Il tempo è galantuomo. La giustizia sportiva un po' meno

Il tempo è galantuomo. La giustizia sportiva un po' menoTUTTOmercatoWEB.com
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di Nerino Stravato

Ci sono notizie che fanno rumore quando nascono e altre che, invece, passano quasi inosservate quando finiscono. Eppure, spesso, sono proprio le seconde a raccontare molto più delle prime.

L'ultima riguarda la Juventus e uno dei filoni nati dall'inchiesta Prisma. Il GIP di Roma ha disposto l'archiviazione del procedimento relativo al bilancio al 30 giugno 2022, un fascicolo che negli anni era finito all'interno di quel grande contenitore investigativo che aveva accompagnato per mesi il dibattito sul club bianconero.

Una notizia che merita attenzione non tanto per il suo contenuto giudiziario, quanto per la riflessione che inevitabilmente porta con sé.

Perché per comprendere il peso di questa archiviazione bisogna tornare indietro di qualche anno.

Nel 2021 nasce l'inchiesta Prisma. Seguono perquisizioni, intercettazioni, prime pagine, approfondimenti televisivi, dibattiti quotidiani. Il tema delle plusvalenze Juventus e delle manovre stipendi diventa centrale nel racconto del calcio italiano.

Nel frattempo entra in scena anche la giustizia sportiva. Un passaggio spesso dimenticato è che, in una prima fase, il procedimento sulle plusvalenze si concluse con l'assoluzione della Juventus e delle altre società coinvolte.

Poi arrivano le nuove carte dell'inchiesta Prisma. Intercettazioni, documenti e materiale raccolto dalla Procura di Torino finiscono sul tavolo della Procura Federale. Da quel momento tutto accelera.

Tra la richiesta di revocazione della precedente sentenza e la nuova decisione passano poche settimane. Nel gennaio 2023 arriva la penalizzazione di 15 punti, successivamente ridotta a 10. Seguono le squalifiche dei dirigenti, il patteggiamento sportivo e l'esclusione dalle competizioni UEFA.

Sono fatti, non opinioni.

Così come è un fatto che la Juventus abbia pagato un prezzo sportivo enorme. Un prezzo che ha inciso sulla classifica, sulle coppe europee, sulla programmazione e sull'immagine del club.

Parallelamente, però, la giustizia ordinaria ha seguito tempi completamente diversi.

Gli atti sono passati da Torino a Roma. Alcuni filoni si sono progressivamente ridimensionati. Altri sono stati definiti attraverso patteggiamenti da parte degli ex dirigenti. E oggi arriva un'altra archiviazione che chiude uno dei fascicoli nati proprio da quella vicenda.

Attenzione però.

Sarebbe sbagliato utilizzare questa notizia per sostenere che non sia accaduto nulla o che tutte le contestazioni fossero infondate. I fatti non dicono questo.

Allo stesso modo, però, sarebbe altrettanto sbagliato ignorare ciò che il passare del tempo ha raccontato.

Perché la distanza tra il clamore iniziale e gli esiti successivi delle varie vicende giudiziarie è un dato oggettivo.

Ed è qui che nasce una domanda che va oltre la Juventus e riguarda il sistema nel suo complesso.

Chi restituisce il danno reputazionale quando una vicenda occupa per anni le prime pagine e poi alcuni dei suoi capitoli si chiudono con archiviazioni o senza le conseguenze che molti avevano immaginato all'inizio?

È una domanda che non riguarda il tifo.

Riguarda il rapporto tra giustizia, informazione e percezione pubblica.

Anche perché esiste un altro aspetto che merita una riflessione.

Negli ultimi anni diverse posizioni sono state definite attraverso patteggiamenti. E il patteggiamento, per definizione, non equivale a una sentenza di assoluzione, ma nemmeno a una condanna pronunciata al termine di un processo ordinario.

È uno strumento previsto dalla legge che consente di chiudere una vicenda evitando tempi, costi e incertezze di un lungo procedimento.

Per questo l'archiviazione odierna porta inevitabilmente a interrogarsi su quanto possano pesare, nelle scelte difensive di qualsiasi persona o dirigente, gli anni di esposizione mediatica, le lungaggini processuali e la volontà di mettere un punto a una storia che sembra non finire mai.

Non è una risposta.

È una domanda.

Ma è una domanda legittima.

Perché tra l'apertura dell'inchiesta Prisma e la notizia arrivata oggi sono passati quasi cinque anni.

Cinque anni durante i quali la Juventus è stata processata quotidianamente non solo nelle aule giudiziarie, ma anche nelle televisioni, sui giornali e sui social network.

E forse è proprio questo il punto più importante.

La giustizia ordinaria ha i suoi tempi, spesso lunghi e complessi. La giustizia sportiva, invece, è chiamata a decidere in tempi rapidissimi perché il campionato deve andare avanti.

Del resto, negli anni, lo stesso presidente federale Gabriele Gravina ha più volte rivendicato la peculiarità della giustizia sportiva, sottolineandone la rapidità e la capacità di arrivare a una decisione in tempi compatibili con lo svolgimento dei campionati. Una logica comprensibile: il calcio non può attendere cinque o sei anni per conoscere una classifica definitiva.

Tuttavia è proprio qui che nasce il dibattito. Perché una penalizzazione inflitta durante una stagione produce effetti immediati e irreversibili. Cambia classifiche, qualificazioni europee, introiti economici e percezione pubblica di una società.

Se poi, a distanza di anni, il quadro giudiziario ordinario continua a evolversi, si arricchisce di archiviazioni o assume contorni diversi da quelli immaginati inizialmente, è inevitabile che qualcuno si interroghi sul rapporto tra velocità e accertamento dei fatti.

Non si tratta di sostenere che la Juventus avesse ragione su tutto o che le indagini fossero infondate.

Si tratta di una questione di principio.

In qualsiasi sistema giuridico moderno si preferisce correre il rischio di non punire immediatamente un possibile colpevole piuttosto che colpire ingiustamente un innocente. È un principio che va ben oltre il calcio e che rappresenta uno dei pilastri fondamentali dello Stato di diritto.

La domanda, allora, non riguarda soltanto la Juventus.

Riguarda il rapporto tra la necessità di decidere rapidamente e il diritto ad arrivare a una decisione il più possibile vicina alla verità dei fatti.

Perché quando la velocità diventa il valore principale, il rischio è che il tempo finisca per raccontare una storia diversa da quella che sembrava scritta all'inizio.

Nel caso Juventus il contrasto tra le due velocità appare evidente. Da una parte una sanzione sportiva arrivata nel giro di poche settimane dopo l'acquisizione delle nuove carte dell'inchiesta. Dall'altra un percorso giudiziario ordinario che, a distanza di anni, continua ancora oggi a produrre sviluppi, archiviazioni e riflessioni.

E quando i due percorsi producono fotografie così distanti nel tempo, il rischio è che la sentenza dell'opinione pubblica arrivi molto prima di quella dei tribunali.

Una sentenza che spesso si forma sui titoli, sulle intercettazioni pubblicate, sulle trasmissioni televisive e sul dibattito quotidiano.

Ma quando, anni dopo, arrivano archiviazioni o sviluppi molto meno clamorosi delle accuse iniziali, l'eco mediatica raramente è la stessa.

Ed è proprio qui che nasce l'amarezza di molti tifosi juventini.

Non perché si voglia sostenere che la Juventus fosse estranea a ogni contestazione o che la magistratura abbia sbagliato tutto.

Resta però difficile ignorare come, nel corso degli anni, alcune vicende abbiano contribuito ad alimentare dubbi e interrogativi nell'opinione pubblica bianconera.

Tra queste tornano inevitabilmente alla mente anche le dichiarazioni dell'allora pubblico ministero Ciro Santoriello, diventate di dominio pubblico durante la vicenda Prisma. In un intervento precedente all'inchiesta, il magistrato aveva affermato di essere tifoso del Napoli e di "odiare la Juventus" per quelle che definiva le sue "ruberie in campo".

Parole pronunciate in un contesto diverso da quello processuale e che, da sole, non costituiscono certamente una prova di parzialità nell'esercizio delle funzioni giudiziarie.

Tuttavia è altrettanto comprensibile come dichiarazioni di questo tipo abbiano contribuito ad alimentare perplessità e diffidenza tra molti tifosi juventini, soprattutto nel momento in cui il nome del magistrato è stato associato a una delle inchieste più delicate della storia recente del club.

Si tratta di percezioni, non di prove. Ma anche le percezioni fanno parte della storia che ha accompagnato la vicenda Prisma e aiutano a comprendere perché, ancora oggi, ogni nuovo sviluppo venga letto da una parte del popolo bianconero con sentimenti che vanno oltre il semplice risultato giudiziario.

Perché resta la sensazione che il peso mediatico delle accuse sia stato infinitamente superiore a quello delle successive conclusioni.

Per questo la notizia di oggi non cancella ciò che è accaduto negli anni passati.

Non riscrive la storia.

Ma invita a una riflessione che resta attuale.

Forse il tempo, come si dice spesso, è davvero galantuomo.

Sulla giustizia sportiva, invece, il dibattito resta più aperto che mai.