Ma la Juventus, quella vera, dove è finita?
La rabbia, la delusione, l’inattuabilità d’accettazione di quanto visto in campo. Tutto condensato nell’ennesima ghiotta possibilità di svolta, buttata via nel corso dell’annata. La Juventus contro il Verona aveva a disposizione un’occasione d’oro per agganciare il Milan al terzo posto e allontanare i diretti inseguitori nella corsa Champions, invece ha sperperato tutto, con un pareggio raffazzonato, arrivato solo con la punizione provvidenziale di Vlahovic, nel secondo tempo. Con tutto il rispetto per gli scaligeri, squadra già retrocessa nella serie cadetta, la Vecchia Signora avrebbe dovuto conquistare i doverosi, obbligatori, imperativi tre punti, invece abbiamo assistito all’ennesimo psicodramma calcistico di una stagione che sembra vergata su un copione horror-thriller, non adatto ai deboli di cuore. Un successo fondamentale che sarebbe servito come l’ossigeno, invece Madama è riuscita a scialacquare ogni cosa con una prestazione volenterosa sì, ma totalmente priva di smalto, fuoco, fame e spietatezza sotto rete. A scanso di equivoci, questi sono i match che bisogna vincere, che si devono portare a casa, senza esitazioni o mezzi dubbi, invece questa Juve è riuscita nell’impresa di raggranellare solamente due punti, e due pareggi, tra andata e ritorno con i gialloblù veronesi. Se all’andata al Bentegodi era successo di tutto e di più, con un paio di gravissimi torti arbitrali, la sfida di domenica allo Stadium ha impietosamente ripresentato i gravi difetti atavici, e inguaribili, di una compagine bianconera attanagliata da una crisi d’identità, mista all’incapacità di segnare reti ed essere dominante e decisiva all’interno della partita. Un primo tempo solo di marca Juve e poi al primo consueto, imperdonabile errore, come accaduto purtroppo tante volte in questa maledettissima stagione, è giunta la segnatura avversaria e, inaspettatamente, la strada si è fatta terribilmente in salita, con un’arrampicata che ha svuotato polmoni, testa e relativa lucidità andata perduta.
Una Juventus che ha creato alcune chance da gol nei due tempi, che ha colpito due legni con Bremer e Zhegrova sul finale, ma ciò che sorprende negativamente di questa squadra è l’immaturità e l’inadeguatezza atte a incidere sulle partite, uccidendole, lasciando il risultato sistematicamente aperto, e correndo rischi incredibili. Il proverbiale e rinomato cinismo della Juventus del passato è solo più un lontano ricordo, oggi chi tifa Goeba è quasi rassegnato a dover patire le pene dell’inferno per raggiungere l’obiettivo minimo stagionale. Patire, sudare, soffrire, per poi sorridere e lottare per le alte sfere della classifica ci può anche stare, il calcio è fatto anche di pathos e batticuori, angosciarsi tremendamente per tentare di raggiungere un’eventuale quarto posto, rappresenta una situazione illogica e inconcepibile, che i tifosi pagano sulla propria pelle da ben sei anni. La Juventus come tutti la conoscono, come gli avversari la ricordano, non esiste più. Nessuna squadra ha più timore reverenziale, o addirittura panico nello sbarcare allo Stadium, ogni team, dal più rinomato al più modesto, arriva a Torino e si gioca il match con la speranza, nemmeno troppo celata, di trasformarlo in impresa storica. Una Juventus che mostra la corda ormai da troppi anni, senza che la società e i quadri dirigenziali, nonostante tanti cambi e porte girevoli, siano mai riusciti a migliorarla sensibilmente, perpetrando errori marchiani di valutazioni e scelte di giocatori. Sono passati tanti allenatori sulla panca, ma questa squadra continua ad essere metodicamente minata da tanta frenesia, poca precisione, e soprattutto da scarsa qualità e manchevole pulizia tecnica. Insomma, una partita assolutamente da vincere come quella contro il Verona è terminata solamente con un amarissimo 1-1, mostrando ancora una volta una Juve deludente, scentrata, fuori focus e priva totalmente del killer instinct. La riflessione, poi, si fa ancora più indigeribile, quando si pensa che tutte le volte in cui Madama ha avuto la possibilità di compiere un salto in avanti in classifica, inesorabilmente si è fermata, come un macchinoso congegno sensibile anche al pulviscolo invisibile. Una sorta di regola non scritta ma tristemente veritiera, che sconcerta.
Una squadra costruita male nel corso degli anni e non certo migliorata dall’avvento del francese Comolli, che in estate ha messo in atto un mercato disastroso, un gruppo di giocatori che non possiede caratteristiche specifiche in grado di praticare un giro palla veloce, verticale ed efficace, una Juve spenta, spesso innocua in fase offensiva, che non esalta mai i suoi tifosi e che racimola, troppo spesso, magre figure unite a risultati inquietanti. Una Juventus che domenica ha mantenuto il controllo del gioco per ampissimi tratti della gara, schiacciando l’avversario nella propria metà campo, ma ciò che spicca con maggiore evidenza è il dato feroce dell’esigua concretezza sotto porta, che ha portato al dato finale che tutti, tristemente conosciamo. Mister Spalletti, anche lui colpevole per alcune sostituzioni che hanno destato più di qualche dubbio, non ha potuto fare a meno di ammettere la delusione per il risultato finale e per la gestione di una gara che andava assolutamente vinta. Puoi anche creare molto, puoi anche centrare palo e traversa, puoi soggiogare l’avversario per la maggior parte della sfida, ma se poi non segni e non centri il bersaglio, ti ritrovi solamente con un bagagliaio zeppo e stracolmo di delusioni e interrogativi. Al di là degli aspetti tecnici e tattici, e dell’interpretazione più o meno determinata delle partite, c’è un dato che oggettivamente crea molta apprensione. Appare incredibile per una squadra come la Juventus non avere tiratori dalla distanza capaci di sprigionare potenza e precisione, per risolvere le situazioni complicate che si parano innanzi.
Certe sfide si risolvono anche in questo modo, un tiro da fuori secco, magari rimpallato, deviato, o che crea una nuova chance da gol sottomisura. La Juve attuale non ha nemmeno più questa peculiarità, non ci sono pedine in organico in grado di scagliare conclusioni forti e infuocate che scompaginino le partite, che facciano pendere la bilancia dalla parte di Madama. L'occasione sprecata nello scorso turno di campionato si annota come l’ennesima, grave e cocente opportunità perduta, con la speranza che il pari interno contro il Verona, non debba diventare un mausoleo di rimpianti a fine maggio. Sabato c’è il Lecce, con i salentini in lotta per salvarsi, e sarà un match durissimo da giocare, anche solo a livello di tenuta piscologica. La Juve ha solo più 270 minuti a cui appigliarsi per salvare una stagione orrida, che non può e non deve finire con un fallimento totale. Non andare in Champions rappresenterebbe un tracollo inammisibile dopo tutte le situazioni favorevoli, colpevolmente sciupate e gettate al vento. Alla Continassa l’allarme risuona forte e stridulo, mai come in questo momento l’appello non fa sconti a nessuno: sveglia per tutti e fuori gli attributi. Adesso per la Champions non esiste altra strada che vincere le ultime, restanti tre partite, con cattiveria e determinazione da vera Juventus, altrimenti il rischio di un’eclissi totale, potrebbe davvero materializzarsi nelle prossime settimane.
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