Perdite di tempo e gioco spezzettato: la protesta di Spalletti e il nodo irrisolto del tempo effettivo
Nel post partita di Cagliari, Luciano Spalletti ha riportato al centro del dibattito un tema che ciclicamente attraversa il calcio italiano: le perdite di tempo e lo spezzettamento sistematico del gioco. Una lamentela che nasce dalla frustrazione di una partita in cui la Juventus ha dovuto rincorrere senza mai riuscire a dare continuità alla propria manovra, soprattutto nella ripresa.
Il secondo tempo contro il Cagliari è stato un susseguirsi di interruzioni: giocatori a terra per crampi o contatti più o meno gravi, rimesse laterali battute con estrema lentezza, rinvii dal fondo che diventavano occasione per far scorrere secondi preziosi. Tutto legittimo dal punto di vista regolamentare, ma profondamente penalizzante per chi è costretto a inseguire il risultato.
Quando una squadra costruisce il proprio calcio su ritmi alti, occupazione degli spazi e continuità di movimento, ogni interruzione diventa un freno. Non tanto per il singolo episodio, quanto per l’effetto cumulativo: il gioco perde fluidità, le catene di passaggi si spezzano, la pressione offensiva si diluisce. Ed è esattamente quello che è successo alla Juventus, costretta a ripartire ogni volta da fermo contro una difesa sempre più bassa e organizzata.
La domanda, però, è inevitabile: quanto è costruttiva questa polemica? Dipende dal contesto. Quando si vince, il tema passa spesso in secondo piano; quando si perde, rischia di sembrare un alibi. Ma Spalletti, in questo caso, non ha parlato solo della sua partita. Ha rimesso sul tavolo una questione strutturale del calcio moderno, quella del tempo effettivo di gioco.
Da anni si discute della possibilità di introdurre un conteggio reale del tempo, come avviene in altri sport, per limitare le furbizie tattiche che non migliorano lo spettacolo. Sarebbe una soluzione drastica, ma probabilmente efficace: meno simulazioni, meno gestione esasperata delle rimesse, più responsabilità per chi difende un risultato.
È altrettanto vero che, finché il regolamento lo consente, queste strategie continueranno a essere utilizzate. Chi è in vantaggio ha tutto l’interesse a spezzare il ritmo, chi è sotto lo subisce. Fa parte del gioco, ma non necessariamente del suo futuro. Spalletti lo sa bene: la sua non è solo una protesta a caldo, ma una riflessione su un calcio che, così com’è, rischia di premiare più l’astuzia che la qualità.
Il punto centrale resta uno: una squadra dominante deve imparare anche a convivere con queste dinamiche, trovando soluzioni alternative per restare lucida e pericolosa anche in partite spezzate. Ma se il calcio vuole davvero evolversi, il tema del tempo effettivo non può più essere rimandato. E la voce di allenatori come Spalletti, nel bene o nel male, contribuisce a tenerlo vivo.
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