Kalulu, Bastoni e la memoria selettiva: quando Inter-Juve finisce nella chiacchiera da bar
C’è il campo, con le immagini che parlano da sole.
E poi c’è tutto quello che è arrivato dopo.
Il campo dice che il secondo giallo a Kalulu è un errore arbitrale evidente: il contatto con Bastoni non c’è, l’espulsione nasce da una caduta accentuata e la Juventus gioca un tempo intero in inferiorità numerica restando comunque in partita fino al 93’. Un episodio tecnico e disciplinare insieme, non correggibile dal VAR.
Ma ciò che rende quella scena ancora più pesante è l’immagine successiva: l’esultanza di Bastoni in faccia all’avversario per un cartellino provocato così. Non è solo un gesto istintivo. È un comportamento antisportivo che sposta il discorso dal piano arbitrale a quello etico: esultare per l’espulsione di un avversario dopo una simulazione.
Da lì il dibattito si allarga.
Le parole del presidente del Senato Ignazio La Russa inseriscono la partita dentro una lettura storica fatta di crediti, debiti e Calciopoli. Un intervento da tifoso dichiarato che conferma quanto Inter-Juventus riesca sempre a uscire dal perimetro del campo e trasformarsi in un confronto simbolico.
E torna inevitabilmente alla mente quanto accaduto in altri contesti, come nel caso del mancato secondo giallo a Pjanic in Inter-Juve, quando attorno a un episodio arbitrale si sviluppò un clamore istituzionale tra audio richiesti, ricostruzioni e polemiche infinite. Segno di quanto, a seconda dei momenti, il rumore possa avere volumi molto diversi.
Sul piano sportivo le posizioni sono state più lineari.
Cristian Chivu ha difeso il suo giocatore – comprensibilmente – parlando di contatto leggero. Una posizione coerente con il ruolo, ma che inevitabilmente si scontra con le immagini e con quanto dichiarato alla vigilia, quando aveva spiegato che avrebbe affrontato pubblicamente il tema arbitrale solo nel momento in cui qualcuno si fosse lamentato per un episodio favorevole.
Poi sono arrivate le parole di Beppe Marotta.
Ed è qui che il parallelo con il Juventus-Inter 2021 va rimesso nella sua giusta prospettiva.
Perché il riferimento è alla simulazione di Cuadrado sul contatto con Perisic che portò al rigore del 3-2, episodio che secondo Marotta valse alla Juventus l’accesso alla Champions League e i relativi “60-70 milioni”. Un richiamo che allude al sorpasso sul Napoli nella corsa al quarto posto, ma che non considera come, al netto di quella partita, la squadra di Gattuso fosse ancora padrona del proprio destino prima di inciampare incredibilmente in casa contro il Verona già salvo all’ultima giornata.
Ma isolare quella singola azione rischia comunque di offrire una fotografia parziale di quella serata.
Quella partita fu infatti carica di decisioni controverse da una parte e dall’altra: l’espulsione di Bentancur per doppio giallo – giudicata da molti eccessiva – su un contrasto con Lukaku in cui il contatto fu minimo, il rigore assegnato a Lautaro su un intervento di De Ligt con caduta accentuata a pallone ormai perso, le on field review su episodi interpretativi.
Un contesto arbitrale complessivo tutt’altro che lineare.
E il collegamento con l’episodio di oggi nasce quasi spontaneo: anche nel caso di Bentancur si trattò di un secondo giallo molto severo, ma almeno lì un contatto c’era. Qui, nella dinamica tra Kalulu e Bastoni, le immagini mostrano il contrario.
Il punto, però, va oltre il singolo episodio e tocca la narrazione.
Per anni l’Inter si è presentata come il club dei valori, degli “onesti”, della diversità morale rispetto al resto del sistema. Una linea identitaria forte, ribadita pubblicamente anche attraverso prese di posizione esterne al campo: dai comunicati con cui parte del tifo organizzato chiedeva ad Antonio Conte di imparare i valori dell’interismo al suo arrivo in panchina, fino alle reazioni all’approdo in nerazzurro di Cuadrado, accompagnate dalla richiesta di un confronto proprio sui temi della correttezza sportiva legati alle accuse di simulazione.
Un racconto identitario che nel tempo è diventato parte integrante della contrapposizione con la Juventus.
Eppure negli ultimi tempi diversi episodi hanno lasciato discussioni aperte senza una presa di posizione altrettanto netta: la presunta bestemmia di Lautaro rimasta senza sanzioni, il caso Acerbi-Juan Jesus chiuso senza provvedimenti per mancanza di elementi sufficienti, l’esultanza di Dimarco in faccia all’avversario dopo il rigore sbagliato in Inter-Verona, fino ad arrivare all’immagine di Bastoni.
Non è una questione di classifiche morali, ma di coerenza tra racconto e comportamenti.
Ed è qui che emerge la differenza di stile.
Da una parte una Juventus che – con il silenzio del suo allenatore e le parole di Chiellini – ha riportato tutto sull’episodio e sulla necessità di trovare soluzioni regolamentari. Una linea che non si è fermata alla singola decisione, ma che ha toccato anche il tema della qualità della classe arbitrale, ritenuta non sempre all’altezza di un campionato come la Serie A, e quello di una riforma strutturale già proposta dall’inizio della stagione: il professionismo degli arbitri, oggi impegnati nel ruolo – pur ai massimi livelli e con compensi importanti – come seconda attività. Un percorso che, nelle intenzioni bianconere, dovrebbe portare a maggiore preparazione, uniformità di giudizio e credibilità del sistema.
Dall’altra una comunicazione che ha allargato il discorso ai milioni della Champions, ai bilanci storici degli errori arbitrali, alle partite del passato.
La chiacchiera da bar.
Che non è un’offesa, ma il livello in cui il dibattito scivola quando si smette di parlare del presente.
Perché la sintesi resta semplice:
l’arbitro ha sbagliato, la simulazione c’è stata, il sistema non ha strumenti per intervenire.
Da lì si può costruire qualcosa.
Tutto il resto è rumore. E non cambia quello che si è visto in campo.
Iscritta al tribunale di Torino al n.70 del 29/11/2018
Iscritto al Registro Operatori di Comunicazione al n. 18246
Direttore responsabile Antonio Paolino
Aut. Lega Calcio Serie A 21/22 num. 178

