Quel tocco di realismo magico in Milan-Juventus.
Cosa c’è di più realisticamente magico di un colpo di tacco? Per una corrente pittorica, sorta a inizio del novecento e caratterizzata da un particolare sguardo sul mondo, allo stesso tempo lucido e incantato, fu coniato dal critico d’arte tedesco Franz Roh il termine ossimorico “realismo magico”, descrivendo alla meglio quell’evoluzione del realismo nella pittura post-espressionista. Lo troviamo anche in letteratura, contraddistinto dalla presenza imprescindibile di elementi inaspettati, straordinari, surreali, magici per l’appunto, calati all’interno di contesti del tutto ordinari, quotidiani, assolutamente verosimili. L’obiettivo non è quello di allontanarsi dalla realtà, tirarsene fuori, al contrario far emergere, attraverso l’intuizione, la fantasticheria, tutti quegli aspetti della realtà apparentemente irrilevanti tendenti a rimanere in secondo piano, e accedere a quella dimensione onirica, atemporale, paradossale, immaginifica solitamente sopita.
Chissà, forse in quel pomeriggio domenicale del 31 ottobre 1971 a San Siro, nella Scala del calcio non ancora “Meazza”, mimetizzato tra gli undici bianconeri scese in campo Dino Buzzati con il suo Deserto dei Tartari e l’ossessione per l’elemento temporale e la continua ricerca della tensione fantastica? Forse Jorge Luis Borges tenendo stretto sotto al braccio il suo geniale Aleph, luogo dove si trovano, senza confondersi, tutti i luoghi della terra, visti da tutti gli angoli? O il pittore piemontese Felice Casorati, mettendo in bella mostra il suo capolavoro Il sogno del melograno nel quale una fanciulla dormiente tiene in mano il frutto, assaggiato, che l’ha sottratta al tempo e allo spazio del mondo per portarla, almeno per la durata del sogno, in un nuovo paradiso terrestre?
No. Nessuno dei tre, in carne ed ossa. Su quel prato rettangolare verde, tra i ventidue vi era semplicemente un ventenne genio calcistico che dipingeva tele d’autore di bianco e di nero, colorando gli animi dei suoi tifosi e scolorendo, sino ad annullarle, le magliette rossonere: Roberto Bettega. Pietruzzo da Catania, quello col 9 sulle spalle, e Penna Bianca da Torino, quello con l’11, sembrano leggersi nel pensiero. È il ventottesimo minuto, Bettega appoggia corto ad Anastasi al limite dell'area rossonera. Il numero 9 si allarga, punta il suo diretto marcatore Anquiletti, lo salta. Penetra dentro, guadagna il fondo, sa già dove mettere il pallone, perché sa già che Roberto sarà lì ad attenderlo. Quel che Pietro non può sapere, che nessuno può neanche lontanamente immaginare è in che modo Bettega ha intenzione di impattare quel pallone. La posizione dell'attaccante non lascia spazio che ad un'ipotesi soltanto: stop spalle alla porta, protezione della palla e tentativo di girata. Tutto troppo lungo, troppo complesso, troppo maledettamente semplicemente reale. Roberto sa che così facendo darebbe il tempo al suo controllore, il terzino Sabadini, di intervenire e lui non vuole concedere vantaggi all'avversario. Bobby desidera fare gol, deve fare gol, del resto è Bobbygol. E se lo vuole davvero, deve inventare, andare oltre il tempo e lo spazio, nella terra dei sogni, dell’inimmaginabile, cogliendo tutti di sorpresa. Il pallone, rotolando sull'erba, si dirige verso di lui, lo lascia sfilare. Un velo per un compagno che sopraggiunge dalle retrovie? Furino, Capello, Haller, Causio. No. E allora cosa? Quello a cui nessuno avrebbe mai pensato, un colpo di tacco. Un tocco sottile, una carezza al pallone. Un colpo di tacco, un’opera d’arte del realismo magico si materializzò davanti agli occhi di un pubblico che non poté far altro se non contemplarla e custodirla per sempre nella memoria. Quello di Bettega è il gol di tacco per antonomasia. L'esemplare, il paradigma, la forma universale, l'idea innata nell'iperuranio del pallone, come Platone ci insegna. Bettega è il demiurgo che ha reso possibile quell'idea portandola a conoscenza di tutti. Quel colpo di tacco mortale per il ragno nero Cudicini suscita l'ammirazione sincera del ruvido ed epicureo allenatore del Milan Nereo Rocco, che di fronte a quella magia si toglie il cappello, omaggiando e applaudendo il giovane bianconero. Chapeau al Paròn. La Juventus vince per quattro reti ad una, conquistando infine quello scudetto, con un punto di vantaggio proprio sui rossoneri e sui cugini granata. Quel pomeriggio del 31 ottobre le streghe di Halloween, pronte per la lunga notte, tirarono uno scherzetto al diavolo regalandogli quattro dolcetti…
Stasera c’è Milan-Juventus. Siamo sempre a ottobre, e già può esser di buon auspicio. Non so se verranno dipinti su tela colpi di tacco dorati senza tempo, ma almeno sulla carta è la partita per eccellenza, il vero derby d’Italia, pregnante di realismo magico… ma affinché la si ricordi, emozionandosi come ogni bianconero rammenta con brividi di gioia quella del lontano ’71, si dovranno adoperare in campo pennelli magici e colori abbaglianti, fino ad ora dimenticati in soffitta.
Milan-Juve potrebbe essere questo ed altro, una magica misteriosa serata dietro la quale si nascondono improvvise e palpitanti emozioni, affascinanti attimi che erompono improvvisamente dagli angoli più reconditi del reale, capaci di destare nell’osservatore stupore e meraviglia, come lo fu il realismo magico del colpo di tacco di Bettega! Lo spero dal profondo del cuore, significherebbe che il calcio è tornato ad essere meno noioso, la Juventus vincente e rilanciata verso vette luminose, e i calciatori sognatori come i bambini.
Roberto De Frede
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