Il discorso segreto nello spogliatoio. La terribile serata turca e l’assenza contro il Como.
La Juventus non è mai stata, nella storia civile del nostro Paese, una semplice aggregazione di atleti. Essa fu l’attuazione pratica di un concetto: il rigore sabaudo elevato a categoria universale. Vincere non era un capriccio, ma una necessità logica della sua stessa natura. Ciò a cui abbiamo assistito in terra turca è il tramonto di quella volontà di potenza che si faceva disciplina. Le maglie bianconere, un tempo simbolo di una coerenza quasi granitica, sono parse agitate da uomini privi di un centro interiore, prigionieri di un vitalismo vacuo che nulla ha a che fare con la vera forza etica.
I turchi, mossi da un ardore primordiale, hanno vinto perché hanno trovato innanzi a sé un vuoto d’essere. La Juventus ha perduto perché ha cessato di pensarsi come Juventus, riducendosi a una collezione di individualità slegate, prive di quel sentimento del dovere che fu la gloria di Boniperti, Scirea e Del Piero. La storia non ammette vacui formalismi. Quando un’istituzione smarrisce il nesso con la propria tradizione ideale, essa cade in rovina, che è sempre, in ultima analisi, una forma di pigrizia spirituale.
A Istanbul, dove l’Europa gioca a dadi con l’Oriente, non è stata solo una partita di calcio, bensì un naufragio dell’anima, un rito di spoliazione sotto un cielo che non riconosceva più i padroni del tempo che fu. Ogni grande decadenza si annuncia con segni minimi: un passaggio esitante, uno sguardo che non si leva, un capitano che non riesce più a farsi simbolo. La Juventus “turca” non è parsa una comunità di intenti, bensì una somma di individualità spaesate, e lo spaesamento nel calcio come nella storia è il preludio della crisi.
Per decenni, la Juventus è stata una macchina di trionfante precisione svizzera, un club che non giocava per divertirsi, ma per adempiere a un dovere religioso: vincere. La sua maglia non era un tessuto, era un’armatura. Sulle rive del Bosforo, le strisce bianche e nere sono sbiadite fino a diventare un grigio opaco, il colore della nebbia che nasconde le vie d’uscita. I turchi, poveri di blasone ma ricchi di fame, correvano come se il pallone fosse l’unico pezzo di pane rimasto al mondo. La Juventus, invece, camminava con la stanchezza di una regina che ha smarrito la corona e non ricorda più dove ha lasciato le chiavi del regno. Il calcio, quel dittatore benevolo, ha punito l’arroganza della memoria. La Juventus ha cercato l’identità nel portafoglio e nei grafici degli uffici, dimenticando che l’identità si trova nell’umiltà dell’erba.
Questa squadra non è più la Juventus. È una mediocre collezione di figurine solitarie, scarabocchiate e tristi, che cercano di parlare una lingua che non conoscono più. Mentre i tamburi di Istanbul battevano il ritmo del crollo, il dna bianconero - quell’impasto di fatica, silenzio e vittoria - sembrava evaporare come fumo di narghilè.
Nel calcio, come nella vita, il peccato mortale non è perdere, ma non sapere più chi sei mentre stai perdendo. La Juventus è caduta perché ha smesso di guardarsi dentro, preferendo guardarsi allo specchio. Quello che è accaduto in terra di Turchia non è un punteggio, non è un numero sulla carta, è una questione di identità. O meglio, di una maschera che è andata in frantumi proprio nel momento in cui si credeva più solida. Cosa abbiamo visto in campo? Una squadra? No, signori. Abbiamo visto undici personaggi in cerca d’autore, avrebbe vergato il geniale Pirandello. Ognuno di loro credeva di essere la Juventus, l’erede di una stirpe di vincitori, ma sul prato, sotto l’urlo dei turchi, non c’era nessuno. Solo ombre che vagavano senza un copione, senza un regista che desse un senso a quel convulso muoversi di membra. Erano i pezzi di un’anima frantumata, mille idee diverse di gioco che non riuscivano a farsi unità.
La maschera è ormai caduta: la Juventus ha scoperto di non essere quella che credeva di essere, e ora non sa più chi sia veramente. Ora, tra i fumi della nebbia che risale il Po, si avverte l’attesa di qualcosa di nuovo. Non basta cambiare gli interpreti, serve ritrovare quel profumo di erba e fatica che si respirava al vecchio Comunale o all’Allianz del magico novennio. Per tornare a vincere, la Signora deve smettere di guardarsi allo specchio con narcisismo e ricominciare a guardare negli occhi l’avversario. La ricostruzione che ci attende non è fatta di soli numeri o di bilanci - quelli li lasciamo ai ragionieri - ma di spirito. Occorre ritrovare la ferocia sotto il guanto di velluto e ricordare che la maglia bianconera è una divisa da lavoro, non un abito da sera per sfilate europee senza sostanza. Si parla di nuovi calciatori come se fossero validi pezzi di ricambio per un manichino, ma questo rimane tale anche con le braccia d’oro. Servono uomini che sappiano cosa significa sudare la maglia, espressione antica che oggi sembra quasi una bestemmia. Serve ritrovare quel bambino che nel cortile sognava essere un muro invalicabile o un lampo improvviso, prima che gli spiegassero che il calcio è business.
La tempesta passerà. Perché la Juventus è come certe vecchie querce: possono perdere tutte le foglie in una notte di gelo turco, ma le radici sono profonde e sanno aspettare che il sole torni a scaldare le Alpi. Il pallone è tondo, dicono i saggi, perché deve rotolare via dal passato per cercare un nuovo prato. La ricostruzione è già iniziata nel momento stesso in cui l’ultimo tifoso ha spento la luce, col cuore pesante ma la certezza che domani il bianco e il nero torneranno a essere i colori del mattino. Confidiamo che, superata questa fase di smarrimento della coscienza, la compagine bianconera sappia riprendere il suo cammino, non per un cieco ritorno al passato, che sarebbe antistorico, ma per una nuova sintesi che sappia coniugare la modernità dei tempi con quell’antico, inossidabile spirito di sacrificio. Ci vorrà tempo, molto. La Vecchia Signora deve tornare a essere un’idea, prima ancora che una squadra. Solo allora le mura d’Europa torneranno a tremare al passaggio delle sue insegne.
Ieri pomeriggio dopo aver visto un film di Antonioni, L’eclisse, pardon mi dicono che era Juventus-Como, ho spento la tv, sono sceso nello spogliatoio dell’Allianz e ho arringato i bianconeri. Nell’occasione i calciatori erano con una inguardabile maglia a strisce orizzontali bianche e nere, iconiche per la Banda Bassotti o per i Dalton o per il cinema muto delle comiche di Ridolini!
«Signori, mettetevi comodi. Anzi, no: restate ritti, sull’attenti, come si conviene a chi abita una leggenda e ha il dovere di onorarla. Guardatevi attorno. Queste mura non trasudano soltanto vapore e stanchezza; esse conservano l’eco di passi pesanti, di uomini che hanno fatto del rigore una religione e del silenzio un’arma. La Juventus non è mai stata una semplice associazione sportiva: è un’idea di mondo, un modo di camminare a testa alta anche quando la bora soffia contraria. In questa pomeriggio amaro, ho visto nei vostri occhi lo smarrimento di chi ha dimenticato il peso del proprio nome, tanto è che neppure sulla maglia c’era, ma solo un freddo numero rosso, a sigillare la sconfitta. Avete indossato la maglia come fosse un pigiama di lusso, dimenticando che essa è, (quella vera, a strisce verticali!) per diritto divino e storico, un’armatura di seta e ghisa. Conoscete la storia di Combi, Rosetta e Caligaris? Di Sivori e Charles? Di Bettega, Causio e Zoff? Uomini di granito che non chiedevano scusa per la loro forza. Ricordate Scirea, che comandava la difesa con la grazia di un direttore d’orchestra e la fermezza di un confessore. Guardate un video d’archivio che narra le gesta della Juventus di Trapattoni, la più forte del mondo. Rammentate gli uomini che hanno reso la loro storia assieme a quella della Juventus immortale. Onorateli, e forse comincerete a capire qualcosa anche di voi, e di quanto potete realmente dare a questa Vecchia Signora.
Questa sconfitta non è stata un incidente di percorso, ma un’offesa al paesaggio bianconero. È stata come una macchia di fango su un tappeto di Fiandra. Ma il fango, signori, si asciuga e si spazzola via, a patto di avere la mano ferma. Non vi chiedo di vincere la prossima partita per la classifica o per un improbabile percorso europeo. Ve lo chiedo per quel vecchio tifoso che, passeggiando in corso Re Umberto, sotto la pioggia di Torino, aspetta ancora di vedere quel guizzo di protervia che ci ha resi odiati e ammirati in tutto il mondo.
Tornate a soffrire con garbo, la Juve non si lamenta mai, la Juve agisce. Se l’avversario corre, voi dovete correre il doppio, ma con la metà del respiro affannato. Ritrovate lo sguardo di Boniperti: “Vincere non è importante, è l’unica cosa che conta”. Non è un motto cinico, è un atto di responsabilità. Significa che qui, non c’è spazio per le scuse e per chi non brama vincere, non c’è tempo per aspettare. La storia della Signora non può fermarsi tra i flutti di un mare straniero sul Bosforo o nell’eco del vento del lago di Como. Essa deve tornare a scorrere come il Po: a volte lento, a volte impetuoso, ma sempre padrone del proprio letto.
Uscite da questo spogliatoio non come undici atleti, ma come undici frammenti di un’unica, secolare volontà. Riprendetevi i vostri tifosi, la vostra città. Riconquistate ciò che alla Juventus appartiene, ma recuperate soprattutto voi stessi, perché il pianeta-Juve sta aspettando di capire se la Juventus è ancora quel pilastro d’acciaio che nessun terremoto può abbattere o un ramoscello secco e innocuo. Andate, e chi non si sente all’altezza lo dica, e abbandoni dignitosamente la squadra. Ricordate che il nero della vostra maglia non è per il lutto, ma per incutere timore; e il bianco è per la purezza di un impegno che non conosce tramonto.
Voi siete i protagonisti e fate parte integrante del popolo bianconero chiamato a un esercizio più difficile del tifo: la memoria. Perché, soltanto ricordando ciò che fu e interrogandosi su ciò che vuole tornare a essere, la Juventus potrà trasformare la disfatta in fondazione, la perdita in progetto, la nostalgia in nuova e severa grandezza.»
Mi sono ritrovato d’un tratto nel mio studio, ma con la passione ero lì nello spogliatoio dell’Allianz, ad arringare, come tutti i milioni di tifosi della Juventus, a dire quanto si doveva, nella speranza che quei presenti con la maglia a strisce orizzontale, ma assenti con quella verticale, abbiano compreso.
Roberto De Frede
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