Juve se non vendi, resti al palo! L'arte della rinuncia: la solitudine di chi deve vendere, tra scaffali polverosi e spogliatoi intasati
C'è un passo, nell'immenso affresco della Comédie humaine di Honoré de Balzac, in cui l'autore ci svela una verità commerciale prima ancora che psicologica: «Comprare è un piacere quasi sensuale, un atto di pura volontà che ci fa sentire padroni del mondo e del destino. Ma vendere... vendere è un esercizio di mortificazione, in cui ci si consegna al giudizio altrui, supplicando il riconoscimento di un valore che per noi è assoluto e per l'altro è solo un numero.» In questa riflessione balzachiana si nasconde l'essenza stessa della nostra contemporaneità. Viviamo in un'epoca dominata dal feticcio dell'acquisto. Comprare è facile, immediato, quasi terapeutico. Compriamo oggetti, promesse, sogni di carta. Chiunque abbia una carta di credito o una penna pronta a firmare cambiali può sentirsi, per un momento, un piccolo demiurgo.
La vera tragedia moderna, la vera fatica di Sisifo dell'uomo contemporaneo — sia esso un bibliotecario che cerca di sfoltire una cantina satura o un direttore sportivo che osserva sconsolato i corridoi della Continassa — non sta nel far entrare il nuovo, ma nel liberarsi del vecchio. Nel vendere. Soprattutto quando quel "vecchio" è privo di autentica qualità, o quando il mercato, quel giudice cinico e impersonale descritto da Karl Marx nei capitoli più cupi de Il Capitale, decide di abbassare lo sguardo, deprezzando anche ciò che fino al giorno prima ritenevamo prezioso.
Nel suo capolavoro Le meraviglie d'Italia, Carlo Emilio Gadda rifletteva sullo strazio dello sgombero: «La casa dell'uomo moderno è una trappola di cose inutili, un museo del superfluo dove l'accumulo supera la capacità di contenimento. Buttar via, o tentare di smerciare il mediocre, richiede un'energia spirituale che pochi possiedono.» Gadda, con la sua prosa barocca e precisissima, aveva colto il punto. Comprare un libro, un soprammobile, un centrocampista sull'onda dell'entusiasmo è un atto che richiede un istante. Venderlo, quando quel libro si è rivelato illeggibile, quel soprammobile ingombrante e quel centrocampista inadatto al gioco moderno, è un'impresa titanica.
Provate a entrare oggi in un qualsiasi mercatino dell'usato, o a scorrere le piattaforme di rivendita digitale. Troverete montagne di carta stampata che nessuno vuole, edizioni economiche di bestseller dimenticati, saggi sul nulla scritti da autori senza voce. È la "roba di poca qualità", quella che Guido Gozzano ne La via del rifugio definiva con rassegnata ironia come «le buone cose di pessimo gusto», destinate a prendere polvere nei salotti crepuscolari. Se compri la mediocrità, ne rimani prigioniero. Il mercato non è un ente di beneficenza; possiede un fiuto finissimo per l'inutilità. Quando provi a vendere ciò che non ha valore intrinseco, ti scontri con un muro di indifferenza. Nessuno vuole accollarsi il tuo errore di valutazione. La mediocrità si paga due volte: la prima quando la acquisti, la seconda quando cerchi disperatamente di regalarla a qualcuno che, giustamente, gira i tacchi.
Questa paralisi non è solo una metafora letteraria; è la fotografia esatta, quasi spietata, del calciomercato della Juventus nell'estate del 2026. La Continassa somiglia a uno di quei solai polverosi descritti da George Orwell in Keep the Aspidistra Flying (Fiorirà l'aspidistra), dove il protagonista Gordon Comstock accumula manoscritti rifiutati che nessuno vuole pubblicare, ma che continuano a pesare sul suo bilancio e sulla sua anima.
La Juventus del nuovo corso tecnico-dirigenziale si ritrova esattamente in questa condizione: è una squadra che vorrebbe comprare, che avrebbe bisogno di ridisegnare i propri contorni (il sogno in attacco, un nuovo portiere per blindare la porta, innesti di sostanza a centrocampo), ma che si scopre immobile, con le mani legate dietro la schiena. Perché? Perché per far entrare aria nuova, bisogna prima liberare le stanze. E vendere si sta rivelando un incubo. Nel calcio moderno, la rosa di una squadra non è molto diversa da una biblioteca privata. Se gli scaffali sono intasati da volumi che non rileggerai mai — o peggio, che non avresti mai dovuto acquistare — non avrai mai lo spazio per accogliere un'edizione di pregio.
I vari esuberi che affollano i campi d'allenamento bianconeri sono i nostri "libri sbiaditi". Calciatori acquistati a peso d'oro in stagioni di pura bulimia finanziaria, con ingaggi sproporzionati che oggi fungono da catene dorate. Chi si accollerebbe oggi il contratto di un Arthur, reduce da stagioni interlocutorie, o di un Douglas Luiz che non sembra più centrale nel progetto tattico? Chi busserebbe alla porta per rilevare a prezzo pieno un talento mai sbocciato del tutto o un giocatore logorato dagli infortuni? Vendere i cosiddetti "brocchi" è impossibile perché il mercato riconosce l'assenza di qualità e rifiuta di fare da discarica per i tuoi errori passati.
Ma la paralisi juventina nasconde un risvolto ancora più subdolo, che ci riporta direttamente alle pagine di Luigi Pirandello. In Uno, nessuno e centomila, Vitangelo Moscarda scopre che la sua identità e il valore della sua persona non sono decisi da lui, ma dagli altri che lo guardano da fuori: «Voi credete di essere uno, ma per colui che vi guarda siete un altro, un estraneo, una proiezione dei suoi bisogni e delle sue convenienze.» Applichiamo questo principio pirandelliano al calciatore di talento, a colui che "brocco" non è, ma che la società è costretta a mettere sul mercato per fare cassa. Pensiamo a Dusan Vlahovic, a Nico Gonzalez, o allo stesso Thuram, sacrificabili sull'altare del bilancio.
La Juventus sa benissimo quanto valgono questi elementi in termini puramente tecnici. Ma nel momento stesso in cui li esponi in vetrina, confessando implicitamente la tua necessità di vendere per poter poi acquistare, il mercato opera una metamorfosi pirandelliana del loro valore. Gli acquirenti non vedono più il fuoriclasse; vedono la tua urgenza. Vedono il tuo bisogno d'acqua nel deserto. È il meccanismo della svalutazione tattica. Il mercato tende ad abbassare il prezzo non perché il giocatore sia improvvisamente diventato scarso, ma perché la tua vulnerabilità è diventata di pubblico dominio. Come un collezionista d'arte che si presenta a casa di un nobile decaduto, l'acquirente offre una frazione del valore reale del dipinto, consapevole che il venditore non può permettersi il lusso di rifiutare.
Ci troviamo così di fronte a un vicolo cieco psicologico e finanziario che evoca le atmosfere de Il mercante di Venezia di William Shakespeare. C'è un'ostinazione quasi drammatica nel voler difendere il prezzo dei propri beni, un rifiuto della svendita che blocca qualsiasi iniziativa. La dirigenza bianconera, stretta tra la necessità di far quadrare i conti e l'orgoglio di non svendere i propri gioielli, si trova nella posizione di Shylock: esige la sua "libbra di carne" (la cifra ritenuta congrua), ma il contesto circostante le impedisce di incassarla senza uscirne dissanguata. Nel frattempo, Luciano Spalletti attende. Guarda un gruppo di lavoro che somiglia più a un'assemblea condominiale affollata e rumorosa che a una squadra di calcio coesa. Un'assemblea in cui ognuno difende il proprio status, il proprio contratto, la propria permanenza, mentre il progetto tecnico resta sospeso, in attesa che qualcuno, finalmente, decida di liberare una sedia.
Nel suo bellissimo saggio L'infinito viaggiare, Claudio Magris scriveva che la vera ricchezza del viaggiatore non sta in ciò che porta con sé, ma nello spazio vuoto che lascia nella sua valigia per accogliere l'inatteso. Finché la Juventus non troverà il coraggio — e la dolorosa saggezza — di accettare la perdita materiale, di tagliare quei rami secchi che nessuno vuole pagare, accettando anche minusvalenze purificatrici o svalutazioni dolorose, la valigia rimarrà troppo pesante per essere sollevata. Vendere, ci insegna la grande letteratura, richiede un bagno d'umiltà. Richiede l'accettazione del fatto che le nostre illusioni passate hanno un costo, e che quel costo va pagato subito se non si vuole rimanere prigionieri di un eterno, paralizzante presente. Comprare è un'illusione d'immortalità; vendere, con dignità e realismo, è l'unico modo che abbiamo per ricominciare a camminare.
Eppure, proprio in questa penombra di attese e bilanci bloccati, si è aperto uno spiraglio di luce orientale. L'arrivo di Zeki Çelik dalla Roma non è solo un innesto numerico sulla fascia; evoca, per contrasto, quella speranza di rinascita cantata dal suo connazionale Nazım Hikmet: «Il più bello dei mari è quello che non navigammo». Çelik — il cui nome in turco significa letteralmente "acciaio" — porta a Torino la promessa di una solidità antica, quasi ovidiana. Nelle Metamorfosi, Ovidio narra di Ceneo, il guerriero reso invulnerabile e tramutato in ferro per resistere a ogni colpo. La Juventus si augura che questo innesto di "acciaio" sulla corsia laterale sia la prima pietra di una nuova muraglia, il primo passo d'acciaio verso una campagna che tutti, alla Continassa, sperano torni a essere finalmente vincente. Una scommessa di puro pragmatismo che squarcia il velo delle esitazioni.
Roberto De Frede
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