Juventus e nazionale italiana: destini paralleli

Juventus e nazionale italiana: destini paralleliTUTTOmercatoWEB.com
Oggi alle 00:01Editoriale
di Mirko Nicolino
La storia recente del calcio nostrano intreccia le vicende relative alla Juventus a quelle dell'industria del calcio nostrano

Bastoni il nuovo Beckenbauer, Barella il nuovo Kroos, Dimarco il terzino più forte d’Europa, Pio Esposito il nuovo Van Basten. Nonostante questo fior fior di campioni, la nazionale italiana per la terza volta di seguito è fuori dalla Coppa del Mondo. Sia ben inteso, l’Inter non c’entra nulla, men che meno i suoi tesserati, ma la narrazione che ne è stata fatta è tipica della cultura sportiva italiana. Ci si esalta per pochissimo e allo stesso modo ci si deprime per poco. Il primo ragazzo che mette insieme qualche prestazione positiva è un campionissimo, ma appena sbaglia una gara torna dalle stelle alle stalle.

Svezia, Macedonia del Nord e Bosnia Erzegovina, sono queste le tre nazionali che hanno mandato a casa l’Italia ai playoff impedendole di partecipare per tre volte di fila ai Mondiali di calcio. In mezzo un Europeo che molti non hanno capito, un successo estemporaneo, frutto di una serie di combinazioni nelle quali la fortuna ha anche la sua parte. Non c’è stata nessuna svolta, a differenza di quanto ci ha raccontato qualcuno, perché gli ultimi campioni disponibili – da Chiellini a Bonucci, passando per Jorginho, Verratti e Chiesa – erano ormai al tramonto e da lì in poi non c’è stata alcun cambio generazionale.

All’indomani del successo del 2021, qualcuno ha raccontato che l’Italia avesse colmato il gap con le big d’Europa grazie al gioco, alla modernità allo spettacolo. Per di più, una generazione di allenatori “giochisti” avrebbe dato nuovo lustro al movimento nostrano: non sarebbero serviti più i calciatori forti, bensì tanti giovani che messi a disposizione di un giovane allenatore moderno avrebbero ripetuto tanti schemini a memoria fino a distruggere qualunque avversario. Ronaldo, Messi, Iniesta, Xavi, Kroos, Benzema e compagnia? Li avremmo potuti battere tutti correndo all’impazzata e ripetendo a memoria degli schemi imparati in allenamento.

Una follia, che ci ha condotto negli ultimi anni a figuracce sia a livello di club sia a livello di nazionale. La verità è che gli attori principali di questo sport sono i calciatori e negli ultimi anni li si è trasformati in soldatini, in robot che devono ripetere movimenti a memoria. Sparita la specializzazione, tutti devono saper fare tutto, gli attaccanti difendere, i difensori attaccare. Tecnica e tattica individuale? A farsi benedire, tanto noi abbiamo gli schemi. Così si è aperta una voragine nella preparazione delle nuove generazioni a livello tecnico. Il resto lo ha fatto la disorganizzazione aziendale del prodotto calcio, con una giustizia sportiva che, come denunciato dall’onorevole Berruto (tifoso del Torino) ha demonizzato alcuni club e tesserati e salvato altri.

La Juventus in questo contesto è stata la parte debole e dopo Calciopoli è stata nuovamente azzerata dalla vicenda plusvalenze, con dirigenti squalificati pur non essendo nemmeno in carica al momento delle vicende (vedasi alla voce Arrivabene), mentre altri club che hanno ammesso pubblicamente di aver aiutato società amiche a sistemare i bilanci, l’hanno fatta franca. Il club bianconero ha pagato soprattutto il fatto di essere rinata subito dopo i fatti del 2006 ed essere riuscita addirittura a mettere insieme un ciclo di 9 scudetti di fila. A quel tempo, qualcuno ha pensato addirittura ad istituire i playoff per interrompere il regno dei bianconeri, mentre altri club passavano di mano tra veri o presunti imprenditori cinesi dai patrimoni di dubbia provenienza e di fondi di investimento che entravano e uscivano dalle quote societarie.

La storia dice che quando la Juventus è forte, anche la nazionale italiana è forte. Lo ha ribadito in questi giorni il dirigente Hasan Salihamidzic, che il calcio internazionale lo conosce molto bene. La Vecchia Signora negli ultimi anni ha speso tanti soldi nel mercato nazionale, alimentando un movimento interno che è buona consuetudine in Inghilterra e in Germania. Altri, invece, hanno fatto mercato con i soldi del Monopoli, ma soprattutto con la copertura delle istituzioni sportive. I risultati sono sotto gli occhi di tutti e presto la Corte di Giustizia Europea dovrebbe presentare il conto alle istituzioni sportive e anche alla politica. Del resto, come diceva Ferrari, gli italiani perdonano tutto a tutti, tranne il successo.