio nazionale di fronte alle pretese dell'alleato americano. Quando l'anno finì, si ebbe come l'impressione di aver vissuto una lunga, memorabile festa di fine stagione. L’Italia del 1985 si congedava da noi lasciandoci un gusto dolce-amaro in bocca: avevamo scoperto il benessere, avevamo accarezzato il sogno di una modernità splendente e senza ombre, ma sentivamo già, nel fondo del cuore, che stavamo perdendo qualcosa di irreperibile. Stavamo perdendo quella modestia, quella sapienza dei sentimenti semplici che aveva fatto la vera grandezza del nostro Paese nei decenni passati. Rimaneva il ricordo di un'annata magnifica, certo, ma percorsa da una sottile, struggente malinconia per tutto ciò che, dietro quelle luci dorate, stava per finire per sempre.
Era l’85… e ritornava a Torino, dopo un’esperienza con la Lazio il Principe che danzava sulle illusioni.
Ci sono giocatori che calpestano il prato con la furia di chi deve conquistare un territorio, e poi c’è chi sul prato ci cammina in punta di piedi, come se chiedesse scusa all’erba per averla svegliata. Michael Laudrup apparteneva, senza ombra di dubbio, a questa seconda stirpe. Era un fantasma fatto di carne, un principe nordico sceso nelle arene del sud per insegnare che la bellezza, nel calcio, non ha bisogno di sudore ostentato o di muscoli contratti. La bellezza, semplicemente, accade.
Il calcio è l’arte di comprimere la storia universale in novanta minuti. Se questo è vero, Michael Laudrup è stato uno dei narratori più eleganti che la storia del calcio abbia mai avuto. Non correva: scivolava. Non calciava il pallone: lo invitava a cena, gli sussurrava promesse all’orecchio e poi lo spediva, docile e innamorato, esattamente dove la fisica diceva che non sarebbe potuto arrivare. Siamo negli anni Ottanta, in un’Italia che è l’ombelico del mondo calcistico. La Serie A è una trincea spietata, un campo minato dove i difensori hanno le facce patibolari e le caviglie dei fantasisti sono considerate bottino di guerra. In questo ecosistema di catenacci e marcature a uomo feroci, la Juventus decide di scommettere su un ragazzo danese. Viene dal freddo, dalla terra di Hans Christian Andersen, e come nei migliori racconti del suo connazionale, sembra vivere in una fiaba tutta sua, incomprensibile ai fabbri ferrai che popolano le difese italiane. A Torino, Laudrup trova una Signora vestita di bianco e di nero, pragmatica e vincente, ma trova soprattutto un re: Michel Platini. Molti credevano che due monarchi della fantasia non potessero coesistere nello stesso regno. Ma Laudrup aveva una dote rara tra i geni: l’assenza di arroganza. Non voleva rubare lo scettro al francese; voleva semplicemente trasformare i passaggi di Platini in dipinti, e offrire a sua volta assist che il francese trasformava in oro. Insieme, dialogavano in una lingua sconosciuta agli avversari. Era un esperanto fatto di sguardi periferici, di tempi anticipati, di vuoti improvvisamente riempiti.
Il marchio di fabbrica di Laudrup era l’inganno. Ma un inganno nobile, un prestigiatore che non vuole derubarti, ma solo strapparti un sorriso di meraviglia. Inventò, o quantomeno sublimò, il passaggio no-look. Guardava a est, con i grandi occhi chiari spalancati verso la tribuna, e il suo piede destro, quasi di nascosto, colpiva la palla mandandola a ovest, attraverso una foresta di gambe avversarie. I difensori andavano da una parte, il pallone dall'altra, e l'attaccante si ritrovava solo davanti al portiere, chiedendosi come fosse possibile che quel varco si fosse aperto. Laudrup deformava lo spazio e il tempo. Quando aveva la palla tra i piedi, lo stadio intero tratteneva il respiro. Sapevamo tutti che stava per succedere qualcosa, ma nessuno, tranne lui, sapeva esattamente cosa.
E poi arrivò Tokyo.
È l'8 dicembre del 1985. Lo Stadio Nazionale di Tokyo è un catino freddo, illuminato da una luce metallica che fa sembrare tutto un po' irreale, come in un sogno nitido. Si gioca la Coppa Intercontinentale. Di fronte alla Juventus c'è l'Argentinos Juniors. Non è una squadra qualsiasi. È la squadra in cui è cresciuto Diego Armando Maradona, è una formazione che gioca il calcio più sudamericano, ribelle e palleggiato che si possa immaginare. In campo c'è Claudio Borghi, che in quel momento molti considerano l'erede naturale di Diego, uno che gioca con le calze abbassate e la irriverenza dei potreros di Buenos Aires. Quella partita non fu una semplice finale. Fu, come ricordano i puristi, forse la più bella e vibrante partita di calcio giocata a livello di club nel ventesimo secolo. Un inno alla gioia in cui gli schemi saltarono, lasciando spazio all'ispirazione pura.
L'Argentinos Juniors passa in vantaggio, la Juventus pareggia con un rigore di Platini, l'Argentinos torna avanti. E in mezzo a questo turbinio, a questo scontro di civiltà tra il pragmatismo europeo (pur illuminato) e la picardía sudamericana, il danese si erge a gigante. In una partita che sembra scritta dai sudamericani, Laudrup decide di dimostrare che anche tra i ghiacci di Copenaghen si può nascere con l'anima di un tanguero.
È l'82esimo minuto. La Juventus è sotto di un gol e la coppa sembra prendere il volo verso l'emisfero sud. Platini, con una magia delle sue, lancia nello spazio. Laudrup scatta. Ma non scatta con la furia del disperato, scatta con la leggerezza dell'aria. Insegue il pallone sul lato destro dell'area di rigore. Il portiere argentino, Enrique Vidallé, gli esce incontro. È un attimo, una frazione di secondo in cui il destino pende su un filo.
Un giocatore normale avrebbe tirato, sperando nella fortuna. Un attaccante potente avrebbe cercato il fallo. Michael Laudrup no. Con un tocco che è una carezza vellutata, un sussurro di cuoio, supera Vidallé sulla destra. Ma il tocco è forse un po' lungo. O forse no, forse è esattamente dove voleva lui. Il pallone corre verso la linea di fondo. Il campo sta finendo. Lo specchio della porta si è chiuso, ridotto a una fessura invisibile, un enigma di geometria euclidea che sembra impossibile da risolvere. Due difensori dell'Argentinos Juniors si fiondano alla disperata verso la linea di porta per coprire quel nulla che è rimasto. Laudrup, arrivato a un passo dalla riga di fondo, da un'angolazione in cui persino guardare la porta fa venire il torcicollo, non si scompone. Non c'è ansia nei suoi movimenti, solo una disarmante tranquillità. Calcia.
Non è una bordata. È un colpo secco, preciso, chirurgico. Il pallone passa in mezzo alle gambe di un difensore, elude l'altro, e va a baciare la rete dalla parte opposta. Un capolavoro di balistica e di sfrontatezza. Due a due. Il telecronista argentino quasi piange dalla rabbia e dall'ammirazione. A Tokyo è scesa la notte, ma Michael Laudrup ha appena acceso un sole abbagliante.
Quella partita finirà ai rigori, e la Juventus vincerà. Si ricorderà l'esultanza di Tacconi, si ricorderà l'incredibile gol annullato a Platini – quello che lo portò a sdraiarsi sull'erba in una posa da divo del cinema muto, in segno di ironica protesta contro gli dei del calcio e l'arbitro Roth. Ma chi ama il calcio nella sua essenza più intima, in quella finale, porta nel cuore la danza impossibile di Laudrup sull'orlo dell'abisso, quel gol segnato dal nulla, estrapolato da un angolo che non esisteva finché lui non lo ha inventato. Laudrup è stato questo. Una continua promessa di felicità. Non è mai stato il capocannoniere, non aveva il fuoco assassino dei grandi bomber che misurano il loro valore in freddi numeri e statistiche. A lui dei numeri non importava niente. A Laudrup importava lo stile. Se un gol non era bello, per lui valeva a metà. Se un assist non faceva sospirare lo stadio, era solo un passaggio come tanti. Negli anni bui in cui il calcio cominciava a trasformarsi in un'industria pesante, in cui gli atleti venivano pompati e le lavagne tattiche si riempivano di frecce e catene, lui continuava a giocare come un bambino nel cortile di casa. Era l'ultimo baluardo dell'estetica fine a se stessa. Dopo la Juventus andò in Spagna, incantò il Barcellona di Cruyff – un altro che di bellezza se ne intendeva – e poi passò al Real Madrid, compiendo l'alto tradimento che solo ai geni è perdonato, perché l'arte non ha bandiere.
Oggi, in un calcio fatto di pressing asfissiante, di algoritmi che misurano la distanza percorsa e di macchine perfette ma prive di anima, il ricordo di Michael Laudrup è un balsamo. Ripensare a lui, e a quella notte di Tokyo, significa ricordarci perché, un giorno lontano, ci siamo innamorati di questo gioco stupido e meraviglioso. Non per le vittorie, non per le coppe di latta o per i bilanci delle società. Ci siamo innamorati perché, ogni tanto, su quel prato verde, compare un uomo capace di ricordarci che la poesia esiste. E che a volte indossa un paio di scarpini coi tacchetti, guarda da una parte, passa il pallone dall'altra, e lascia il mondo intero a bocca aperta.
Erano altri tempi, era un’altra Juve, non quella che aspetta risposte caritatevoli da Kolo Muani e altri compagnucci della parrocchietta.
Era la Juventus, quella vera.
Roberto De Frede
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