Un punto in Europa: ma a che punto è questa Juve?
Cominciamo da dove eravamo rimasti: la comunicazione in casa Juventus. O meglio da dove eravamo non rimasti: le parole di Bremer, quelle di Spalletti dopo il ko violento patito contro la Lazio.
Proseguiamo con i giorni di inizio settimana: sondaggi di spogliatoio, comunicazioni interne, magari anche qualche chiarimento acceso, si spera.
Alla fine, il quattro della difesa che diventa cinque, le punte che diventano due, il centrocampo che balla a due più uno, ma con un contorno del tutto diverso.
Arriviamo alla partita di coppa. Stadio pieno, qualche giocatore col pannolone, un allenatore ai limiti dell’alchimista.
Nell’ambito della comunicazione, spunta ai microfoni e in video il direttore che, in buona sostanza, ritrita il discorso mezzo politichese dell’eredità finanziaria sciagurata, condanna capitan Bremer liquidandolo in fretta e, per ribadire la fiducia all’allenatore, sottolinea che non lo si possa cambiare ogni volta che le cose non vanno bene. Tuttavia, dato che il cervello umano tende a contrarre le negazioni, potrebbe suonare paradossalmente come un messaggio di sfiducia verso il mister, come a dire: in altre condizioni magari lo avremmo già fatto.
Risulta naturale che la Juve fragilissima, morfologicamente neonata intorno ai tre dietro e ai due davanti, fatto il gol si trovi a danzare troppo veloce contro gli avversari velocissimi, e tra distrazioni ed episodi arbitrali molto discutibili si ritrovi, alla fine, con un pari dolce amaro.
Il problema è che, in questo grande parlare, diventa difficile fare il punto e valutare questo punto: la sensazione è che non possa essere un punto zero, neanche questa volta.
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