La presunzione (e non solo) ha battuto una Juventus nel “deserto”
La Juventus appare ormai come quel palazzo di Donnafugata nel Gattopardo: bellissima nel ricordo, imponente nella struttura, ma abitata da chi non si accorge che le finestre sono rotte e il vento del futuro sta portando via le tende di velluto. La caduta della Juventus sotto i colpi dell’Atalanta, eroina del mito assurta a dea dell’Olimpo grazie alla Vecchia Signora, non è soltanto un evento statistico o una parentesi sportiva, bensì un monito morale sulla natura ciclica del potere e sui pericoli dell'autoindulgenza. Non è stato uno scherzetto di Carnevale fatto da Arlecchino e Brighella, alias Palladino & Company. Nella notte orobica di giovedi s’è consumato un ennesimo dramma sportivo bianconero che pare uscito dalle pagine di un’epopea greca, dove la Juventus, antica e nobile Signora del calcio italico, s’è presentata al cospetto dei nerazzurri non con lo scudo della prudenza, ma col mantello logoro d'una cieca presunzione.
Quando si smette di temere la sconfitta, si inizia inconsciamente a invitarla. La Juventus, ringalluzzita dagli ultimi successi, a Bergamo ha peccato, tra le altre cose, di presunzione. Costei è una forma di cecità volontaria: chi pensa di aver già vinto ha, di fatto, già iniziato a perdere, perché ha smesso di guardarsi intorno. Il vero leader, il vero stratega, è colui che cammina con la fiducia di un leone ma con la vigilanza di chi sa che anche il più piccolo ostacolo può far inciampare un colosso. Se l'ambizione è il motore del progresso, la presunzione ne è il sabotatore silenzioso, poiché sostituisce la preparazione con l'illusione e la strategia con l'arroganza. La presunzione nasce spesso da un paradosso: un successo passato che non è stato metabolizzato correttamente. Quando smettiamo di analizzare perché abbiamo vinto, iniziamo a credere che la vittoria sia una proprietà intrinseca del nostro essere piuttosto che il risultato di sforzo e circostanze. La conseguenza maggiore si manifesta proprio nel confronto con l'avversario, sottovalutandolo e prestando il fianco.
Il finale s’è tramutato in un epitaffio per le speranze juventine. Il campo, unico e severo giudice, ha sancito la fine d'ogni illusione. La Juventus, rimasta attonita a contemplare le proprie rovine, ha dovuto chinare il capo dinanzi alla superiorità d'un nemico che aveva considerato inferiore. La sconfitta non è stata figlia della sfortuna, ma della Hybris: l'aver creduto che il nome e le ultime buone prestazioni potevano vincere il destino. L'Atalanta, col cuore di chi non aveva nulla da perdere e il coraggio di chi tutto voleva conquistare, ha strappato il sogno della coppa nazionale dalle mani d'una Signora che nulla ha più in comune con quella Vecchia padrona d’ogni campo del mondo.
Il titolo di questo editoriale porta con sé uno strascico letterario. La Juventus, oggi, mi ricorda la Fortezza Bastiani: un avamposto che un tempo fu il baluardo del confine, una macchina perfetta di disciplina e gerarchia, che però ora sorge ai margini di un deserto immobile. Ovviamente mi riferisco al romanzo di Dino Buzzati. Il tenente Giovanni Drogo arriva alla fortezza convinto che lì si compirà il suo destino eroico. La Juventus vive in uno stato simile: ogni stagione, ogni sessione di mercato, ogni vigilia di partita viene vissuta con l'idea che "questo sarà il momento del ritorno", il momento in cui i "Tartari" (gli avversari, la gloria europea, il dominio schiacciante) appariranno finalmente all'orizzonte per essere sconfitti. Ritorna la presunzione, credendo che il destino abbia un debito con te. La Juventus attende che il suo blasone torni a vincere le partite per inerzia, mentre i giorni passano e le mura della fortezza iniziano a sbrecciarsi. Nella Fortezza Bastiani si osservano riti meticolosi, turni di guardia estenuanti e una disciplina ferrea, tutto per proteggersi da un nemico che non arriva mai. O forse è arrivato da tempo, guarda caso, con una corazza bianconera, senza bisogno di attacchi alle mura: le ha semplicemente aggirate, trovando una guarnigione addormentata nei propri cerimoniali. Il vero nemico nel romanzo di Buzzati non sono i Tartari, ma il tempo. Drogo non si accorge che la giovinezza fugge mentre lui scruta l'orizzonte. La Juventus rischia di passare anni in una "mediocrità dignitosa", convinta di essere ancora la grande potenza di un tempo, finché non si sveglierà accorgendosi che il gap con le nuove potenze del calcio non è più colmabile con un semplice scatto d'orgoglio. Il momento più straziante del romanzo è quando i Tartari arrivano davvero, ma Drogo è ormai vecchio, malato e viene mandato via dalla fortezza. Muore solo, in una locanda, mentre gli altri combattono la "sua" battaglia.
Per la Juventus, il rischio è quello di diventare irrilevante. La vera rovina del presuntuoso non è la sconfitta in una grande battaglia - come Serse a Salamina -, ma l'accorgersi che la battaglia decisiva si sta svolgendo altrove, tra avversari che non la considerano più il nemico da battere.
Roberto De Frede
Iscritta al tribunale di Torino al n.70 del 29/11/2018
Iscritto al Registro Operatori di Comunicazione al n. 18246
Direttore responsabile Antonio Paolino
Aut. Lega Calcio Serie A 21/22 num. 178
