Alajbegović e quelle parole d’amore alla Juve: «Impossibile dire di no». E Torino sogna
«Quando chiama un club come la Juventus è impossibile dire di no». Ci sono frasi che nel calcio moderno sembrano quasi fuori moda. Di solito si parla di progetti, opportunità, percorsi di crescita. Tutto corretto, tutto molto professionale. Poi arriva un ragazzo di diciotto anni e rimette le cose al loro posto.
Kerim Alajbegović ha scelto la Juventus perché era la Juventus. Può sembrare poco. Non lo è. Sono parole dolci per un club che negli ultimi anni ha dovuto ascoltare soprattutto discussioni su bilanci, ricostruzioni e ridimensionamenti. Ogni tanto fa bene ricordarsi che una maglia può ancora precedere un contratto.
Alajbegović arriva con il privilegio e il pericolo dei giovani molto bravi: tutti vogliono sapere subito cosa diventerà. Meglio evitare. A Torino hanno già visto abbastanza ragazzi arrivare accompagnati da paragoni troppo pesanti. Anche Zidane, quando arrivò dalla Francia nel 1996, non era ancora Zidane. Era un ragazzo elegante, magro, con molto talento e qualche domanda intorno. Il resto lo fece il tempo, che con i campioni è generalmente un buon collaboratore.
Alajbegović, naturalmente, è Alajbegović. Ha dribbling, fantasia, quella leggerezza con cui certi giocatori sembrano chiedere permesso al pallone prima di portarselo via. E ha diciotto anni, che è un'età nella quale un errore dovrebbe essere ancora un errore e non diventare immediatamente un processo televisivo. A Torino ha trovato Yildiz, quasi un fratello maggiore nonostante la carta d'identità dica altro, e porta con sé anche i consigli di Pjanic.
Bosnia, Germania, Italia: nel calcio le frontiere durano meno di un contropiede. Adesso toccherà a Spalletti fare la parte più delicata. Insegnargli senza riempirgli la testa. Correggerlo senza togliergli l'istinto. Perché i giovani di talento vanno educati, certo, ma con prudenza: a forza di spiegare a un violinista dove mettere le dita si rischia di fargli dimenticare la musica.
La Juventus non sa ancora che giocatore abbia comprato. Ed è forse questa la cosa più bella. Sa soltanto che un ragazzo, quando ha sentito il suo nome accanto a quello della Juve, non ha avuto dubbi. Poi arriveranno le partite, le panchine, gli errori, magari qualche dribbling di troppo e qualcuno riuscito così bene da far alzare lo stadio. Il calcio comincia sempre da lì: da un ragazzo, un pallone e dalla convinzione che certe chiamate non si possano rifiutare. Il resto, se c'è talento, può anche aspettare.
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