Caro Chivu, difendere Bastoni è giusto. Ma c'è un punto che non torna

Caro Chivu, difendere Bastoni è giusto. Ma c'è un punto che non tornaTUTTOmercatoWEB.com
© foto di www.imagephotoagency.it
Oggi alle 20:30Primo piano
di Nerino Stravato

Caro Cristian Chivu,

a distanza di mesi dall'episodio che vide protagonista Bastoni in Inter-Juventus, tornare sull'argomento è assolutamente legittimo. Così come è comprensibile che un allenatore senta il dovere di difendere un proprio giocatore, soprattutto quando ritiene che abbia subito una pressione eccessiva.

Da questo punto di vista, molte delle tue parole possono essere condivise.

Nessuno dovrebbe essere bersaglio di insulti, minacce o messaggi d'odio. I leoni da tastiera che augurano il peggio a un calciatore, a un allenatore o a qualsiasi altra persona non rappresentano il calcio e non rappresentano nemmeno il tifo. Sono comportamenti che meritano soltanto condanna e, quando possibile, sanzioni severe.

Ma proprio per questo motivo occorre distinguere tra la gogna e la critica.

Perché Alessandro Bastoni non stava giocando una partita di periferia tra squadre sconosciute, davanti a poche centinaia di spettatori. Stava giocando Inter-Juventus, la partita di cartello del campionato italiano, trasmessa in mondovisione e con un peso enorme nella corsa ai rispettivi obiettivi stagionali.

In quel contesto, ogni episodio viene analizzato, discusso e commentato. È sempre stato così e sempre sarà così.

Per questo motivo lascia perplessi sentir parlare ancora oggi di un episodio sul quale, probabilmente, si sarebbe potuto chiudere il discorso già pochi giorni dopo.

E proprio tornando a quei giorni, viene in mente una battuta di Luciano Spalletti che fotografò perfettamente la situazione. Commentando l'episodio, l'ex commissario tecnico disse che Kalulu si era preso anche del "bischero" da Chivu. Il riferimento era alle dichiarazioni dell'allenatore nerazzurro che, nel difendere Bastoni, aveva sostenuto come un difensore non dovesse allungare la mano in una situazione del genere perché poi il fallo viene inevitabilmente fischiato.

Ed è forse questo il punto che continua a lasciare perplessi ancora oggi. Perché nessuno discute il diritto di un allenatore di proteggere il proprio giocatore. Ma sostenere ancora a distanza di tempo che il problema fosse esclusivamente il gesto di Kalulu e non tutto ciò che accadde dopo significa continuare a guardare soltanto una parte della vicenda.

Anche perché, riguardando le immagini, il contatto appare minimo. In molte riprese è addirittura difficile percepirlo chiaramente. Questo non significa necessariamente che Bastoni abbia inventato tutto dal nulla. È possibile che in campo, nel pieno dell'adrenalina, abbia sentito uno sfioramento, un tocco leggero, qualcosa che davanti alle telecamere risulta quasi impercettibile.

Ma proprio per questo motivo sorprende ancora di più il dibattito che si è riacceso oggi.

Perché va riconosciuto che Alessandro Bastoni, pochi giorni dopo quella partita, ebbe il coraggio di metterci la faccia. Davanti alle telecamere ammise di aver accentuato il contatto e riconobbe come sbagliata anche la propria esultanza successiva. Un gesto che gli fece onore e che contribuì almeno in parte a spegnere la polemica.

In fondo, forse, sarebbe bastato qualcosa di diverso anche nelle parole di oggi.

Qualcosa del tipo:

"Alessandro ha già parlato di quell'episodio. Ha spiegato le sue ragioni e ha riconosciuto che, riguardandolo a mente fredda, alcune cose avrebbe potuto gestirle diversamente. In campo, in una partita di quel livello, con tutta l'adrenalina che c'è, può capitare di percepire un contatto, di reagire d'istinto e di vivere una situazione come un vantaggio per la propria squadra. Non credo ci fosse malafede, credo ci fosse la tensione di una partita enorme. L'importante è che abbia avuto la maturità di riflettere successivamente su quanto accaduto".

Probabilmente sarebbe bastato questo.

Perché avrebbe consentito di tenere insieme due concetti che possono convivere perfettamente: il diritto di difendere un proprio giocatore e la capacità di riconoscere che, in determinate circostanze, si può anche sbagliare.

È questo che sorprende nelle dichiarazioni odierne. Non la difesa del proprio calciatore, che è naturale e persino doverosa. Ma la sensazione di voler tornare a discutere un episodio che il diretto interessato aveva già affrontato con maggiore equilibrio e consapevolezza.

È probabile che il confine tra critica sportiva e degenerazione si sia rotto proprio nei giorni successivi.

I fischi ricevuti da Bastoni negli stadi avversari fanno parte del calcio, piaccia o meno. È successo a Lecce e in altre trasferte successive. Succede da sempre ai protagonisti degli episodi più discussi. Piaccia o non piaccia, è una conseguenza della notorietà, dell'importanza delle partite e della passione che il calcio genera.

Le minacce, gli insulti alle famiglie, gli auguri di malattie o di morte, invece, appartengono a un altro mondo e meritano soltanto condanna.

Confondere le due cose rischia però di mettere sullo stesso piano comportamenti che non hanno nulla a che vedere tra loro.

E qui entra in gioco un altro aspetto.

Spesso nel calcio italiano si parla di valori, di correttezza, di esempi da trasmettere ai più giovani. Concetti sacrosanti. Gli stessi che, nel corso degli anni, sono stati evocati da tutte le tifoserie e da tutte le società quando si è trattato di rivendicare la propria identità.

Ricordiamo tutti i comunicati, le prese di posizione e i richiami ai valori dell'Inter quando Antonio Conte passò in nerazzurro o quando Juan Cuadrado scelse Milano dopo tanti anni alla Juventus. In quei momenti si parlò molto di appartenenza, di storia e di ciò che una maglia rappresenta.

Per questo sorprende che, davanti a un episodio così discusso, il tema dei valori sia improvvisamente sparito dal dibattito.

Perché i valori non valgono soltanto quando si giudicano gli altri.

Valgono soprattutto quando si giudicano i propri colori.

C'è poi un altro aspetto che spesso emerge in queste discussioni.

Quando un tifoso juventino prova a esprimere una riflessione su un episodio del genere, la risposta è quasi sempre la stessa: "Proprio voi parlate?".

Come se l'appartenenza a una squadra annullasse automaticamente il diritto di commentare un singolo fatto.

È una logica che non porta da nessuna parte.

Perché un episodio resta giusto o sbagliato indipendentemente da chi lo giudica.

Altrimenti qualsiasi confronto diventa impossibile e tutto si riduce a una guerra tra tifoserie.

E in fondo non si tratta nemmeno di riaprire vecchie polemiche.

Non si tratta di ricordare che quella partita ebbe un peso importante nella stagione della Juventus. Che quei punti persi contribuirono a rendere più complicata la corsa al quarto posto. Che, alla fine, la Juventus non è riuscita a qualificarsi per la Champions League e dovrà accontentarsi dell'Europa League.

Non è questo il punto.

Perché il tema va ben oltre una classifica o un risultato.

Si tratta di avere il coraggio delle proprie azioni.

Perché gli errori fanno parte del calcio. Li commettono i giocatori, gli allenatori, gli arbitri e i dirigenti.

Ma riconoscerli non significa indebolirsi.

Significa dimostrare personalità.

E forse, a distanza di tempo, sarebbe stato più forte fermarsi alle parole pronunciate allora da Bastoni, piuttosto che tornare oggi a una difesa totale di un episodio che lo stesso protagonista aveva già avuto la maturità di rileggere con onestà.

Perché la critica sportiva non è una gogna.

La gogna sono gli insulti, le minacce e l'odio personale.

La critica, invece, è semplicemente il prezzo da pagare quando si è protagonisti di una delle partite più importanti del campionato italiano.

E chi rappresenta il calcio ai massimi livelli dovrebbe saperlo meglio di chiunque altro.